Chi è Higui? Siamo tutte noi! Per la libertà di autodifesa dalla violenza del genere

Higui è una compagna lesbica argentina che dall’ottobre 2016 si trova in carcere. La sua colpa secondo la giustizia? Quella di aver ucciso uno dei dieci uomini che – dopo una serie infinita di molestie e aggressioni – un giorno dell’ottobre scorso hanno deciso di aggredirla in strada, molestarla, picchiarla e minacciare di stuprarla per “farla diventare una vera donna”.
Higui si è difesa e uno dei dieci pezzi di merda ci è rimasto secco. È morto. E non ci dispiace. Ci dispiace – in realtà ci fa proprio infuriare – che da quel giorno di ottobre Higui sia chiusa dietro le sbarre di una prigione, privata della sua libertà per essersi difesa da uno stupro di gruppo. Uno di quegli “stupri correttivi” che da sempre gli uomini cisgender usano per riportare sulla “giusta via” chiunque osi divergere dall’eteronorma: donne non abbastanza sottomesse al volere patriarcale, lesbiche da raddrizzare con una bella penetrazione forzata, froci, ovvero uomini non abbastanza virili e selvatici, trans, ovvero persone che scelgono di “tradire” il proprio genere di appartenenza e sfidare il binarismo imposto o intersex, ovvero persone da mutilare chirurgicamente per ricondurle ad uno dei due unici generi socialmente accettati. Ci fa infuriare che questi 9 stronzi rimasti in vita se ne vadano in giro a minacciare la famiglia di Higui e farsi vanto delle proprie gesta.

La solidarietà che vogliamo esprimere a Higui e alle sue compagne di lotta – che da mesi portano avanti una mobilitazione per la sua liberazione che vedrà nella tappa dell’8 marzo un momento di piena espressione della loro rabbia – nasce dal fatto che non vediamo in questo episodio un fatto isolato, lontano da noi. Deriva dal fatto che crediamo nell’autodifesa come pratica di liberazione e di empoderamiento individuale e collettivo, nella sorellanza e nella complicità tra soggetti oppressi come la nostra principale arma per trasformare la rabbia in potenza di liberazione dall’oppressione.

Ogni giorno, le donne vengono uccise e oppresse da uomini che dicono di amarle, ogni giorno soggetti eccedenti rispetto alla norma etero patriarcale vengono forzatamente e inutilmente ricondotti all’ordine eteronormativo che opprime e soffoca le nostre vite.
Chi decide di denunciare le violenze si trova a dover affrontare gli sguardi di scherno, le violenze e la ridicolizzazione delle proprie esperienze da parte delle forze dell’ordine. Le donne che denunciano gli stupri, vengono sottoposte ad una violenza ulteriore nelle aule di tribunale, ad una minuziosa messa in scena della giustizia che preferisce dimostrare quanto la sopravvissuta sia colpevole e causa della violenza subita alla luce delle sue abitudini sessuali, di come si veste, di come ha inteso provocare il suo aggressore facendosi credere consenziente e disponibile (in tal senso la vicenda dello stupro dell’Aquila è assolutamente esemplare seppur in alcun modo isolata, https://ciriguardatutte.noblogs.org/).

L’8 marzo saremo in piazza per lo sciopero globale delle donne (di genere e dai generi), convocato dalla piattaforma Non Una di Meno (https://nonunadimeno.wordpress.com/). Saremo in piazza con tant* altr* contro la violenza di genere e del genere che ci opprime e che vorrebbe ricondurci al ruolo che il sistema eteronormato ha elaborato per noi. Uno sciopero globale che ci permette di connetterci con le lotte che tante altre insieme a noi stanno portando avanti in tutto il mondo. In quelle piazze, le nostre grida e la nostra rabbia saranno anche per Higui e per le sue compagne di lotta.

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi
Higui libera, tutte libere

#NiUnaMenos#VivasNosQueremos#NonUnadiMeno#LottoMarzo

CagneSciolte

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8 GENNAIO _ Gran Mercatino delle Autoproduzioni

Gran ripijone post-natalizio, dalla mattina alla sera allo spazio delle Cagne Sciolte:

Dalle 11 __ Mercatino nel cortile confidando nel sole__ gran galà delle autoproduzioni //// Gran scambione dei regali imbarazzanti: porta i regali di cui vuoi liberarti e accollatene altri altrettanto agghiaccianti

H 13:00 _ Pranzo vegan a cura de* Giardinier* Sovversiv* Roman*

Dalle 16 _ BiskaPromiskua _ dadi, carte, mini-tornei, tombolata degli orrori

H 19 _ Presentazione del libro “Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressione” di e con Lorenzo Gasparrini

H 21 _ Spaghettata a cura delle Cagne Sciolte

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Giornata Presa_A_Benefit per l’autogestione dello spazio
Farà freddo ma ci riscalderemo con i nostri corpi ♥

 

Per partecipare al mercatino:

Ti piace il bricolage e hai casa piena di inutilità da te prodotte? Hai fatto un corso di erboristeria e non sai più a chi regalare saponi? Hai comprato una macchina da cucire e hai usato settordici km di stoffa in tende e grembiuli?

Se ti andasse di portare le tue strepitose creazioni o le tue sensazionali invenzioni non devi far altro che scriverci (in privato su fb o manda una mail a cagnesciolte@bastardi.net)!
Il tavolo e ciò che ti serve per esporre te lo devi portare tu ma sarai accolt da tantissimo aMMore e coccolato con deliziosi pasti! Cosa aspetti?!?
Ricorda solo che ogni prodotto alimentare e non dovrà essere vegan!

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Evento fb: https://www.facebook.com/events/402544813417923/

 

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COMPLECAGNA /// VOL III

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SABATO 17 DICEMBRE //// III COMPLECAGNA

Festeggiamo tutte, tutti e tuttu insieme i tre anni delle Cagne Sciolte
Una serata di danze sgraziate, eccessi sboccacciati, performance liberate e presa a bene. Un turbine di favolosità che si muove insieme verso il sole

Dalle 19 in poi
//cabaret con Genea, Nita, le stamonie Siouxie, Valentina sasso, Bon Bon Rouge, Basaglia Grazie e molte altre sorprese … //
//Cena Vegan//
//Female Trouble Band ft Stella Veloce//
// Mash up ballereccio con Dj Vh//

Benefit autogestione dello spazio e accolli legali

Venite solo se ci amate almeno quanto ci odiate ♥

Cagne Sciolte _ Via Ostiense 137 _ MetroB Garbatella
www.facebook.com/events/325686347818442/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1481195504824112

 

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Verso il 26N_Donne, Froce, Trans, Sex Workers, Femministe e Queer contro la violenza di genere!

Qui sotto trovate un pò di materiale che si può utilizzare verso e durante la manifestazione del 26 novembre! Vi aspettiamo tutt*, vi aspettiamo in tant*!

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26N: Per uno spezzone transfemminista queer al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne

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In moltissime parti del mondo – in Sud America, in Polonia, in Spagna – le donne stanno occupando le strade: femministe, trans*, sex workers, soggettività lgbtqi, tutt* insieme con i propri corpi e le proprie rivendicazioni, incrociano le braccia per dire basta ai femminicidi e alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione. Il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, si scenderà in piazza a Roma con un grande corteo nazionale al grido di “Non una di meno”:  vogliamo esserci come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità.

La violenza maschile contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata. Allo stesso tempo, la nostra esperienza della violenza di genere mette in evidenza i nessi tra violenza maschile, eteronormatività e imposizione del binarismo di sesso-genere.
Come transfemministe queer siamo costantemente in lotta per costruire un mondo libero dalla violenza di genere, la cui enormità è davanti ai nostri occhi ogni giorno con un vero e proprio bollettino di guerra. Ma la violenza non è solo quella rappresentata mediaticamente, non è un elemento disfunzionale rispetto ai presunti normali rapporti tra uomini e donne, non è l’eccezione nel mondo etero-cis-patriarcale, ma è un fenomeno sistemico e strutturale. Al cuore di questa violenza ci sono l’eteronormatività e l’eterosessualità obbligatoria che producono un sistema di generi rigidamente binario, secondo il quale la propria “maschilità” o “femminilità” e i ruoli sociali dipenderebbero dal sesso assegnato alla nascita. In questa cultura, “maschile” e “femminile” sono generi costruiti come opposti, complementari e asimmetrici: tutto ciò che è “femminile” occupa un posto inferiore. Chiunque provi a ribellarsi alla norma che determina quale posto bisogna occupare nel mondo, che sia una donna che sceglie di lasciare il marito violento o un* adolescente che scappa da una famiglia che non le/gli permettere di scegliere liberamente come vivere il genere, la sessualità e i legami affettivi, viene colpit* dalla violenza di questo sistema, viene ricondott* all’ordine e, se continua a ribellarsi, uccis* o suicidat*.

Questa violenza ha una profonda radice patriarcale che cerca continuamente di reimporsi contro l’autonomia delle donne e i percorsi di autodeterminazione di tutte le soggettività che resistono all’eteronormatività e si ribellano al binarismo di genere: perché la matrice della violenza che colpisce le donne – cis, trans*, etero, lesbiche, queer, bi – è la stessa che produce la violenza contro tutte le soggettività che trasgrediscono la norma etero e cis, che si rifiutano di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donne nonostante l’assegnazione alla nascita. Anche in questo senso, diciamo che la violenza di genere è violenza maschile: perché è prodotta dal funzionamento coerente della maschilità egemonica, che si costruisce come naturale e spontanea attraverso la delegittimazione e la repressione di ogni altra forma di mascolinità non normativa, non etero, femminile, lesbica, gay, trans*.
Non si tratta quindi di aggiungere altre soggettività alla lista delle vittime, ma di affermare che la violenza di genere è prodotta dalla violenza DEL genere, dall’imposizione di due sessi-generi normativi a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria, all’interno di una cornice familista e riproduttiva. Questa violenza trova terreno fertile nella centralità sociale attribuita alla famiglia nucleare e alla coppia – intesa come unico luogo legittimo di realizzazione emotiva e di espressione dell’amore e al contempo come spazio eminentemente “privato” (“tra moglie e marito non mettere il dito!”)- e nell’immaginario dell’amore romantico: un immaginario che si nutre di senso del possesso, gelosia, esclusività, annullamento di sé e fusione simbiotica, isolamento nella coppia, non solo produce linfa per la violenza ma finisce anche per legittimarla.

In questo contesto, alla maschilità egemonica fa da contrappunto una femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamate ad aderire, prestandosi più o meno gratuitamente al lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente all’eterosessualità e alla maternità obbligatorie. Proprio a quest’obbligo ha tentato di ricondurci recentemente il fertility day, così come ci provano continuamente gli attacchi alla libertà di scelta (non) riproduttiva messi in atto dai cosiddetti obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, che svuotando di fatto la legge 194 nel nome di un modello e un ruolo femminile destinato alla maternità, mettono a rischio non solo la libertà ma anche la vita stessa delle donne.
Non ci stancheremo mai di ricordare, inoltre, che la violenza del genere, agisce indipendentemente dalla provenienza o dalla cosiddetta “cultura” di chi la compie. Rispediamo quindi al mittente ogni lettura femonazionalista e omonazionalista della violenza contro le donne, che produce degli “altri” razzializzati (migranti, musulmani o terroni che siano), che proietta le proprie strutture eteropartiarcali su altre culture provenienti dal Sud, non solo in senso geografico, rappresentandole come meno “civili” e intrinsecamente violente, tradizionali o arretrate. Le narrazioni razziste della violenza strumentalizzano le nostre lotte per occultare il fatto che la violenza non è esterna e lontana, ma un elemento che struttura tutta la società e solidifica la comunità nazionale.

Contro la violenza del genere e di genere, contro la riproduzione della maschilità egemonica e la complicità con essa, come invito a ribellarsi anche alla femminilità normativa, vogliamo rilanciare la prospettiva dello sciopero dai/dei generi, come pratica di lotta quotidiana, di sottrazione dalle performance binarie dei ruoli di genere socialmente imposti.
Alla centralità sociale della relazione monogamica e all’immaginario romantico ci ribelliamo continuando a costruire e sperimentare molteplici forme di intimità, reti di affetti e di cura non centrate sulla coppia, perché gli affetti e le relazioni sono sempre un fatto politico, non solo quando diventano violente! Se è vero che la violenza di genere si riproduce anche dentro le relazioni non etero e queer, nella misura in cui abbiamo introiettato i codici egemonici e binari della coppia ruolizzata, nei quali siamo stat* cresciut*, risulta ancora più importante – contro ogni forma di etero e omonormatività – riaffermare il desiderio, la pratica e l’importanza politica delle altre intimità e delle forme di relazione e affetto alternative.
Crediamo che non sia possibile vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza tessere fili di connessione tra di noi, senza leggere le intersezioni che ci sono tra l’essere donna, frocia, lesbica, trans*, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona in una società maschile e maschilista, eterosessista e violenta, che cerca con ogni mezzo di incasellarci e ricondurci tutt* all’ordine, nelle case, sul lavoro, a scuola, per strada, nelle relazioni, nelle istituzioni e nei servizi pubblici.
Per questo, abbiamo deciso di costruire uno spezzone transfemminista queer alla manifestazione del 26 novembre, per creare lo spazio e il tempo per incontrarci, riconoscerci e posizionarci le une a fianco de* altr* nella lotta contro la violenza di genere. Perché chi ci vuole divise per disciplinarci ci troverà tutt* insieme a urlare furiose nelle strade e nelle piazze: NiUneMenos!

Per info: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/

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20 Novembre __ Gran BaccAno /// Karaoke Queer

karaokegranbaccano

Domenica 20 Novembre
Gran BaccAno /// Karaoke Queer contro la violenza di genere
– 20:30___ cena vegan
– a seguire Karaoke

A gran richiesta da ogni angolo della città torna il trashissimo karaoke delle Cagne Sciolte!!! Prepara e performa il tuo pezzo forte! Siamo il gender, il potere ci temono ♥

Serata a sostegno del percorso #NonUnaDiMeno
verso la manifestazione nazionale del 26 novembre a Roma
h. 14 P.zza della Repubblica e i tavoli di discussione del 27 novembre

Per info sul percorso #NonUnaDiMeno: https://nonunadimeno.wordpress.com/

@Cagne_Sciolte /// Via Ostiense, 137b /// MetroB_Garbatella
https://www.facebook.com/events/1270255302994739/#

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Ni Una Menos! Vivas nos queremos!

Questo è il documento letto in Plaza de Mayo da uno dei collettivi che sta animando la protesta in Argentina. La traduzione è a cura di semenella

Noi ci fermiamo.
Contro quelli che vogliono fermarci.
Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario.

Noi ci fermiamo.
Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo.
Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure.

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente.

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.
Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Noi scioperiamo.
Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare.

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.
Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità.

Non è stata la droga, sono stati i maschi.
L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia.

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte.

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.
Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province?
Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?
Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro?

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra.

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

** Note **
(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

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Cineperras! films e chiacchiere contro il patriarcato

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Proiezione di films contro il patriarcato

Proiettiamo un film ogni tre settimane, per vedere, pensare insieme, e mettere in discussione le rappresentazioni e gli stereotipi del cinema.

Perché amiamo i film, ma siamo stanchi di vedere solo personaggi e storie costruite dal patriarcato colonialista; non vogliamo più continuare a guardare films realizzati da uomini cis bianchi e privilegiati.

I films, come le produzioni culturali, e come ogni rappresentazione audiovisiva, sono il modo più semplice e veloce, di assimilare e internalizzare gli stereotipi del sistema che rifiutiamo.

E’ molto efficace, non vediamo altre rappresentazioni: i ruoli gerarchici, la supremazia bianca, l’amore romantico, l’eteronormatività ‘naturalizzata’, tutti i binarismi (non solo di genere), la famiglia e le istituzioni totali di reclusione come “buone”, i personaggi femminili che sono decorazioni, i canoni assassini di “bellezza”, gli uomini bianchi eroi, il neocolonialismo europeo o statunitense, capitalismo, il consumo, lo status quo, le forme di vita che servono e i modi di vita che vengono scartati, i corpi utili e corpi superflui… La lista è infinita.

La lista è così lunga che va oltre la nostra immaginazione.

E ‘importante iniziare a vedere films che mettano in discussione tutto questo.

D’altra parte, è anche importante per quanto riguarda il linguaggio e le forme di comunicazione.
I films che hanno diffusione commerciale, utilizzano un linguaggio che infantilizza gli spettatori. Questi stessi films ci insegnano ad essere sciocchi, a pensare il mondo in modo binario: mostrando personaggi che sono solo eroi o che sono solo cattivi. In questo modo, continuiamo a accettare il mondo e la società, in modo automatico e ubbidiente.

Pensiamo invece che Le storie e i personaggi siano costruzioni complesse. Vogliamo trovare films che ci rappresentano un po ‘di più.

Se conoscete dei films che ci corrispondono, siamo aperte alle vostre proposte.

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>> 13 Novembre dalle 18 Aperitivo e proiezioni

“El Trabajo más antiguo de la Humanidad” (“Il Lavoro più antico dell’Umanità”)

Un cortometraggio con una sintesi di ciò che significa essere una prostituta in America Latina oggi.
Un colloquio con una collega attivista di un’organizzazione per i diritti dei lavoratori del sesso a Buenos Aires.

– BORN IN FLAMES (“Nata in Fiamme”), di Lizzie Borden – USA 1983 – ENG SUB ITA

Un film che esplora il razzismo, classismo, sessismo e eterosessismo in una democrazia socialista alternativa, negli Stati Uniti.

>> 4 Dicembre dalle 18 Aperitivo e proiezione

A QUESTION OF SILENCE – DE STILTE ROND CHRISTINE M. (“Il silenzio riguardo Christine M.”), di Marleen Gorris – OLANDA 1982 – DUTCH SUB ITA

Un film sull’oppressione e il controllo patriarcale, il carcere e la psichiatrizzazione, l’autodifesa e la solidarietà femminile.

 

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22 Ottobre__SROTOLARE IL GENERE – Controvisioni e chiacchiere fuori norma

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Sabato 22 Ottobre, per la giornata STP Stop Trans Pathologization, Transmission, Al Borde (a distanza) e Cagne Sciolte e chi più ne ha più ne metta presentano alcuni dei corti prodotti distribuiti da Al Borde.

Mujeres AlBorde è un progetto sud americano che realizza e distribuisce materiale audiovisuale. Dal 2001, ogni anno producono video, storie, documentari che trattano tematiche in relazione a diversità e dissidenza sessuale, per questa serata si tratta in particolare di 4 corti di autonarrazione trans.
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– 18 Aperitivo Vegan
– 20 Proiezione dei corti

Cagne Sciolte_Via Ostiense 137 _ MetroB Garbatella

info:
http://www.stp2012.info/old/it
http://www.mujeresalborde.org/
https://www.facebook.com/events/1087321258054264/

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Grecia – Lettera di rifugiat* LGBTQI+

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Atene, Grecia: Siamo un gruppo di rifugiat* LGBTQI+ . Veniamo da differenti parti del Medio Oriente: alcun* di noi dall’Iraq, alcun* dalla Siria; altr* da Egitto, Yemen e Iran.
Siamo stat* in guerra dallo stesso momento in cui siamo nat*. E siamo stati in fuga  per la maggior parte del tempo delle nostre vite.
I nostri percorsi si sono incrociati in Turchia l’anno scorso, dove tutt* siamo giunt* con la speranza di trovare la pace. Sfortunatamente, come chiunque ha vissuto in Turchia potrà raccontarvi, la vita per una persona LGBTQI+ è un inferno. Ciascun* di noi ha avuto un amic* o conoscente ammazzato, maltrattato o aggredito in Turchia. Abbiamo passato mesi vivendo nella paura costante, prima di decidere di fuggire in Europa.
Il trauma di essere un* rifugiat* è universale; il trauma di essere un* rifugiat* gay, lesbica o trans ha le sue particolarità che raramente le persone prendono in considerazione.
Anche noi abbiamo visto le nostre case rase al suolo; anche noi abbiamo attraversato frontiere pericolose, saltato e tagliato le recinzioni, siamo salit* a bordo di barche fatiscenti e pagato migliaia ai trafficanti – il tutto in cerca di un posto da poter chiamare casa; un posto dove poter restare e sentirci salv*.
Ma, per la maggior parte dei nostri connazionali, la nostra stessa esistenza è un “harām” (ndt: proibito). Non abbiamo avuto una rete di supporto per anni perché, dal momento in cui abbiamo fatto coming out, le nostre famiglie hanno tagliato ogni legame con noi. Abbiamo tutt* sopportato le torture nei nostri paesi di origine. Siamo stat* imprigionat*, picchiat*, umiliat*, aggredit* nelle strade; abbiamo sopportato dolori tremendi quando abbiamo visto o sentito della morte di persone amate. Tutto perché appartenevano alla comunità LGBTQI+  e hanno avuto l’audacia di pensare che avrebbero potuto vivere la loro vita come volevano.
La violenza e l’ingiustizia che sperimentiamo ogni giorno vengono trascurate e raramente riportate alle autorità, che più spesso che no ci maltrattano e ci aggrediscono, conservando il pregiudizio, con atteggiamenti transfobici e omofobici contro di noi.
Non c’è uno spazio “sicuro” per un* rifugiat* LGBTQI+  in Medio Oriente.
Speravamo che l’Europa fosse differente.
Ci sbagliavamo.
In Grecia le autorità ci hanno aggredit* e maltrattat*; siamo stat* ingiustamente imprigionat*, Alcuni volontati delle ONG ci hanno allontanat*; nei campi siamo in pericolo in ogni singolo momento.
Siamo in pericolo a ogni passo sulla strada.
In questo stesso momento, ci sono molt* di noi che stanno vivendo in squallidi campi e hotspot sparsi nel paese; negli squat e negli appartamenti. Sappiamo che siete sol* e spaventat*. Sappiamo di molt* “ospit*” che non lasciano la loro casa per paura di essere stuprat*, attaccat* o aggredit* verbalmente per strada.
Ad ognun* di voi vorremmo dire: Per favore raggiungeteci. Non siete soli.
Sebbene a molt* di noi che firmiamo questa lettera ci sia stato concesso lo status di rifugiat*, cioè sebbene lo stato abbia ammesso formalmente che abbiamo il diritto di ricevere la protezione internazionale per le nostre identità, in quanto persone LGBTQI+ , ha mancato nel fornirci qualcosa di concreto, lasciandoci a cavarcela da sol*.
Come richiedenti asilo abbiamo il diritto all’alloggio, come rifugiat* riconosciut* non abbiamo diritto a niente. Ciò significa che, dato che la maggior parte di noi è povera, potremmo essere lasciat* senza casa in qualsiasi momento. E con una piccola speranza di trovare un lavoro, affrontiamo la dura realtà di morire letteralmente una morta lenta nell’ombra.
Nonostante siamo esaust*, noi vogliamo e, molto più importante, noi abbiamo bisogno di combattere questa realtà triste e pericolosa.
Oggi abbiamo bisogno della vostra solidarietà per aiutare i rifugi per migranti LGBTQI+: per quelli che non si sentono più sicur* nei loro alloggi assegnati.
Abbiamo bisogno della vostra solidarietà per aiutare rifugiat* LGBTQI+ ad avere cibo, vestiti, documenti legali.
E sopratutto, abbiamo bisogno della vostra solidarietà per mantenere alta l’attenzione.
Perché la gente sappia che siamo qui. Che esistiamo. Che lottiamo ogni giorno per sopravvivere.
Che stiamo cercando di costruirci un’esistenza dignitosa e in pace.

Rifugiat* LGBTQI+ di Atene
Il gruppo Rifugiat* LGBTQI+ di Atene
è supportato da LOA, Femin@tre, Notare 26, No Borders

Fonti:

https://www.facebook.com/lgbtqirefugeesingreece/posts/105258669948212

Grecia – Lettera di rifugiat* LGBTQI+

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