Oppressioni specifiche: spunti di riflessione sulla detenzione delle persone trans

Riceviamo e diffondiamo con piacere un’interessante analisi sulla reclusione delle persone trans:

Troppo spesso il discorso contro la detenzione amministrativa utilizza le categorie migrante ed immigrato.
Queste categorie, che usando un termine maschile alimentano l’immaginario dell’uomo africano in fuga dalla guerra e in cerca di un lavoro che gli permetta di mantenere la famiglia, da una parte appiattiscono l’analisi e dall’altra ci permettono di non problematizzare le differenze che caratterizzano le individualità anche fra i\le solidali. Quando parliamo di migranti ad esempio dimentichiamo che l’esperienza delle donne che migrano è completamente differente da quella degli uomini, per non parlare dei\delle trans e\o persone non eterosessuali. Quindi dimentichiamo che l’esperienza del viaggio, della permanenza nel territorio (in questo caso europeo), della richiesta d’asilo, della detenzione e delle espulsioni hanno delle caratteristiche peculiari e delle oppressioni che appunto sono specifiche e molteplici.
Se riconosciamo il privilegio di una persona bianca su una che non lo è, o quello di un uomo cisgenerei su chi non lo è, ci risulterà chiaro che in ogni esperienza della vita abbiamo privilegi diversi e subiamo o agiamo oppressioni specifiche.
La vita di tutte le persone che non sono uomo cisgenere è caratterizzata dall’oppressione del patriarcato.

L’orientamento sessuale non etero, così come il riconoscimento in un genere diverso da quello a cui sei stat* assegnat* alla nascita, sono oggetto di negazione. La norma prevede un codice binario: si è uomini o donne, si è attratt* dal sesso opposto; ciò che fuoriesce da questa è oggetto di fobia e odio,è sbagliato, innaturale, falso, e viene per questo invisibilizzato.

“…medici e giudici negano la realtà del mio corpo trans per poter continuare ad affermare la verità del regime sessuale binario. Esiste la nazione. Esiste il tribunale. Esistono gli archivi. Esistono le mappe. Esistono i documenti. Esiste la famiglia. Esiste la legge. Esistono i libri. Esiste il centro di detenzione. Esiste la psichiatria. Esiste il confine. Esiste la scienza. Esiste persino Dio. Ma il mio corpo trans non esiste.”
“Il mio corpo trans esiste” di P. Preciado

Nel linguaggio, giornalistico o di uso comune, le persone trans sono sempre definite come “il trans”, a prescindere dalla loro identificazione in quanto uomini o donne. In ambito giuridico la soggettività trans è riconosciuta solo attraverso una legge che definisce in maniera rigidissima i passaggi e le procedure da compiere per ottenere l’assistenza medica e il cambio di sesso nei documenti (diagnosi psichiatriche, sterilizzazione forzata ecc.); non è però riconosciuta per tutt* quell* che non sono disposti a sottoporsi a tutto ciò o per tutt* quell* che non possono farlo, rinforzando in questo modo il binarismo di genere e il controllo normalizzante dello stato sui corpi.
Il limbo normativo che si crea, soprattutto in situazioni di detenzione, dà a forze dell’ordine, giudici e consoli la possibilità di comportarsi completamente a propria discrezione.

La storia di Adriana è in questo senso esemplificativa: prelevata a seguito di un controllo di polizia mentre si trovava in un hotel a Napoli con il suo compagno, verificata la sua condizione di irregolarità, è stata reclusa in isolamento nel c.i.e. di Brindisi, dove è presente la sola sezione maschile. Lei ha scelto di lottare ed ha cominciato uno sciopero della fame e, anche a seguito della denuncia di un’associazione, le sono stati assegnati due piantoni. Mentre dalla direzione le veniva promesso un permesso di soggiorno provvisorio, quello che ha invece ricevuto è stato il trasferimento nelle medesime condizioni nel c.i.e. di Caltanissetta. La sua storia non è un caso isolato, la copertura mediatica che ha raggiunto non è legata alla sua eccezionalità.
La normalità per le persone trans recluse è vedere negata doppiamente la propria autodeterminazione attraverso l’impossibilità di accesso agli ormoni (qualora ne facciano uso), l’isolamento e la reclusione in sezioni diverse dal genere di appartenenza, quindi la continua minaccia di violenze da parte di reclusi e secondini.
Nella loro vita, e quindi anche all’interno dei centri di detenzione ed espulsione, le persone trans vivono l’oppressione specifica del cis-sessismoii, che va a sommarsi al razzismo e al suprematismo biancoiii nel caso di cui sopra.

Dopo tutto questo clamore mediatico, di Adriana e la sua quotidiana resistenza all’interno del c.i.e. non si parla più. E nessuno racconta che nell’ultimo mese altre donne trans sono state rimpatriate a seguito di rastrellamenti contro la prostituzione a Ravenna e Perugia, senza neanche il passaggio per il c.i.e., cosa che normalmente avviene. Le donne trans che lavorano nelle strade (come nel caso di Ravenna e Perugia), non sono solamente minacciate dalla misoginia, dalla transfobia e dallo stigma della “puttana” ma anche dalla violenza dello stato che ogni giorno le rinchiude,maltratta e deporta.
Tutto questo ancora una volta dimostra che se alla condizione di irregolarità si somma quella di transessualità il trattamento è ulteriormente discrezionale, privo di tutele e strutturalmente violento.
Media e associazioni nell’affrontare il caso di Adriana si sono concentrati quasi unicamente sull’assenza nei c.i.e. di una sezione specifica per trans. Neghiamo questa lettura dei fatti che mira a umanizzare delle istituzioni di oppressione che non sono riformabili. In passato esistevano centri che disponevano di sezioni speciali per persone trans (come in via Corelli a Milano) ma questo non le ha di certo tutelate o rese più libere, basti pensare agli stupri lì avvenuti da parte dei poliziotti.
La reclusione è un’esperienza violenta per chiunque la subisca e le oppressioni specifiche possono soltanto aggravarla; per questo lottiamo ogni giorno contro gabbie, frontiere, documenti e galere e in solidarietà con chi resiste.

Per la libertà di tutti e tutte.
Nemiche delle frontiere

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22 aprile: corso di pole dance sospeso!!

Car* il corso di pole dance questo sabato non ci sarà perché le Cagne Sciolte partecipano alla due giorni della mobilitazione Non Una Di Meno che si terrà il 22 e 23 aprile. Per maggiori informazioni su come partecipare alla due giorni:

In evidenza

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Daje de palo

UDITE UDITE! Sabato 1° aprile ricomincerà il corso di pole dance allo spazio delle Cagne Sciolte … e non è uno scherzo!! Turno unico per principianti dalle 15:30 alle 17. Vestitevi comod* e venite a divertirvi con noi!!!! <3

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Femminismo Puttana

Riceviamo e diffondiamo con piacere:

Traduzione del testo “Feminisme Pute” scritto dallo STRASS (Syndicat du TRAvail Sexuel).

Femminismo puttana

Questo testo è stato presentato alla Sorbona in occasione della Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne. Lo STRASS è stato invitato dal Block Offensif Antisexiste (BOA), collettivo di studenti femministe, a rispondere alla domanda:

Come riappropriarsi del proprio corpo in quanto donne o minorità di genere in una società
capitalista, sessista e patriarcale?

In un periodo di rimonta del femminismo istituzionale che giudica la nostra attività e condanna a rotazione sia la “sgualdrina”, sia la “vittima” sia il cliente “prostitutore”, la nostra lotta per il riconoscimento del lavoro sessuale, soprattutto in quanto donne cis e trans, deve essere guidata non solamente dalla nostra esperienza personale, ma anche da una riflessione storica sul legame tra la lotta femminista contro la dominazione patriarcale delle donne e il lavoro sessuale. L’analisi che segue permette di mettere in luce l’importanza delle lotte femministe intersezionali nella riappropriazione del nostro corpo e dei nostri diritti e di leggere il modo in cui il femminismo istituzionale dedito all’Uguaglianza Uomo-Donna – nel suo tentativo di esercitare un controllo sulle
minoranze e sui nostri diritti e sui nostri corpi e di dettare la sua “visione della dignità” – esercita sulle lavoratrici del sesso una dominazione identica a quella patriarcale.

Per definire quello che potrebbe essere un femminismo che parte dai nostri vissuti di sex worker, che potremmo anche chiamare “femminismo puttana”, affronteremo 3 elementi di riflessione:

-1) rendere visibili i servizi sessuali come lavoro che le donne sono costrette a svolgere nel
sistema patriarcale e nel sistema capitalista

-2) comprendere il ruolo dell’insulto “puttana”, della “puttanofobia” o dello “stigma della
puttana” come forme di controllo sessista sul corpo delle donne

-3) considerare il sex work come lavoro di genere: considerare come lavoro la performance della femminilità nella vita di tutti i giorni, sia sul lavoro e compreso sia nella sfera definita privata e “fuori dal lavoro”.

Il lavoro sessuale come lavoro

Le prime organizzazioni di lavoratrici del sesso sono nate negli anni ‘70, nell’ondata dei movimenti delle donne di quel periodo. In quel momento, delle militanti e teoriche femministe hanno analizzato la divisione sessuale del lavoro, soprattutto attraverso l’esempio del lavoro domestico relegato nella sfera privata, e reso invisibile da formulazioni quali “la mamma non lavora perché sta a casa a occuparsi dei bambini”.

In paesi come l’Italia, il Quebec o il Regno Unito, gruppi di donne hanno rivendicato il reddito per il lavoro domestico per denunciare questa ingiunzione al lavoro gratuito.
Nel 1975, nel momento in cui le prostitute francesi occupano le chiese per protestare
contro le leggi repressive che subivano, il collettivo inglese delle prostitute (l’English Collective of Prostitutes) stringeva alleanze con il movimento in favore del reddito per il lavoro domestico.

Tra queste femministe, Selma James e Silvia Federici hanno rivendicato il riconoscimento della prostituzione come lavoro, ritenendo che i servizi sessuali facciano anch’essi dei compiti che spettano “naturalmente” al ruolo definito femminile della sposa e della madre. Queste femministe sostenevano che il movimento delle prostitute, rendendo visibile la prostituzione come lavoro, aiutava l’insieme delle donne, che potevano così meglio negoziare, per il proprio piacere e interesse, le condizioni di questa imposizione alla sessualità, o per rifiutarla più facilmente. Questa ingiunzione a rendere dei servizi sessuali agli uomini è un tratto considerato come universale.

È in ogni caso la conclusione della ricerca dell’antropologa Paola Tabet che ha
teorizzato quello che ha chiamato il “continuum dello scambio economico-sessuale”. Per
riassumere, Tabet osserva che in tutte le società che ha studiato, le donne sono private della maggior parte delle ricchezze e dei mezzi di produzione detenuti in generale dagli uomini. Per vivere o sopravvivere, sono costrette a utilizzare il loro sesso e la loro sessualità come mezzo di scambio con gli uomini per accedere alle risorse o ai vantaggi come la sicurezza o una migliore posizione sociale. All’interno di questo continuum si situa la prostituzione, ma anche, in ugual misura, la maggior parte delle istituzioni del patriarcato che disciplinano e inquadrano le possibilità di incontri sessuali tra donne e uomini, ossia: il matrimonio, la coppia o gli appuntamenti amorosi.

Le prostitute non sono più quindi una categoria a parte dalla altre donne, ma sono esposte ad un’oppressione comune attraverso l’estorsione di servizi sessuali.
In cosa la nostra oppressione sarebbe specifica rispetto a quella delle altre donne? Ci arriveremo nel secondo punto.

La puttanofobia o lo stigma della puttana

La psicologa Gail Pheterson, altra grande femminista alleata dei movimenti delle prostitute dagli anni ‘70, ha analizzato i rapporti donne/uomini attraverso quello che ha denominato “prisma della prostituzione”. In seguito ai lavori di Tabet, Pheterson definisce la prostituzione come differente dalle altre forme di scambio economico-sessuale in quanto parte stigmatizzata e illegittima del continuum. La ragione di questa stigmatizzazione risiede nel fatto che, nella prostituzione, le donne osano esigere un compenso finanziario o materiale per i servizi sessuali resi e che, facendo ciò, si
rende visibile il fatto che si tratterebbe di un lavoro e non di un quadro di scambi “naturali”.
Pheterson mostra, tuttavia, che lo “stigma della puttana” non riguarda solo le prostitute ma è un’arma del patriarcato contro tutte le donne. Infatti, la stigmatizzazione della figura della prostituta, permette di creare una identità di genere separata all’interno della classe delle donne, che ha come funzione l’essere un contro-modello agli status legittimi, per esempio, della sposa o della madre. Le donne sono così divise schematicamente nel patriarcato tradizionale in due blocchi principali, a seconda del tipo di lavoro sessuale al quale sono assegnate: lavoro sessuale di riproduzione o lavoro sessuale che ha come finalità la produzione di piacere e divertimento (ovviamente maschile).

Questi due modelli di lavoro sessuale sono distinti perché gli uomini vogliono assicurarsi della trasmissione dei loro geni e del loro cognome, limitando quindi lo scambio sessuale delle donne a un solo uomo nella sfera privata o estendendola a tutti gli uomini
nella sfera pubblica.
L’insulto “puttana” non serve solo a stigmatizzare le lavoratrici del sesso ma anche tutte le
iniziative, i gesti di autodeterminazione, le le forme di ribellione, le forme di trasgressione di genere delle donne, in particolare il fatto di occupare gli spazi pubblici e notturni riservati tradizionalmente agli uomini, dove sono tollerate solo le “troie” disponibili per il loro divertimento.
Di fronte allo stigma della puttana, la strategia femminista “mainstream” è di incitare le donne a distinguersi il più possibile dalla categoria “puttana”, andando fino a cercare di abolirla. Tuttavia, finché la struttura economica del patriarcato e del capitalismo persisterà, ci saranno sempre delle donne che avranno bisogno, o troveranno interesse, a guadagnare soldi tramite il lavoro sessuale. Al posto di lottare contro la stigmatizzazione, l’approccio abolizionista ha piuttosto la tendenza a rinforzarla e a mantenere la dicotomia tra “donne normali” e “donne particolari”.
Una strategia per lottare contro la stigmatizzazione è stata quella di coniare il termine “lavoro sessuale” al posto di prostituzione. Questo termine ha come vantaggio, come si è visto, di denaturalizzare l’assegnazione ai servizi sessuali e di rendere visibile questo compito come lavoro.
Questa espressione permette anche di riconoscere la capacità di agire delle donne, e di organizzarsi per esigere dei diritti e protezioni conquistati dai movimenti operai. Infine, permette di riunire diverse categorie di lavoratrici del sesso in maniera più ampia di quanto faccia la prostituzione tradizionale, forme che sono solitamente isolate e divise secondo le loro modalità di lavoro.
Un’altra strategia di lotta contro lo stigma della puttana è quella di riappropriarcene
orgogliosamente. Quando diciamo che siamo delle puttane e che ne siamo fiere, non portiamo l’attenzione sulle condizioni di esercizio del lavoro sessuale o sui nostri sentimenti riguardo a questo. Qualunque siano le nostre esperienze, buono o cattive, sia che amiamo sia che detestiamo il nostro lavoro, non dobbiamo giustificarcene. Quello che noi diciamo tramite questo messaggio di fierezza, è che mai ci lasceremo ridurre dalla vergogna o dal silenzio, perché come vedremo adesso nel terzo e ultimo punto, lo stigma della puttana ha anche come scopo di impedirci di rivelare quello che sappiamo sui rapporti di genere attraverso la nostra esperienza di confronto quotidiano con gli
uomini.

Il lavoro sessuale come lavoro di genere

Una parte importante del lavoro sessuale consiste nel performare il genere, perché lo spazio della sessualità è uno di quegli spazi dove le possibilità di espressione di genere diventano più numerose, soprattutto nelle industrie del sesso contemporanee e mondializzate, risultato del liberalismo, dove le domande si diversificano  e dove le fonti d’accesso a certe forme di servizi sessuali come la pornografia si democratizzano.

Il lavoro sessuale evolve in effetti come il resto della società, in negativo ma qualche volta in positivo, in particolar modo grazie all’apporto delle femministe e delle correnti dette “pro-sex” che provano a cambiare i mestieri del sesso dall’interno. Benché le
espressioni di tipi di femminilità (o di mascolinità) siano le più diverse e maggiori libertà siano possibili soprattutto con lo sviluppo delle “nicchie commerciali” , certe rappresentazioni di genere possono essere anche molto più rigide e stereotipate. In ogni caso, è evidente a molte lavoratrici sessuali che la sessualità, la seduzione o le emozioni che mettono in campo appartengono a un lavoro di produzione di una femminilità.
Quando si è femministe puttane e si lavora con la sessualità, si osserva forse più rapidamente e facilmente la fatticità del genere e della femminilità che si performa nel quotidiano. Il trucco, il vestiario, gli accessori, tutta una serie di supporti materiali vengono a volte a sostenere un edificio totalmente costruito al servizio delle fantasie e delle rappresentazioni. Ma a forza di performare questa femminilità nel contesto del lavoro, diventa a volte meno sopportabile farlo al di fuori di esso, e per di più, gratuitamente. Perché dover essere ben vestite, sexy, dover sorridere, prestare
attenzione e pazienza alla conversazione degli uomini se non ci pagano per farlo?
Altra osservazione, questa mobilitazione della femminilità non è unicamente comune alle lavoratrici sessuali. In molte abbiamo svolto altri lavori nei quali dovevamo fare attenzione al nostro aspetto, al nostro abbigliamento, ai nostri comportamenti. Inoltre, anche nelle più alte sfere del potere si esige per esempio che le donne politiche siano ben vestite, o che subiscano ogni sorta di commento sul loro aspetto fisico o le emozioni che esprimono o non esprimono pubblicamente. E anche lì si ritrova una parte del lavoro specifico che le donne sono tenute a realizzare gratuitamente. In effetti, le donne non sono pagate meglio degli uomini quando devono passare dei minuti supplementari a “prepararsi” per “presentarsi” al lavoro, quando devono rispondere alle esigenze di un lavoro
emozionale che non è richiesto allo stesso modo agli uomini. In generale, le donne sono molto meno pagate.
Per ritornare al lavoro sessuale, quello che esso rivela è anche la produzione della mascolinità da parte dei clienti uomini. Come alcune femministe della “cura” hanno sottolineato, il lavoro sessuale è un lavoro di cura, che si situa nel quadro generale del lavoro della riproduzione sociale. Ciò significa che affinché gli uomini siano performanti al lavoro, nel lavoro della sfera pubblica considerato come produttivo e che è retribuito, essi possano contare sul lavoro gratuito e invisibile delle donne, o su quello delle professioniste della cura e dell’attenzione, che in generale sono altre donne. In questa maniera, la mascolinità forte e performante nella sfera pubblica, si rivela invece fragile, da consolare e da confortare attraverso il lavoro di attenzione e di cura, tra cui il lavoro sessuale.
I testi della scrittrice e prostituta Grisélidis Réal rivelano in gran parte questa “fragilità maschile” attraverso la sessualità. Un uomo che deve mantenere un ruolo sociale, tanto più se si tratta di una posizione di potere, non può permettersi che siano esposti eventuali comportamenti sessuali in contraddizione con quello che rappresenta. Essere penetrati sessualmente, farsi pisciare addosso, essere sottomessi, non essere considerati come performanti sessualmente, non riuscire a farselo diventare duro a comando, avere una sessualità che non permette di fare dei figli e quindi di essere produttivi e riconosciuti come padri. Tutte queste cose possono essere fatte con una lavoratrice
sessuale che garantisce di non giudicare. Inoltre, come abbiamo visto, la stigmatizzazione della puttana permette di impedire qualsiasi espressione da parte sua, o di invalidare la sua parola nel caso in cui quest’ultima non resti in silenzio.

Per concludere, e per dare delle prospettive più concrete su quello che noi viviamo attualmente, la penalizzazione dei clienti (n Francia il 13 aprile 2016 è entrata in vigore la legge che penalizza i clienti) non permette di rovesciare i rapporti di genere. Ci riporta invece all’ingiunzione ad una sessualità detta gratuita e naturale, senza renderci conto o negando la parte di lavoro che pesa ancora sul corpo delle donne. La stigmatizzazione non diminuisce – tutto il contrario! – perché siamo spinte alla vergogna e al pentimento attraverso un “percorso di uscita dalla prostituzione” che è l’unica possibilità per la nostra condizione. Nessuno strumento reale è messo in campo per permettere di migliorare le nostre condizioni economiche e per rifiutare lo sfruttamento del lavoro. Ci fanno capire solo che è preferibile farsi sfruttare altrove che nel lavoro sessuale. La penalizzazione ha ironicamente ridotto ancora di più il nostro potere, addirittura ha invertito il rapporto di forza in favore dei clienti, perché ci ha precarizzate esponendoci all’obbligo di accettare degli uomini o delle condizioni che prima potevamo rifiutare.

Per riappropriarci del potere sui nostri corpi, per lottare contro le violenze e lo sfruttamento, noi continuiamo a credere che un approccio sindacale sia più efficace degli interventi “polizieschi” e detentivi dello stato. Noi continuiamo a credere in un femminismo basato sull’autodeterminazione delle donne, che non vanifichi la loro parola né le infantilizzi. Noi crediamo anche che rendere visibile il lavoro delle donne è il miglior strumento per permettere e organizzare infine lo sciopero delle donne.

Link al testo originale: http://strass-syndicat.org/feminisme-pute/

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Transfobia di stato: ogni frontiera è violenza sulle donne

Grazie alla denuncia del Mit (Movimento Identità Transessuale) siamo venute a conoscenza della storia di Adriana, una donna trans che da 17 anni vive in Italia. Da 3 anni, dopo aver perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorno, si è ritrovata  a vivere nell’illegalità, condizione comune a moltissime delle persone migranti che vivono nella penisola. In un sistema legislativo come quello italiano il rilascio del permesso di soggiorno è legato o ad un regolare contratto di lavoro oppure a strumenti che, come il ricongiungimento familiare, restano appannaggio delle sole famiglie eterosessuali e stabiliscono allo stesso tempo l’indissolubilità del legame matrimoniale, che, soprattutto per le donne migranti, diventa condizione unica per rimanere in questo paese.
A seguito di un controllo di polizia in un hotel a Napoli, in cui Adriana si trovava con il suo compagno, e verificata la sua posizione di irregolare, è stata prelevata e portata nel CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) di Brindisi, istituto detentivo riservato agli uomini migranti.                                     
Non siamo a conoscenza dei motivi per i quali le forze dell’ordine si siano presentate nell’albergo: sono state chiamate da qualcuno? Era un controllo di routine? Vista l’assiduità delle retate nei confronti delle sex workers e il pregiudizio per il quale spesso le donne trans vengono automaticamente considerate lavoratrici del sesso, non ci sentiamo di escludere che i controlli siano avvenuti per questo motivo; infatti, nonostante in Italia la prostituzione non costituisca reato, le politiche a difesa del decoro urbano e contro favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, ogni giorno determinano numerosi e violenti rastrellamenti di sex workers, tra le quali numerose donne trans, per le quali il lavoro sessuale è una delle poche opzioni per guadagnarsi da vivere data la transfobia vigente sul mercato del lavoro ufficiale. 
Adriana è reclusa nel CPR di Brindisi da circa un mese; grazie alle sue precedenti relazioni con l’associazione MIT, il 18 di Marzo siamo venut* a conoscenza della sua storia e dello sciopero della fame che stava portando avanti da ormai 8 giorni. Secondo le informazioni diffuse, tra i motivi dello sciopero c’è la negazione della sua identità di genere, motivo per il quale è stata reclusa in un centro di detenzione maschile, con tutto ciò che ne consegue, ossia una costante situazione di violenza psicologica e pericolo per la sua incolumità.         
Le narrazioni dei media di questi giorni ci raccontano solo un aspetto della violenza che Adriana sta vivendo, ossia la pericolosità di essere rinchiusa tra uomini. Noi chiamiamo violenza anche che le sia negato il trattamento ormonale sostitutivo di cui ha bisogno, il cis-sessismo e la transfobia delle istituzioni, che di fatto non riconoscono l’identità delle persone trans, e il razzismo dello stato che criminalizza, rastrella e ingabbia le persone migranti. Vogliamo denunciare il fatto  che la detenzione e il rischio di deportazione a cui Adriana è  sottoposta sono il frutto delle transmisoginia, del cis-sessismo e del  razzismo strutturali che permeano le istituzioni.
Proprio a questo stiamo assistendo con crescente assiduità negli ultimi tempi, anche a causa della circolare del capo della polizia che indicava a numerose prefetture sparse per l’Italia di intensificare i controlli finalizzati al rintraccio di migranti irregolari provenienti dalla Nigeria (https://hurriya.noblogs.org/post/2017/02/01/italy-attention-new-raids-and-deportations-of-nigerian-nationals/); nonché a causa della recente approvazione dei due decreti legge Minniti che, da un lato, fanno della lotta all’immigrazione irregolare un baluardo delle politiche migratorie italiane (D.L. Minniti sull’immigrazione) e dall’altro includono la prostituzione tra i comportamenti da stigmatizzare in quanto lesivi del decoro urbano (D.L. sicurezza urbana).
Quanto accade ad Adriana non è un caso isolato ma la normalità nelle esperienze di detenzione delle persone trans. 
Nei CPR così come nelle carceri, le persone trans sono soggette  a oppressioni specifiche che vanno dall’essere detenute in sé, all’essere migranti (specie nel caso della detenzione nei CPR) e alla negazione dell’identità, motivo per cui queste persone sono detenute nelle sezioni in base al genere assegnato alla nascita e non a quello vissuto/scelto. La prassi è essere recluse in sezioni specifiche o spesso nelle infermerie o in isolamento, dovendo quindi affrontare la pena aggiuntiva della negazione della socialità con le altre persone detenute. La stessa esclusione vissuta nella società viene dunque riprodotta all’interno delle carceri.
La sola differenza tra Adriana e le altre persone trans recluse è che lei ha trovato un canale di comunicazione con l’esterno con cui diffondere la sua lotta e la sua storia.                                                                             
Siamo consapevoli dell’importanza di avere contatti con chi è detenut* perché emerga la sua voce e la narrazione delle resistenze quotidiane che porta avanti, per evitare le vittimizzazioni e le strumentalizzazioni politiche di chi adesso usa queste persone per ergersi a paladino delle soggettività LGBTQI+. A dispetto della lotta che Adriana ha portato avanti per far uscire la sua voce fuori da quelle sbarre,  la sua storia ci sembra essere stata trasformata invece nel caso mediatico attraverso cui, gli stessi politici che hanno contribuito a istituire a suo tempo i centri di detenzione per migranti e che partecipano alla creazione dell’apparato repressivo dello stato, oggi si indignano per la negazione dei diritti delle persone trans nei CPR.                                                       
Proprio queste vittimizzazioni e strumentalizzazioni sono alla base dell’intero sistema d’accoglienza e detenzione delle persone migranti: un sistema che si riproduce e nutre con la differenziazione tra migrante buono da proteggere (il rifugiato che scappa dalla guerra, chi è vittima di tratta) e il migrante cattivo da criminalizzare (i cosiddetti “migranti economici” che, secondo la logica dello stato, sarebbero inclini al compimento di reati, chi non ha documenti in regola, chi per scelta o necessità vive di extralegalità). Un sistema che a fronte di una minima percentuale di persone “accolte”, ne reclude e deporta centinaia ogni mese.
La prima soluzione con cui lo Stato ha pensato di risolvere la faccenda di Adriana è stata metterla in isolamento, costantemente piantonata dalle forze dell’ordine, il chè non ci ha fatto smettere di temere per la sua incolumità perché non riconosciamo loro un ruolo di protezione né vogliamo dimenticare i numerosi casi in tutto il mondo di persone trans aggredite dalla polizia nelle strade e nelle carceri. Successivamente è stato concesso ad Adriana un permesso di soggiorno di 6 mesi per protezione internazionale ma finito questo periodo cosa accadrà? Ci si scalda il cuore alla notizia della sua liberazione ma alla stampa che parla di “reclusione disumana” soltanto per quanto riguarda la detenzione di Adriana rispondiamo che, nonostante lei subisse il peso ulteriore di un’oppressione specifica, quel luogo è disumano per ognuna delle persone che vi vengono rinchiuse.                                                             

Ciò a cui aspiriamo è che tutte le persone recluse nelle carceri o nei CPR vengano liberate. 

Urliamo forte la nostra solidarietà ad Adriana e a chi ogni giorno lotta e resiste in ogni gabbia.

Contro ogni frontiera tra generi e territori

ps: Apprendiamo da fonti giornalistiche (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/872764/la-trans-adriana-dal-cie-di-brindisi-portata-in-sicilia.html) che Adriana è stata di nuovo rinchiusa in un CIE (oggi CPR) questa volta quello di Caltanissetta. Le autorità, infatti, hanno disposto la reclusione a causa dei suoi precedenti penali: l’attuale disciplina legislativa in materia di immigrazione prevede infatti che i richiedenti asilo con precedenti attendano il responso delle Commissioni Territoriali nei CPR. Ancora una volta Adriana è stata rinchiusa in un CIE in cui c’è solo la sezione maschile: sempre per “tutelarne l’incolumità” è stata isolata dagli altri prigionieri e alloggiata in un container. La violenza dello stato sui corpi delle donne è come sempre spietata e la transfobia è chiaramente una colonna portante della violenza di genere e del genere. Contro ogni gabbia e confine tra i territori e i generi.

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2 Aprile FattelaDaTe, giornata delle autoproduzioni @Cagne Sciolte

 

 
Riprende l’appuntamento delle autoproduzioni alle Cagne Sciolte!

Ore 16
*Laboratorio di Serigrafia – noi mettiamo i telai tu porta magliette/mutande/felpe e insieme le serigrafiamo

*Laboratorio di sapone fatto in casa – sapone per l’igiene personale, da bucato e pulizia della casa

Ore 19
Spettacolo teatrale ‘Maria Assunta Locarmine’

Maria Assunta Locarmine ha 38 anni, è di Fontanarosa in Provincia di Avellino, ha due figli, fa la casalinga e vorrebbe tanto partecipare al programma di RAI UNO “Affari Tuoi”. Ha qualche sogno da realizzare ma deve stare allerta perché nei campi Irpini si aggira uno strano lupo a sei zampe affamato di petrolio.
“Affari tuoi”… sì, ma rivolti alla terra, all’acqua, all’aria e alla cura di questi elementi che hanno l’ampio respiro dell’orbita terrestre, del movimento del cosmo e, quindi, di noi stessi.
Maria Assunta Locarmine è una narrazione teatrale che parla di ecologia, di impegno personale e di cambiamenti (parla anche di Cappuccetto Rosso ma con un finale un po’ diverso).
E’ stata pensata per parlare alle piazze, ai bambini, ai distratti, a chi si annoia con i discorsi seri, a chi non ha tempo per la “politica” e per questo contempla il rischio di divertirsi!
Affinchè l’inutile arte del teatro possa avere l’inconveniente di un ascolto leggero e profondo, di passare contenuti che hanno a che fare con la vita e le scelte di ognuno di noi.
Questo progetto teatrale nasce dall’esigenza di parlare «a» e «con» la gente d’Irpinia del progetto di esplorazione per la ricerca di idrocarburi «NUSCO» (approvato nel 2013 all’interno del SEN – Strategia Energetica Nazionale) ma ci siamo rese conto che riguarda molta parte del territorio italiano, che è importante parlarne a quante più persone possibile, singoli e piccole comunità. I territori minacciati della devastazione ambientale sono molti e questo modello di «sviluppo» di cui sono la conseguenza ci riguarda tutti e tutte. Crediamo che nessuno di noi può dirsi esente dal prendere coscienza di ciò che questo significa.
Vogliamo che il nostro spettacolo, oltre che a divertirsi, serva anche a questo.
Solo ciò che passa per le emozioni alberga durevolmente nel pensiero.

Alle 21
Cena vegan

A seguire dj set con
MISS TITILLO – elettroqueerpleasureontherocks

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No fue el fuego, fue el feminicidio estatal!!! Giornata di mobilitazione internazionale davanti alle sedi dell’ambasciata del Guatemala

L’istituto di accoglienza per minori maltrattati, tossicodipendenti o detenuti per reati minori Virgen de la Asuncion di San Josè Pinula sembra essere una struttura tristemente nota in Guatemala.
Nella struttura, abitualmente sovraffollata, erano detenuti 750 minori tra i 14 e i 17 anni a fronte dei 500 posti disponibili. L’otto marzo circa 50 adolescenti sono evase dalla struttura per sottrarsi agli abusi sessuali subiti e alle condizioni di detenzione inaccettabili del centro.
Purtroppo sono state trovate dalle forze dell’ordine, riportate nel centro “d’accoglienza” e punitivamente internate in una sezione della struttura.
Quel che sappiamo è che, una volta lì, per protestare contro quanto stava accadendo, hanno bruciato dei materassi dando vita all’incendio che ha investito tutta l’ala femminile della struttura.
I soccorsi hanno tardato per ben 40 minuti e nell’attesa il personale a sorveglianza non ha aperto le celle , così 29 delle 50 giovani donne in “punizione” sono morte sul colpo, altre 11 poco dopo in ospedale. Centinaia di persone sono ancora in ospedale, quelle che scontavano condanne sono state trasferite in altre strutture detentive, alcune sono state restituite alle famiglie e qualcuno è ancora lì.
Di chi è la resposabilità? dei pompieri? del direttore dell’istituto? del ministro del welfare che poi si è dimesso? delle guardie carcerarie? Perchè la struttura era sovraffollata? Chi ha abusato delle e degli adolescenti rinchius* nel centro?
Rifiutiamo la narrazione dei media piena di retorica e luoghi comuni che diviene strumento del potere per insabbiare i reali motivi della protesta. Nessun giornale,ha ancora nominato questa storia con il suo vero nome : Femminicidio.
Erano anni che in quella struttura le giovani persone recluse denunciavano stupri e maltrattamenti, perchè le istituzioni non sono intervenute? Per noi, la completa resposabilità di quanto accaduto è da attribuirsi alle istituzioni e dunque da considerarsi un Femminicio di Stato .
Primo fra tutti riteniamo responsabile l’attuale presidente del guatemale, Jimmy Morales, che a febbraio mandò l’esercito contro le Women on Waves, organizzazione olandese che pratica l’aborto gratuito su delle navi, approdando nei paesi in cui questa pratica è proibita e trasportando le donne per farle abortire in acque internazionali.
Quelle giovani donne sono state lasciate morire lì affinchè si perpetuasse il potere patriarcale.
Quelle 40 giovani donne sono state uccise per essersi ribellate allo stupro e alle inaccettabili condizioni di detenzione. Sono morte perchè dovevano essere punite per aver provato ad autodeterminarsi, attraverso la fuga.
Tuttavia, lungi da noi esotizzare quanto accaduto. La strage di Stato di San Josè Pinula è un’espressione estremamente violenta di ciò che accade quotidianamente, in ogni parte del mondo, sia per quanto concerne la questione carceraria: abusi sessuali, sovraffollamento e condizioni di vita inaccettabili infatti sono la normalità nella maggior parte delle carceri di tutto il mondo, sia per quanto riguarda l’invisibilizzazione della violenza di e del genere. Per questo, quello stesso otto marzo 2017 le donne di tutto il mondo sono scese in strada e si sono riappropriate di una giornata di lotta per denunciare e combattere la violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme. Il patriarcato non ha confini, per questo aderiamo alla chiamata internazionale di mobilitazione, il 21 marzo alle ore 18 presso le sedi delle Ambasciate del Guatemala.
Sempre accanto a chi lotta
Evadiamo ogni giorno dalla violenza del patriarcato!
Libere tutte!

APPUNTAMENTO
Roma
ore 18.00
Via Giambattista Vico, 20

#nonunadimeno
#PlantónMundialPorLaNinasDeGuatemala

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La Consultoria TransFemminista Queer di Bologna ha una nuova casa

 

Lotto Marzo si avvicina, e ovunque si prepara lo sciopero globale femminista e si mettono a punto gli strumenti per dare vita allo sciopero dei/dai generi!
Come avevamo detto insieme al Sommovimento NazioAnale (https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/) per far strabordare lo sciopero dei/dai generi contro la violenza maschile e di genere, vogliamo vedere spuntare ovunque Consultorie Transfemministe Queer, intese come laboratori permanenti di politicizzazione del genere, della sessualità, del benessere e luoghi di autorganizzazione contro i dispositivi di controllo delle nostre vite e dei nostri corpi.
Oggi la Consultoria Transfemminista Queer di Bologna ha trovato casa in uno spazio liberato dalla speculazione e dalla privatizzazione in una città in cui il deserto sociale avanza insieme alla repressione di ogni spazio di di autorganizzazione! Come scrivono le nostre sorelle a Bologna “La consultoria transfemminista queer è un’infrastruttra per lo sciopero permanente dei e dai generi, un luogo dove ripensare la disidentificazione delle singolarità dai generi obbligatori in forma collettiva, un luogo tutto per sé, autonomo e autogestito, dove far proliferare la produzione di maschilità e femminilità contro-egemoniche e sospendere la riproduzione di Donne e Uomini eterocis, una zona autonoma permanente che renda visibile che un’altra vita è possibile, che rifiutare i ruoli naturalizzati è desiderabile e che la posizione di soggetto maschile egemonico e di femminilità complementare non sono più sostenibili socialmente. Troppo alto il prezzo da pagare in termini di violenza, esclusione delle altre soggettività, complicità con la governance e il comando neoliberale”.
Vogliamo vedere spuntare tante altre consultorie transfemministe queer come spazi e/o fisici nei quali autorganizzarci insieme contro la violenza maschile, l’egemonia bianca, il binarismo cis-genere e l’eterossessualità obbligatoria.

DAJE FORTE!!!!!!
Con amore e rabbia
Cagne_Sciolte

Questo il comunicato della Consultoria Transfemminista Queer di Bologna:
La Consultoria TransFemminista Queer di Bologna prende spazio
Da anni resistiamo alla violenza maschile, di genere e del genere singolarmente nelle case e nello spazio pubblico; negli spazi sociali autogestiti ci siamo costituite in gruppi, collettivi e branchi, ci siamo interconnesse e abbiamo iniziato a praticare altre forme di vita, relazione, sessualità che non riproducono il maschile egemonico, l’eterosessualità obbligatoria, il binarismo cisgenere, la coppia romantica, la famiglia riproduttiva.
Siamo transfemministe, trans*, lesbiche, froce e da oggi rendiamo visibile e mettiamo a disposizione di tutt* una consultoria transfemminista frocia verso lo sciopero femminista globale del Lotto Marzo, risocializzando uno spazio di proprietà pubblica vuoto da anni, destinato a essere svenduto e alienato a privati senza un progetto qualificante per la città, mentre si spacciano per riqualificazione urbana lo sgombero degli spazi sociali, la cementificazione e la gentrificazione che creano solo deserto sociale a favore di interessi speculativi.
Come per le altre esperienze di consultorie autogestite e queersultorie in altre città, non si tratta di un presidio sanitario o di un servizio, ma di un luogo di autorganizzazione in cui occuparci della nostra salute e dei nostri corpi a partire dal piacere, dal desiderio e dalla tra(n)sformazione e non dalla malattia e dalla “funzionalità” da ripristinare o dal controllo biomedico dei corpi e della riproduzione.

Vogliamo scambiarci informazioni ed esperienze.
Vogliamo socializzare pratiche diffuse sul consenso e sulla condivisione di responsabilità rispetto a violenza maschile e molestie.
Vogliamo parlare delle malattie professionali delle precarie e della prevenzione e gestione delle malattie sessualmente trasmissibili che non sono un segreto, una colpa o una punizione.
Vogliamo organizzare la lotta per servizi sanitari efficienti e non più incentrati sull’eterosessualità e sulla maternità obbligatoria, perchè siamo stufe di medici obiettori, di chi ci colpevolizza se vogliamo abortire o prendere la pillola del giorno dopo, stufe di un sistema che infantilizza le/i trans.
Vogliamo lottare al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori del sistema sanitario pubblico che vogliono trasformarlo insieme a noi.
Vogliamo uno spazio in cui discutere in modo orizzontale di sesso, di emozioni, di salute, di come stiamo, delle relazioni fra i generi e di come (dis)educarci alle differenze, alle identità gerarchizzate e naturalizzate; uno spazio per praticare il diritto alla trasformazione personale e politica; dove affermare il senso profondo della nostra legittimità a godere quando, come e con chi vogliamo, anche se ci hanno insegnato che la nostra sessualità è al servizio di quella maschile; la legittimità a esistere e ad affermare il genere che sentiamo più consono ai nostri desideri a prescindere dal sesso anatomico e a ricorrere alle tecnologie che desideriamo per cambiare o non cambiare i nostri caratteri sessuali.

Dalla consultoria transfemminista queer vogliamo organizzare le lotte per il reddito di autodeterminazione, per uscire dalla precarietà e rivendicare il diritto al benessere sociale.
Dalla consultoria prepariamo lo sciopero globale delle donne e lo sciopero dei e dai generi dell’8 marzo organizzato da Non Una di Meno, perché è un percorso in cui abbiamo intrecciato le lotte con tante e tant* unendoci oltre le differenze per convergere verso obiettivi comuni.

Questa è la nostra forma di sciopero, perchè ci è impossibile scioperare in forma classica dato che le tutele e diritti del lavoro non sono mai esistiti o sono saltati completamente per molte di noi, perché ci è impossibile individuare una forma puntuale di sciopero dei e dai due generi obbligatori e normativi e lo intendiamo piuttosto come pratica quotidiana.
Ci prendiamo questo spazio e questo tempo, sottraendolo al lavoro precario, al lavoro di cura, al lavoro gratuito di produzione del genere, alla messa a valore e sfruttamento della nostra favolosità, perché lo sciopero non sia solo sottrazione, ma momento istituente di nuove infrastrutture sociali, di forme di welfare dal basso a partire da una mappatura autogestita di tutti quei bisogni ‘imprevisti’, che non rientrano nelle griglie burocratiche delle istituzioni.
La consultoria transfemminista queer è un’infrastruttra per lo sciopero permanente dei e dai generi, un luogo dove ripensare la disidentificazione delle singolarità dai generi obbligatori in forma collettiva, un luogo tutto per sé, autonomo e autogestito, dove far proliferare la produzione di maschilità e femminilità contro-egemoniche e sospendere la riproduzione di Donne e Uomini eterocis, una zona autonoma permanente che renda visibile che un’altra vita è possibile, che rifiutare i ruoli naturalizzati è desiderabile e che la posizione di soggetto maschile egemonico e di femminilità complementare non sono più sostenibili socialmente. Troppo alto il prezzo da pagare in termini di violenza, esclusione delle altre soggettività, complicità con la governance e il comando neoliberale.

Invitiamo tutte/i/* coloro che condividono questi bisogni e mettono al centro la lotta contro il sessismo e la violenza maschile a partire da sé, dal proprio vissuto e dalla decostruzione dei propri privilegi, a sostenere la Consultoria transfemminista queer e a partecipare all’assemblea di apertura oggi, 5 marzo 2017, alle 18 in via A. Menarini (incrocio via Azzogardino), ad allargare il processo per portarlo nella piazza Lottomarzo e oltre.

Consultoria TransFemminista Queer Bologna

https://consultoriaqueerbologna.noblogs.org/

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Chi è Higui? Siamo tutte noi! Per la libertà di autodifesa dalla violenza del genere

Higui è una compagna lesbica argentina che dall’ottobre 2016 si trova in carcere. La sua colpa secondo la giustizia? Quella di aver ucciso uno dei dieci uomini che – dopo una serie infinita di molestie e aggressioni – un giorno dell’ottobre scorso hanno deciso di aggredirla in strada, molestarla, picchiarla e minacciare di stuprarla per “farla diventare una vera donna”.
Higui si è difesa e uno dei dieci pezzi di merda ci è rimasto secco. È morto. E non ci dispiace. Ci dispiace – in realtà ci fa proprio infuriare – che da quel giorno di ottobre Higui sia chiusa dietro le sbarre di una prigione, privata della sua libertà per essersi difesa da uno stupro di gruppo. Uno di quegli “stupri correttivi” che da sempre gli uomini cisgender usano per riportare sulla “giusta via” chiunque osi divergere dall’eteronorma: donne non abbastanza sottomesse al volere patriarcale, lesbiche da raddrizzare con una bella penetrazione forzata, froci, ovvero uomini non abbastanza virili e selvatici, trans, ovvero persone che scelgono di “tradire” il proprio genere di appartenenza e sfidare il binarismo imposto o intersex, ovvero persone da mutilare chirurgicamente per ricondurle ad uno dei due unici generi socialmente accettati. Ci fa infuriare che questi 9 stronzi rimasti in vita se ne vadano in giro a minacciare la famiglia di Higui e farsi vanto delle proprie gesta.

La solidarietà che vogliamo esprimere a Higui e alle sue compagne di lotta – che da mesi portano avanti una mobilitazione per la sua liberazione che vedrà nella tappa dell’8 marzo un momento di piena espressione della loro rabbia – nasce dal fatto che non vediamo in questo episodio un fatto isolato, lontano da noi. Deriva dal fatto che crediamo nell’autodifesa come pratica di liberazione e di empoderamiento individuale e collettivo, nella sorellanza e nella complicità tra soggetti oppressi come la nostra principale arma per trasformare la rabbia in potenza di liberazione dall’oppressione.

Ogni giorno, le donne vengono uccise e oppresse da uomini che dicono di amarle, ogni giorno soggetti eccedenti rispetto alla norma etero patriarcale vengono forzatamente e inutilmente ricondotti all’ordine eteronormativo che opprime e soffoca le nostre vite.
Chi decide di denunciare le violenze si trova a dover affrontare gli sguardi di scherno, le violenze e la ridicolizzazione delle proprie esperienze da parte delle forze dell’ordine. Le donne che denunciano gli stupri, vengono sottoposte ad una violenza ulteriore nelle aule di tribunale, ad una minuziosa messa in scena della giustizia che preferisce dimostrare quanto la sopravvissuta sia colpevole e causa della violenza subita alla luce delle sue abitudini sessuali, di come si veste, di come ha inteso provocare il suo aggressore facendosi credere consenziente e disponibile (in tal senso la vicenda dello stupro dell’Aquila è assolutamente esemplare seppur in alcun modo isolata, https://ciriguardatutte.noblogs.org/).

L’8 marzo saremo in piazza per lo sciopero globale delle donne (di genere e dai generi), convocato dalla piattaforma Non Una di Meno (https://nonunadimeno.wordpress.com/). Saremo in piazza con tant* altr* contro la violenza di genere e del genere che ci opprime e che vorrebbe ricondurci al ruolo che il sistema eteronormato ha elaborato per noi. Uno sciopero globale che ci permette di connetterci con le lotte che tante altre insieme a noi stanno portando avanti in tutto il mondo. In quelle piazze, le nostre grida e la nostra rabbia saranno anche per Higui e per le sue compagne di lotta.

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi
Higui libera, tutte libere

#NiUnaMenos#VivasNosQueremos#NonUnadiMeno#LottoMarzo

CagneSciolte

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8 GENNAIO _ Gran Mercatino delle Autoproduzioni

Gran ripijone post-natalizio, dalla mattina alla sera allo spazio delle Cagne Sciolte:

Dalle 11 __ Mercatino nel cortile confidando nel sole__ gran galà delle autoproduzioni //// Gran scambione dei regali imbarazzanti: porta i regali di cui vuoi liberarti e accollatene altri altrettanto agghiaccianti

H 13:00 _ Pranzo vegan a cura de* Giardinier* Sovversiv* Roman*

Dalle 16 _ BiskaPromiskua _ dadi, carte, mini-tornei, tombolata degli orrori

H 19 _ Presentazione del libro “Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressione” di e con Lorenzo Gasparrini

H 21 _ Spaghettata a cura delle Cagne Sciolte

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Giornata Presa_A_Benefit per l’autogestione dello spazio
Farà freddo ma ci riscalderemo con i nostri corpi ♥

 

Per partecipare al mercatino:

Ti piace il bricolage e hai casa piena di inutilità da te prodotte? Hai fatto un corso di erboristeria e non sai più a chi regalare saponi? Hai comprato una macchina da cucire e hai usato settordici km di stoffa in tende e grembiuli?

Se ti andasse di portare le tue strepitose creazioni o le tue sensazionali invenzioni non devi far altro che scriverci (in privato su fb o manda una mail a cagnesciolte@bastardi.net)!
Il tavolo e ciò che ti serve per esporre te lo devi portare tu ma sarai accolt da tantissimo aMMore e coccolato con deliziosi pasti! Cosa aspetti?!?
Ricorda solo che ogni prodotto alimentare e non dovrà essere vegan!

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Evento fb: https://www.facebook.com/events/402544813417923/

 

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