L’8 MARZO LA MAREA FEMMINISTA TORNA NELLE STRADE: NOI SCIOPERIAMO! 

Gli appuntamenti della giornata a Roma:

• PASSEGGIATA FEMMINISTA A LA SAPIENZA – ore 9.30 presso la città universitaria, Piazzale Aldo Moro, 5

https://www.facebook.com/events/2030314683920429/

• SPEAKER’S CORNER #METOO >> #WETOOGETHER – Prendiamo parola contro le molestie e il ricatto sui posti di lavoro: dalle ore 10.30 presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, via Vittorio Veneto 56 

Raccogliamo il grido globale del #metoo, della denuncia delle molestie, delle discriminazioni e delle violenze sui luoghi di lavoro, per trasformarlo in resistenza collettiva, in solidarietà e mutuo aiuto; per dire che solo #wetOOgether possiamo rovesciare il sistema sessista, i rapporti di potere su cui fanno leva i ricatti e le molestie. Il microfono sarà aperto, dalle 10.30 alle 13.00, a tutt@ coloro che vogliono raccontare la propria esperienza, con parole – parlate o recitate –, con le note, con il corpo o nel modo che riterrete più opportuno. Torneremo a denunciare le disparità salariali, il doppio carico di lavoro che ancora oggi spetta alle donne (dentro e fuori casa), le assenze di tutele contrattuali, la cancellazione dei diritti nel mondo del lavoro imposta dalle ultime riforme, i tagli a servizi e stato sociale, la precarietà, lo sfruttamento, tutte condizioni che aumentano la nostra ricattabilità nei rapporti lavorativi, che ci espongono, ogni giorno di più, al rischio delle molestie e della violenza. Torneremo a gridare le rivendicazioni che abbiamo scritto nel nostro Piano femminista, a dire che la nostra autonomia e autodeterminazione pretendono un#redditodiautodeterminazione un #salariominimoeuropeo un#welfareuniversale!

• PIAZZA MADONNA DI LORETO ore 14.00: Per strada con i nostri corpi, i nostri spazi e il nostro Piano Femminista

Roma da troppo tempo ormai vive nel pericolo di perdere luoghi essenziali di autonomia, solidarietà e cultura nella città. In particolare è in atto un chiaro e feroce attacco agli spazi femministi, frutto di battaglie storiche e più recenti. Sportelli antiviolenza, Case delle donne, Consultori e Consultorie hanno consentito e consentono a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e rendono possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura, di richiesta di risorse economiche esose, di definanziamento, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di neutralizzare ed aziendalizzare anche queste esperienze.
Le donne di Roma rischiano di perdere non solo dei luoghi fisici in cui incontrarsi, ma ciò che sono diventati nel tempo: dei punti di riferimento irrinunciabili in città, spazi di condivisione, autotutela e autodeterminazione conquistati con la lotta, nati per modificare un contesto sociale e culturale che era e resta pesantemente segnato dalla violenza di genere e del genere.
L’8 marzo abbiamo scelto di portare portare per strada i nostri Corpi, liberi, autodeterminati, indecenti ed incontenibili.
L’8 marzo renderemo visibili e accessibili i contenuti del nostro Piano Femmista antiviolenza e le soluzioni che abbiamo individuato per combattere la violenza maschile sulle nostre vite, perchè continuiamo a credere e a praticare un approccio sistemico ed intersezionale alla violenza di genere e del genere, perchè non ci bastano più le parole ma vogliamo cambiare tutto l’esistente.
L’8 marzo saremo noi a dar vita per la strada a tutte le attività che costruiamo quotidianamente nei nostri spazi e non perchè ci siamo rassegnate/u a perderli, ma perchè vogliamo dire a chi vuole chiuderli e cancellarne l’esperienza che se ne toccate anche solo uno siamo pronte a prenderne altri cento, che la marea di NonUnaDiMeno torna in strada in Italia come in altri 120 paesi del mondo con un nuovo Sciopero globale delle donne e non sarete voi a poterla fermare.”

Per strada con i nostri corpi, i nostri spazi ed il nostro Piano femminista

• GIOCO DELL’OCA contro la violenza sulle donne dalle 14.00 alle 15.00

• PERFORMANCE Igiaba Scego lettura da Terre di Confine/ la frontiera di Gloria Anzaldua ore 14.00

• DIBATTITO. “I persorsi di fuoriuscita dalla violenza maschile: problemi e soluzioni. Noi abbiamo un Piano Femminista!” dalle 15.00 alle 16.00.
Interverranno
Marcella Corsi, professoressa ordinaria di Economia Politica presso Sapienza Università di Roma
Enrica Rigo, Professoressa associata di Filosofia del diritto, Università degli Studi di Roma Tre.
Carla Quinto, Responsabile Ufficio legale di Be Free.
Titti Carrano, ex presindentessa della rete dei centri D.I.R.E

• PERFORMANCE lettura di #Quellavoltache. Storie di molestie.

Per tutto il tempo materiale informativo su Case delle donne, centri antiviolenza e consultorie….a finire tutt insieme raggiungiamo il….

• CORTEO ore 17.00: partenza da Piazza Vittorio Emanuele. Passeremo poi per Piazza Esquilino, Via Cavour, Fori Imperiali e arriveremo a Piazza della Madonna di Loreto.

Il prossimo 8 marzo la marea femminista tornerà nelle strade di tutto il mondo con lo sciopero globale delle donne.

Il rifiuto della violenza maschile in tutte le sue forme e la rabbia di chi non vuole esserne vittima si trasformeranno in un grido comune: da #metoo a #wetoogether

Non Una Di Meno risponde all’appello internazionale per lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo.

Saranno più di 70 i paesi in cui le donne incroceranno le braccia astenendosi da qualsiasi attività produttiva e riproduttiva, formale o informale, retribuita o gratuita. Lo sciopero femminista coinvolgerà le lavoratrici a tempo indeterminato, le partite Iva, le precarie, le lavoratrici in nero, il lavoro di cura e domestico, le stagiste e le lavoratrici senza contratto, le disoccupate e le studentesse…

In tutte le città d’Italia ci saranno azioni, picchetti, piazze tematiche, presidi durante la mattina e cortei pomeridiani. A Roma si partirà alle 17 da piazza Vittorio per giungere a Piazza Madonna Di Loreto, attraversando luoghi simbolici per i corpi delle donne doppiamente strumentalizzati da leggi e campagne d’odio razzista e sessista.

Lo faremo tutte insieme perché il movimento globale delle donne è coraggio di parlare, forza di rompere il velo di silenzio, paura e vergogna che avvolge le molestie sui posti di lavoro, quest’ultimo ormai sempre più precario. #MeToo abbiamo detto in tante, #WETOOgether sarà la risposta dello sciopero femminista.

Non siamo il campo di battaglia né il programma elettorale di nessuno. Al centro del nostro sciopero c’è il Piano Femminista contro la violenza maschile e di genere, scritto in un anno di assemblee di Non Una Di Meno. Scioperiamo contro la precarietà e le discriminazioni. Contro i ruoli imposti nella società, contro i ricatti sul lavoro che generano molestie e violenze. Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, essere libere dalla paura, libere di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Difendiamo gli spazi femministi e liberati della città!

Il diritto di sciopero del lavoro produttivo, oggi già duramente attaccato, l’8 marzo dovrà sottostare alle ulteriori limitazioni previste nel periodo elettorale. Per garantire le lavoratrici che intendono scioperare Non Una Di Meno ha preparato un vademecum e predisposto un indirizzo email per raccogliere eventuali richieste o domande.

#wetoogether

#noiscioperiamo

#8M

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Yo Tambien Me Defenderia Como Higui

**Aggiornamenti sul caso di Higui – Di seguito la traduzione del comunicato delle compagne argentine**

Da oramai 5 anni, [in Argentina] il 7 marzo è stato scelto come “giornata della visibilità lesbica”. Questa scelta ha rappresentato uno spartiacque nel movimento lesbico, visto che in questa data si commemora il crimine di odio, “lesbicidio” per essere più precis*, contro Natalia Gaitán detta “Pepa”, fucilata da Daniel Torres, patrigno della sua compagna, nel 2010 in un paese vicino Córdoba. Questo caso rappresenta la massima espressione della serie di violenze che subiamo come lesbiche in questa società patriarcale, machista ed eterosessista in cui viviamo. È una giornata per ricordare, riflettere, visibilizzare e ripudiare gli abusi e le violenze contro le lesbiche.

Nel contesto di questa data abbiamo deciso di parlare del caso di Higui, una lesbica povera della periferia di Buenos Aires, incarcerata per essersi difesa, non solo dagli attacchi dei suoi aggressori – diventati vittime-, ma anche da una serie di attacchi lesbofobici sistematici per i quali è stata messa sotto accusa, maltrattata e reclusa senza farsi troppi scrupoli.

È di dominio pubblico ciò che è avvenuto il 16 ottobre 2016, durante i festeggiamenti per la festa della mamma. Quella sera Higui è attaccata, subisce un tentativo di stupro correttivo, viene presa a pugni dagli stessi soggetti che, nel quartiere, avevano esercitato violenze contro di lei in quanto lesbica. Le dicono: “Lesbica di merda, adesso saprai quello che significa essere donna”. Cercano di stuprarla e, nel momento in cui prova a fermare il tipo che le sta strappando i vestiti e la biancheria, viene picchiata dagli altri violenti fino a svenire. Quando ancora era incosciente per i colpi subiti, arriva la polizia locale di San Miguel che la porta al commissariato di Bella Vista dove è sottoposta a una vittimizzazione ulteriore. Violano il suo diritto ad essere assistita da un medico, lasciandola ferita dentro a una cella, e la obbligano a rilasciare una deposizione senza un(‘)avvocat*. Nel commissariato, viene aggredita fisicamente e psicologicamente dai poliziotti. Le irregolarità del procedimento perpetrate dagli ufficiali di polizia come forma di punizione hanno comportato la perdita di prove che oggi ostacolano la causa e le indagini. 

Per molti anni Higui è stata attaccata per il fatto di essere lesbica. Ha sopportato qualsiasi forma di violenza e abuso: maltrattamenti fisici, psicologici, insulti, come se ci fosse un lasciapassare per chiunque a fare quello che vuole, soprattutto negli spazi pubblici. Higui ha vissuto aggressioni, “lezioncine” da parte dei violenti del quartiere in cui viveva, differenti forme di attacco in qualsiasi momento, le hanno bruciato casa, la perseguitavano e insultavano i suoi parenti e amici.

Oggi Higui è tornata a casa!!! [dallo scorso giugno] Questo è stato possibile grazie alla mobilitazione e organizzazione che hanno permesso la sua scarcerazione. Però la lotta non finisce qui, Higui è in attesa di processo, il che significa che è stata vinta una battaglia di molti mesi di lotta nelle strade e di mobilitazioni di vari settori come il movimento delle lesbiche e delle identità dissidenti, del femminismo nella sua totalità, dei partiti politici, associazioni, ecc. Si è raggiunto ottenuto che attenda il giudizio in casa, dopo aver passato 8 mesi incarcerata ingiustamente. La lotta continua ed esigiamo la sua assoluzione.

In questo contesto le violenze contro le lesbiche sono aumentate, soprattutto da parte dello stato, che ci incarcera e in varie maniere avalla e accelera queste pratiche nell’intento di ammansirci, correggerci e, se necessario, farci sparire. In questo modo cercano di far passare l’idea per cui essere lesbica sia un crimine. È lo stato stesso che, attraverso il sistema giuridico, ha messo sotto processo Mariana per essersi baciata con Rocío Girat in pubblico e che è in grado di sostenere uno stupratore colpevolizzando una donna per essere stata stuprata. Viviamo in un sistema capitalista e patriarcale che condanna le lesbiche e le/i pover* insieme a tant* altr*.

È stata l’organizzazione e la mobilitazione nelle strade che ha permesso la scarcerazione di Higui e, con lei fuori di prigione, continuiamo a lottare per la sua assoluzione. Ci mobilitiamo rivendicando la nostra esistenza come lesbiche e affrontando le violenze quotidiane che sono tanto più brutali quanto noi siamo visibili, reagiamo a queste e alla complicità civile che le avalla. Non solo non rimarremo più in silenzio, ma continueremo a organizzarci e mobilitarci.

Anche io mi difenderei come Higui

Aggredita perché lesbica e povera, arrestata per essersi difesa.

Basta crimini di lesbotransfobia.

Abbasso il sistema capitalista ed eteropatriarcale

Nessuna arrestata in più per essersi difesa.

#AbsolucionparaHigui

#YoTambienMeDefenderiaComoHigui

per info fb: Campaña por la Absolución de Higui

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Sciopero della fame e del lavoro nel CIE di Yarl’s Wood

Riceviamo e diffondiamo alcuni aggiornamenti dal centro di detenzione per migranti di Yarl’s Wood, in cui è in corso uno sciopero della fame e dal lavoro dal 21 febbraio scorso.

Yarl’s Wood è l’unico CIE femminile in tutto il Regno Unito e tiene rinchiuse 410 donne.
E’ gestito da una compagnia privata, Serco, che ha un lungo track-record di violazione dei diritti umani.

Il Regno Unito è l’unico paese Europeo dove non sono specificati i tempi massimi di detenzione all’interno dei CIE. Molt* detenut* sono imprigionati per mesi o anni senza una data definitiva di rilascio. I/le detenut* e gli/le attivist* obiettano che le detenzione è dannosa e non necessaria.

Il 21 Febbraio circa 120 donne hanno cominciato uno sciopero della fame e del lavoro (Vengono sfruttate da Serco per un pound all’ora per lavori basici di mantenimento del centro come pulizie).

Nei giorni seguenti le donne hanno occupato l’ala medica e l’ala legale del CIE per diverse ore, rifiutandosi di sottoporsi a visite singole con un avvocato. Chiedevano invece di essere viste come un gruppo unito con una porta voce per negoziare con le autorità del centro.
Le donne richiedono la fine della pratica delle detenzioni a tempo indeterminato, la separazione delle famiglie e i maltrattamenti all’interno del centro.

A partire dal 26 Febbraio, le scioperanti hanno riportato che sono state minacciate verbalmente che i loro casi sarebbero stati compromessi dalla loro protesta e che sarebbero state trasferite in un carcere.

Giovedi 1 Marzo, una scioperante è stata deportata in India nonostante avesse un processo legale di richiesta di asilo in corso.

Il 2 Marzo, decimo giorno di sciopero della fame, varie detenute di Yarl’s Wood hanno ricevuto una lettera dall’Home Office (il ministero degli Interni) che dichiara: “Il fatto che tu stia attualmente rifiutando cibo e/o liquidi potrebbe accelerare le tempistiche del tuo caso e della tua deportazione dal Regno Unito.”
Degli avvocati solidali alla causa affermano che il documento potrebbe essere illegale, e offriranno supporto alle scioperanti per denunciarlo.

Sabato 3 Marzo gli ufficiali del ministero degli Interni hanno cercato di deportare due scioperanti in Botswana. In seguito a un intervento all’ultimo di due ministre Inglesi, le donne sono state fatte scendere dall’aereo.

Le dichiarazioni e richieste delle scioperanti sono state pubblicate da Detained Voices e seguono:

Il 21 febbraio 2018 le persone detenute a Yarl’s Wood hanno dato inizio a uno sciopero della fame, che ha coinvolto circa 120 persone, come forma di protesta contro alcune delle pratiche più offensive dell’Home Office (dicastero del Regno Unito preposto all’amministrazione degli affari interni da cui dipende anche la polizia), che includono, ma non sono limitati solo a queste, le seguenti:

  • Violazione della libertà personale. Consideriamo ingiusto che una persona il cui successo professionale dipende dal numero di persone deportate sia responsabile delle decisioni relative alla detenzione perché tale scelta costituisce un chiaro conflitto di interessi, una bancarotta morale. Se ci deve essere privazione della Libertà, questo deve avvenire in maniera ponderata e la decisione deve essere presa da un giudice qualificato in un tribunale. La maggior parte delle persone detenute non vengono recluse sulla base di una scelta del giudice.
  • Il Regno Unito è l’unico paese dell’unione europea che non prevede un termine massimo di detenzione e le persone vengono recluse a tempo indeterminato, completamente dipendenti dalle modalità di gestione incompetenti e intempestive dell’Home Office.
  • Stupro. L’Home Office rifiuta di accettare che lo stupro sia una forma di tortura. Riteniamo che questa scelta sia offensiva dato che continuano a imprigionare persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere.
  • Le persone sopravvissute a tortura, traffico di esseri umani, schiavitù, richiedenti protezione internazionale, malate e con disabilità, continuano a essere detenute.
  • I giovani che arrivano come minori e che sono culturalmente britannici vengono imprigionati a causa dell’impossibilità dei loro genitori di portare a termine le procedure amministrative.
  • Il sistema sanitario non risponde ai bisogni della maggior parte delle persone detenute. Le patologie vengono lasciate al loro decorso prima di essere trattate, se non del tutto trascurate.
  • La comunità LGBT è particolarmente colpita da questo sistema a causa dello stigma, basti pensare all’impossibilità di portare avanti la terapia ormonale per le persone trans*.

Crediamo che l’Home Office sia ormai saturo, non adeguato agli scopi a cui è preposto e che operi in maniera corrotta.

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Gran Gala di Inaugurazione della Consultoria Transfemminista

Il 25 febbraio siamo lietu di invitarvi tuttu a tagliare il nastro e brindare alla nuova Consultoria Transfemminista di Roma. Durante la serata ci sarà un angolo dedicato interamente a questo progetto dove sarà possibile chiedere info e portare proposte, desideri, chiacchiere e qualsiasi spunto vogliate.

 

Il programma della serata:

  • 18,00 Autoinchiesta*

Che cos’è salute? Che cos’è il corpo? Che ruolo hanno il nostro genere e la nostra sessualità all’interno dei servizi sanitari?
L’autoinchiesta a cui risponderemo tutte e tuttu insieme partirà da domande come queste!

Fare autoinchiesta significa mettere in comune e analizzare le nostre esperienze, i nostri bisogni e desideri, partendo da noi stess*.
L’autoinchiesta consiste nell’elaborazione di una serie di domande cui cerchiamo di dare delle risposte ognunu a partire dalla propria esperienza: questo ci dà la possibilità di riflettere e agire attraverso la condivisione.
Questa pratica non è esclusivamente finalizzata a mappare le esperienze di ciascunu o a delineare un piano di azione, quanto piuttosto a catalizzare, da una parte, la condivisione e la discussione di saperi e strategie e, dall’altra, i processi di soggettivazione per resistere a meccanismi di normalizzazione e appropriazione.

 

  • 20,30 Cena vegan a sottoscrizione della Consultoria
  • A seguire:

– Performance dei Conigli Bianchi
– Performance di Shibari con Red Lily & Ambrita Sunshine

Djset con
Dj Mav (Ritual the Club)
La Curandera

Durante tutta la serata sarà presente:

– info point Hiv-E con distribuzione preservativi gratuiti e possibilità di fare test per Hiv

– Spazio informativo sulla Consultoria Transfemminista, dove chiedere info o portare proposte, bisogni e desideri

 

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16 Dicembre @ Cagne Sciolte – Cagna Maledetta – Cabarè delle cagne senSa talenti – ComplecagnaIV

 

Senti di essere anche tu una Cagna Maledetta?

Quando reciti la poesia di natale, gesù bambino piange?

Quando canti ‘My heart will go on’ ti rispondono i cani di tutto il circondario?

Quando impugni una chitarra, va in autocombustione spontanea per non essere torturata?

Quando dici una poesia si muovono le placche tettoniche vicino alla tomba del Petrarca?

Allora sei la persona che stiamo cercando, sei un@ di noi!

Il 16 dicembre partecipa anche tu al ‘Cagna maledetta’, il festival cabarè delle cagne senSa talenti!

In occasione della QUARTA COMPLECAGNA

vieni e performa la cosa per cui anche il tuo gatto ti ripudierebbe!

FINALMENTE LE LUCI DELLA RIBALTA A CHI NON SA FARE

*****

ore 20 CENA VEGAN
ore 21 CABARE’ SENSA TALENTO
a seguire sorprese —> passa il microfono!

E’ STATO IL GIOIEJJERE!

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8 Dicembre @cagneSciolte FattelaDaTe Vol. 2

Una nuova giornata di autoproduzioni e do it yourself!!

Dalle 16 ci organizzeremo per il CagnaMaledetta: Cabarè de* senza talento che si terrà il 16 Dicembre

Dalle 17 sala da thè, workshop di saponi e serigrafia (porta i tuoi vestiti, troverai telai e vernice!)

Dalle 21 Cena Vegan, chiacchiere e musica

 

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SABATO 25 NOV h10 Presidio al CPR di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo

Da molti anni la propaganda mediatica dei governi dei paesi occidentali proclama che “le nostre donne” sono libere perché hanno gli stessi diritti degli uomini.

Tale rivendicazione viene portata avanti in contrapposizione alla presunta condizione delle donne nei paesi colonizzati, che vivono, nell’immaginario occidentale, una situazione di passività e sottomissione.

Si riafferma ancora una volta il discorso razzista che assegna a noi brave europee il compito di salvare queste “vittime” dalla  barbarie, specialmente se donne, ancor più migranti e/o sex workers.

Di  fatto, a braccetto con questa vocazione salvifica della narrazione imperialista, ci passeggia un sistema eteropatriarcale che dalla vittimizzazione della donna accresce il proprio potere e le proprie forme di dominio e controllo sui corpi, dipingendoli come non in grado di autodeterminarsi e incapaci di assumere il controllo della propria esistenza, e pertanto giustificandone la privazione di libertà in nome della “loro” sicurezza.

Come se un’emancipazione dalla condizione di vittime non fosse neppure immaginabile. Come se non esistessero esperienze di autodifesa collettive e individuali, e ci si potesse soltanto rassegnare alla propria condizione soggettiva.

La riduzione delle donne a vittime, deboli, incoscienti e irrazionali è uno dei presupposti che legittima il patriarcato e funge da spiegazione oggettiva alla sua esistenza. Fondamenta la teoria che le donne siano biologicamente inferiori e dunque le rende soggetti facilmente controllabili e strumentalizzabili.

Come appunto accade nella propaganda partitica e in quella giornalistica, i corpi delle donne rappresentano un territorio da salvaguardare dalle invasioni barbariche. Dove i barbari sono, come sempre, tutti quelli che vivono fuori dai confini dell’impero. Questa visione antica non è un retaggio culturale, ma uno strumento che giustifica e copre gli interessi economici delle guerre imperialiste e delle strette securitarie dei paesi occidentali, come per esempio accade attraverso la propaganda contro l’islam. Dall’altra parte, esso controlla attraverso la paura e l’autorepressione  le donne cui questo discorso giunge forte e chiaro sin da quando sono bambine, cercando di imporre loro la rassegnazione a dover sacrificare libertà e autodeterminazione in nome della  sicurezza.

Personalizzare le esperienze di violenza è una strategia che divide le donne e fa percepire loro le esperienze come atipiche e slegate da quelle delle loro simili. Quindi mina una visione complessiva del fenomeno e di conseguenza una possibile soluzione.

Storie di donne recuperate in mare, donne liberate dalla schiavitù della tratta, storielle commoventi d’integrazione, donne dipinte come povere vittime da compatire, da salvare da questa vita crudele da cui sono scappate, e da accogliere. Così le descrivono i media al soldo delle istituzioni e del potere. Lo stesso potere che ipocritamente piange le 26 ragazze nigeriane arrivate morte a Salerno su un barcone, e che dichiara di voler fare giustizia definendo il fatto come “una tragedia dell’umanità”.

Esiste però un’enorme contraddizione insita in queste parole, narranti le storie individuali di donne migranti. Questa contraddizione rivela due realtà che sembrano opposte, ma che in fondo sono simmetriche e rappresentano le due facce di una stessa medaglia.

Queste donne, infatti, una volta arrivate in Italia vengono istantaneamente oppresse da un meccanismo perverso che le categorizza, le classifica e le rende più facilmente controllabili. Chi decide in quale categoria inserirle e muoverle come pedine da una all’altra  è sempre lo stesso potere centrale che le compatisce  e che vuole salvarle.

Qualcuna viene inclusa in quella che viene chiamata “accoglienza”: un sistema infantilizzante che le rende dipendenti da tutto e per tutto. Le donne che entrano in questo circuito e in questo limbo in attesa di un asilo politico  o una sorta di protezione legale, nel “migliore” dei casi  sono sottoposte a rigide regole che limitano la loro libertà e la loro iniziativa personale.

Se si decide di infrangere queste regole o se chi comanda il “gioco” decide di cambiarle, allora  si passa dalla categoria “inclusa” o “includibile” a quella di indesiderabile, ed ecco che la medaglia si gira ed appaiono i lager di stato, chiamati CENTRI PER IL RIMPATRIO, e chi diceva di voler salvare quelle donne ne diventa l’aguzzino.

Lì dentro sovraffollamento, cibo  avariato, assenza di cure mediche, tranquillanti, pestaggi e persino  l’allagamento della struttura della scorsa settimana

Le donne che finiscono nel Cpr spesso provengono dalle questure,  alle quali si rivolgono per sporgere denuncia per liberarsi dalla violenza dei loro partner, o semplicemente per rinnovare i documenti.

Non deleghiamo allo stato la soluzione a un problema di cui è artefice

Contrastiamo la logica dell’accoglienza e dei centri di detenzione, non rendiamoci complici della violenza e del razzismo di stato.

Solidarizziamo con chi sabota e lotta contro le frontiere e le galere.

APPUNTAMENTO ALLE ORE 10:00 A STAZIONE OSTIENSE PER ANDARE TUTTX INSIEME

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Sabato ci vediamo in piazza!

Siamo la marea che ha attraversato le strade di Roma lo scorso 26 Novembre. Siamo le stesse che l’8 marzo  hanno costruito il primo sciopero globale insieme alle donne di tutto il mondo, dalla Polonia all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Turchia, dalla Spagna al Brasile. Il prossimo 25 Novembre inonderemo di nuovo le strade di Roma, per lanciare un messaggio chiaro: non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme.

In un anno di mobilitazioni, campagne, assemblee nazionali e tematiche, mettendo in rete esperienze e saperi femministi, abbiamo scritto un Piano femminista contro la violenza maschile e di genere, uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione che porteremo in piazza a Roma il 25 novembre. Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista. Per contrastare la violenza maschile e di genere nella sua complessità, non vogliamo più polizia nelle strade e nemmeno assistenza, ma autonomia, libertà e giustizia sociale!

Combattere la violenza maschile e di genere significa mettere in discussione la cultura e i rapporti sociali che la sostengono. Non abbiamo bisogno di tutori o guardiani, non siamo vittime e non ce la siamo cercata. Lottiamo per un cambiamento strutturale, a partire dalla scuola, dal lavoro, dalla salute, dall’amministrazione della giustizia e dai media, pretendiamo il rispetto dei nostri percorsi di libertà e autodeterminazione e della nostra indipendenza. Per questo reclamiamo i mezzi e le risorse per autodeterminarci e scegliere sulle nostre vite.

Il Piano è il nostro programma di lotta contro la violenza patriarcale e capitalistica. Non ci fermeremo di fronte agli stupri e femminicidi quotidiani. Non ci fermeremo fino a quando non otterremo la libertà dalla violenza sessista che viviamo nei posti di lavoro, dalle molestie, dalle discriminazioni e dagli abusi di potere, ma anche quella quotidiana dello sfruttamento e della precarietà. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza che viviamo quando i tagli di bilancio programmati dai governi nazionali ed europei impoveriscono le nostre vite e attaccano i centri antiviolenza e la loro autonomia. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza sui social media e dei giornali, che ci colpevolizzano o vittimizzano silenziandoci.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza del razzismo istituzionale e dei confini, finché gli stupri saranno strumentalizzati per giustificare il razzismo in nome delle donne. Non ci fermeremo finché non saranno abolite le misure istituzionali che di fatto espongono le donne migranti a quotidiane violenze nei campi profughi, come gli accordi bilaterali con Libia e Turchia, e che aggrediscono migranti, prostitute e donne trans in nome di un inaccettabile “decoro”, come le leggi Minniti.

Inonderemo lo spazio pubblico per affermare la determinazione delle nostre rivendicazioni, delle nostre pratiche quotidiane di cambiamento, mutualismo e solidarietà: la forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme.

Saremo nelle strade a lottare per la nostra autonomia. Vogliamo libertà di movimento nelle città e attraverso i confini, il potere di decidere delle nostre vite negli ospedali e nei tribunali, di scegliere il nostro destino fuori da ruoli che ci vengono imposti. Vogliamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, welfare e diritti, per essere libere di scegliere sui nostri corpi e le nostre vite.

Non ci fermeremo: abbiamo un Piano!

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Comunicato del collettivo “Ombre Rosse”

 

 

 

 

 

Riceviamo e con piacere diffondiamo:

Care compagne,

vi scriviamo in seguito alla presentazione del libro ‘’Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione’’ di Rachel Moran, presentato il 12 ottobre alla Casa delle Donne.

Abbiamo deciso proprio in questa sede di portare la nostra testimonianza come sexworker, femministe e altre soggettività transfemministe-queer alleate perché il femminismo stesso ci ha insegnato a non accettare che nessuno parli a nome nostro e perché la pratica dell’autodeterminazione vuole essere realmente la base delle scelte nella nostra vita, al di là che piacciano o meno.

Combattiamo da sempre contro l’oppressione, il sessimo e la violenza sulle donne e non solo. E lo sfruttamento tutto, della prostituzione in particolare, ci trova fermamente schierate contro, come femministe e anticapitaliste.

Per questo abbiamo scelto di venire alla presentazione del libro, perché veniva proposto un pensiero e una verità UNICA che trascende la soggettività della scrittrice (la cui esperienza in sé rispettiamo totalmente) per elevarsi a verità UNICA, calpestando di fatto la nostra dignità di esistere e di poter scegliere, ponendo come base del suo pensiero la negazione chiara ed esplicita del sexwork e definendo come un FALSO MITO l’esistenza di sexworker consapevoli di scegliere.

La sua narrazione infatti vede TUTTI i soggetti i del lavoro sessuale esclusivamente vittime di abuso e di stupro, invisibilizzando e stigmatizzando così le nostre esperienze ed esistenze.

Noi esistiamo e non ci vergogniamo, pensiamo che il femminismo non debba ergersi a giudice morale e detentore di un’unica verità e visione delle cose, dividendo di fatto le donne per bene e le donne per male, ed escludendo vissuti e realtà di tantissime donne che andrebbero riconosciute come soggetti pari, e non solo e non sempre unicamente come vittime.

Proprio in quanto soggettività consapevoli e autodeterminate, abbiamo scelto di prendere parola anche silenziosamente venendo alla presentazione con cartelli e volantini, per testimoniare le nostre esistenze negate dal libro e portare un femminismo che ci vede ALLEATE con la lotta internazionale delle sexworker .

Voleva essere un flash mob di cinque minuti, il tempo di attaccare cartelloni alle pareti e dare volantini, ma come ci siamo alzate siamo state subito insultate e fisicamente portate fuori dalla stanza dandoci delle violente e fasciste: ‘’andate a fare le marchette sul marciapiede!” “Andate a fare le vostre azioni di merda da qualche altra parte… sparite” etc, queste le frasi.

Esprimere dissenso e manifestare le proprie istanze non è fascismo ma pratica politica delle lotte, di quelle femministe nello specifico. Se si è arrivate a questo punto evidentemente è perché c’è bisogno che una parte del femminismo si interroghi sulla sua chiusura e sulle rigidità rispetto a temi come questo.

Auspichiamo che si apra un dibattito davvero inclusivo, ovvero partendo dal riconoscimento del sexwork come lavoro distinto dalla tratta e delle sexworker come soggettività sociali e politiche dignitose e fondamentali per affrontare una discussione che le riguarda in prima persona.

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18/10 Solidarietà Frocia contro la repressione in Egitto

Il 18 ottobre facciamo qualcosa di concreto per LGBTQI d’Egitto, per Alaa e per tutt* le prigioniere/i politiche/i

In Egitto la repressione quotidiana continua ogni giorno più dura. Dalla fine del 2013 sono all’ordine del giorno le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità militari del regime di Al Sisi.

Il 23 settembre scorso, durante il concerto della band libanese Mashrou’ Leila alcune persone hanno sventolato la bandiera rainbow, simbolo delle lotte LGBTQI.
In seguito a questa azione la repressione del regime ha colpito tempestivamente, con arresti e detenzioni, e molte/i sono sotto indagine da parte dei servizi di sicurezza. Finora sono state arrestate più di cinquanta persone, molto giovani, “presunte” appartenenti alla comunità LGBTQI, alcuni hanno già subìto processi sommari con relative condanne, tra cui una persona a sei anni di carcere.

Con la scusa della bandiera rainbow sventolata in pubblico, la polizia effettua perquisizioni e retate nelle case delle persone che hanno manifestato la propria solidarietà alla comunità LGBTQI. Il bilancio per ora è di 57 arresti, 9 condanne già effettuate, 35 procedimenti in corso, 2 persone sotto indagine e 11 persone detenute in luoghi sconosciuti – le sparizioni di persone ‘scomode’ al regime sono la prassi in Egitto.

Ricordiamo che l’Egitto intrattiene con l’Italia e l’Unione Europea relazioni politiche e militari. Recentemente sono stati siglati accordi per il blocco dell’immigrazione verso l’Europa e per la detenzione di persone migranti, essendo l’Egitto uno dei maggiori paesi di origine, transito e arrivo di persone migranti, molte delle quali vogliono raggiungere l’Europa.
Come è possibile stringere accordi con un regime che incarcera, fa sparire e giustizia decine di migliaia di oppositrici e oppositori politici?


Facciamo nostro l’appello rivolto alle comunità LGBTIQ internazionali di manifestare il 18 ottobre di fronte alle Ambasciate e ai Consolati Egiziani in ogni città, per denunciare queste violazioni e fare pressione sul governo egiziano, nonché diffondere la notizia della repressione attraverso i media.

Facciamo anche nostro l’appello per chiedere il rilascio di Alaa Abdel-Fattah il cui appello per una condanna di 5 anni -di cui ha già scontanto 3 anni e mezzo – sarà il giorno dopo.

Il 18 ottobre manifesteremo la nostra solidarietà contro la repressione del regime di Al Sisi.
Invitiamo tutte, tutti e tuttu ad unirsi a noi.
Appuntamento alle ore 18,30 all’entrata del parco di Colle Oppio su via Labicana.

Venite rainbow, favolos* e glitterat*!

#freeLGBTQI
#freeAlaa
Liber* tutti e tutte!!!!

LGBTIQ SOLIDALI CONTRO LA REPRESSIONE

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