Gran Gala di Inaugurazione della Consultoria Transfemminista

Il 25 febbraio siamo lietu di invitarvi tuttu a tagliare il nastro e brindare alla nuova Consultoria Transfemminista di Roma. Durante la serata ci sarà un angolo dedicato interamente a questo progetto dove sarà possibile chiedere info e portare proposte, desideri, chiacchiere e qualsiasi spunto vogliate.

 

Il programma della serata:

  • 18,00 Autoinchiesta*

Che cos’è salute? Che cos’è il corpo? Che ruolo hanno il nostro genere e la nostra sessualità all’interno dei servizi sanitari?
L’autoinchiesta a cui risponderemo tutte e tuttu insieme partirà da domande come queste!

Fare autoinchiesta significa mettere in comune e analizzare le nostre esperienze, i nostri bisogni e desideri, partendo da noi stess*.
L’autoinchiesta consiste nell’elaborazione di una serie di domande cui cerchiamo di dare delle risposte ognunu a partire dalla propria esperienza: questo ci dà la possibilità di riflettere e agire attraverso la condivisione.
Questa pratica non è esclusivamente finalizzata a mappare le esperienze di ciascunu o a delineare un piano di azione, quanto piuttosto a catalizzare, da una parte, la condivisione e la discussione di saperi e strategie e, dall’altra, i processi di soggettivazione per resistere a meccanismi di normalizzazione e appropriazione.

 

  • 20,30 Cena vegan a sottoscrizione della Consultoria
  • A seguire:

– Performance dei Conigli Bianchi
– Performance di Shibari con Red Lily & Ambrita Sunshine

Djset con
Dj Mav (Ritual the Club)
La Curandera

Durante tutta la serata sarà presente:

– info point Hiv-E con distribuzione preservativi gratuiti e possibilità di fare test per Hiv

– Spazio informativo sulla Consultoria Transfemminista, dove chiedere info o portare proposte, bisogni e desideri

 

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16 Dicembre @ Cagne Sciolte – Cagna Maledetta – Cabarè delle cagne senSa talenti – ComplecagnaIV

 

Senti di essere anche tu una Cagna Maledetta?

Quando reciti la poesia di natale, gesù bambino piange?

Quando canti ‘My heart will go on’ ti rispondono i cani di tutto il circondario?

Quando impugni una chitarra, va in autocombustione spontanea per non essere torturata?

Quando dici una poesia si muovono le placche tettoniche vicino alla tomba del Petrarca?

Allora sei la persona che stiamo cercando, sei un@ di noi!

Il 16 dicembre partecipa anche tu al ‘Cagna maledetta’, il festival cabarè delle cagne senSa talenti!

In occasione della QUARTA COMPLECAGNA

vieni e performa la cosa per cui anche il tuo gatto ti ripudierebbe!

FINALMENTE LE LUCI DELLA RIBALTA A CHI NON SA FARE

*****

ore 20 CENA VEGAN
ore 21 CABARE’ SENSA TALENTO
a seguire sorprese —> passa il microfono!

E’ STATO IL GIOIEJJERE!

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8 Dicembre @cagneSciolte FattelaDaTe Vol. 2

Una nuova giornata di autoproduzioni e do it yourself!!

Dalle 16 ci organizzeremo per il CagnaMaledetta: Cabarè de* senza talento che si terrà il 16 Dicembre

Dalle 17 sala da thè, workshop di saponi e serigrafia (porta i tuoi vestiti, troverai telai e vernice!)

Dalle 21 Cena Vegan, chiacchiere e musica

 

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SABATO 25 NOV h10 Presidio al CPR di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo

Da molti anni la propaganda mediatica dei governi dei paesi occidentali proclama che “le nostre donne” sono libere perché hanno gli stessi diritti degli uomini.

Tale rivendicazione viene portata avanti in contrapposizione alla presunta condizione delle donne nei paesi colonizzati, che vivono, nell’immaginario occidentale, una situazione di passività e sottomissione.

Si riafferma ancora una volta il discorso razzista che assegna a noi brave europee il compito di salvare queste “vittime” dalla  barbarie, specialmente se donne, ancor più migranti e/o sex workers.

Di  fatto, a braccetto con questa vocazione salvifica della narrazione imperialista, ci passeggia un sistema eteropatriarcale che dalla vittimizzazione della donna accresce il proprio potere e le proprie forme di dominio e controllo sui corpi, dipingendoli come non in grado di autodeterminarsi e incapaci di assumere il controllo della propria esistenza, e pertanto giustificandone la privazione di libertà in nome della “loro” sicurezza.

Come se un’emancipazione dalla condizione di vittime non fosse neppure immaginabile. Come se non esistessero esperienze di autodifesa collettive e individuali, e ci si potesse soltanto rassegnare alla propria condizione soggettiva.

La riduzione delle donne a vittime, deboli, incoscienti e irrazionali è uno dei presupposti che legittima il patriarcato e funge da spiegazione oggettiva alla sua esistenza. Fondamenta la teoria che le donne siano biologicamente inferiori e dunque le rende soggetti facilmente controllabili e strumentalizzabili.

Come appunto accade nella propaganda partitica e in quella giornalistica, i corpi delle donne rappresentano un territorio da salvaguardare dalle invasioni barbariche. Dove i barbari sono, come sempre, tutti quelli che vivono fuori dai confini dell’impero. Questa visione antica non è un retaggio culturale, ma uno strumento che giustifica e copre gli interessi economici delle guerre imperialiste e delle strette securitarie dei paesi occidentali, come per esempio accade attraverso la propaganda contro l’islam. Dall’altra parte, esso controlla attraverso la paura e l’autorepressione  le donne cui questo discorso giunge forte e chiaro sin da quando sono bambine, cercando di imporre loro la rassegnazione a dover sacrificare libertà e autodeterminazione in nome della  sicurezza.

Personalizzare le esperienze di violenza è una strategia che divide le donne e fa percepire loro le esperienze come atipiche e slegate da quelle delle loro simili. Quindi mina una visione complessiva del fenomeno e di conseguenza una possibile soluzione.

Storie di donne recuperate in mare, donne liberate dalla schiavitù della tratta, storielle commoventi d’integrazione, donne dipinte come povere vittime da compatire, da salvare da questa vita crudele da cui sono scappate, e da accogliere. Così le descrivono i media al soldo delle istituzioni e del potere. Lo stesso potere che ipocritamente piange le 26 ragazze nigeriane arrivate morte a Salerno su un barcone, e che dichiara di voler fare giustizia definendo il fatto come “una tragedia dell’umanità”.

Esiste però un’enorme contraddizione insita in queste parole, narranti le storie individuali di donne migranti. Questa contraddizione rivela due realtà che sembrano opposte, ma che in fondo sono simmetriche e rappresentano le due facce di una stessa medaglia.

Queste donne, infatti, una volta arrivate in Italia vengono istantaneamente oppresse da un meccanismo perverso che le categorizza, le classifica e le rende più facilmente controllabili. Chi decide in quale categoria inserirle e muoverle come pedine da una all’altra  è sempre lo stesso potere centrale che le compatisce  e che vuole salvarle.

Qualcuna viene inclusa in quella che viene chiamata “accoglienza”: un sistema infantilizzante che le rende dipendenti da tutto e per tutto. Le donne che entrano in questo circuito e in questo limbo in attesa di un asilo politico  o una sorta di protezione legale, nel “migliore” dei casi  sono sottoposte a rigide regole che limitano la loro libertà e la loro iniziativa personale.

Se si decide di infrangere queste regole o se chi comanda il “gioco” decide di cambiarle, allora  si passa dalla categoria “inclusa” o “includibile” a quella di indesiderabile, ed ecco che la medaglia si gira ed appaiono i lager di stato, chiamati CENTRI PER IL RIMPATRIO, e chi diceva di voler salvare quelle donne ne diventa l’aguzzino.

Lì dentro sovraffollamento, cibo  avariato, assenza di cure mediche, tranquillanti, pestaggi e persino  l’allagamento della struttura della scorsa settimana

Le donne che finiscono nel Cpr spesso provengono dalle questure,  alle quali si rivolgono per sporgere denuncia per liberarsi dalla violenza dei loro partner, o semplicemente per rinnovare i documenti.

Non deleghiamo allo stato la soluzione a un problema di cui è artefice

Contrastiamo la logica dell’accoglienza e dei centri di detenzione, non rendiamoci complici della violenza e del razzismo di stato.

Solidarizziamo con chi sabota e lotta contro le frontiere e le galere.

APPUNTAMENTO ALLE ORE 10:00 A STAZIONE OSTIENSE PER ANDARE TUTTX INSIEME

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Sabato ci vediamo in piazza!

Siamo la marea che ha attraversato le strade di Roma lo scorso 26 Novembre. Siamo le stesse che l’8 marzo  hanno costruito il primo sciopero globale insieme alle donne di tutto il mondo, dalla Polonia all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Turchia, dalla Spagna al Brasile. Il prossimo 25 Novembre inonderemo di nuovo le strade di Roma, per lanciare un messaggio chiaro: non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme.

In un anno di mobilitazioni, campagne, assemblee nazionali e tematiche, mettendo in rete esperienze e saperi femministi, abbiamo scritto un Piano femminista contro la violenza maschile e di genere, uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione che porteremo in piazza a Roma il 25 novembre. Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista. Per contrastare la violenza maschile e di genere nella sua complessità, non vogliamo più polizia nelle strade e nemmeno assistenza, ma autonomia, libertà e giustizia sociale!

Combattere la violenza maschile e di genere significa mettere in discussione la cultura e i rapporti sociali che la sostengono. Non abbiamo bisogno di tutori o guardiani, non siamo vittime e non ce la siamo cercata. Lottiamo per un cambiamento strutturale, a partire dalla scuola, dal lavoro, dalla salute, dall’amministrazione della giustizia e dai media, pretendiamo il rispetto dei nostri percorsi di libertà e autodeterminazione e della nostra indipendenza. Per questo reclamiamo i mezzi e le risorse per autodeterminarci e scegliere sulle nostre vite.

Il Piano è il nostro programma di lotta contro la violenza patriarcale e capitalistica. Non ci fermeremo di fronte agli stupri e femminicidi quotidiani. Non ci fermeremo fino a quando non otterremo la libertà dalla violenza sessista che viviamo nei posti di lavoro, dalle molestie, dalle discriminazioni e dagli abusi di potere, ma anche quella quotidiana dello sfruttamento e della precarietà. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza che viviamo quando i tagli di bilancio programmati dai governi nazionali ed europei impoveriscono le nostre vite e attaccano i centri antiviolenza e la loro autonomia. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza sui social media e dei giornali, che ci colpevolizzano o vittimizzano silenziandoci.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza del razzismo istituzionale e dei confini, finché gli stupri saranno strumentalizzati per giustificare il razzismo in nome delle donne. Non ci fermeremo finché non saranno abolite le misure istituzionali che di fatto espongono le donne migranti a quotidiane violenze nei campi profughi, come gli accordi bilaterali con Libia e Turchia, e che aggrediscono migranti, prostitute e donne trans in nome di un inaccettabile “decoro”, come le leggi Minniti.

Inonderemo lo spazio pubblico per affermare la determinazione delle nostre rivendicazioni, delle nostre pratiche quotidiane di cambiamento, mutualismo e solidarietà: la forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme.

Saremo nelle strade a lottare per la nostra autonomia. Vogliamo libertà di movimento nelle città e attraverso i confini, il potere di decidere delle nostre vite negli ospedali e nei tribunali, di scegliere il nostro destino fuori da ruoli che ci vengono imposti. Vogliamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, welfare e diritti, per essere libere di scegliere sui nostri corpi e le nostre vite.

Non ci fermeremo: abbiamo un Piano!

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Comunicato del collettivo “Ombre Rosse”

 

 

 

 

 

Riceviamo e con piacere diffondiamo:

Care compagne,

vi scriviamo in seguito alla presentazione del libro ‘’Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione’’ di Rachel Moran, presentato il 12 ottobre alla Casa delle Donne.

Abbiamo deciso proprio in questa sede di portare la nostra testimonianza come sexworker, femministe e altre soggettività transfemministe-queer alleate perché il femminismo stesso ci ha insegnato a non accettare che nessuno parli a nome nostro e perché la pratica dell’autodeterminazione vuole essere realmente la base delle scelte nella nostra vita, al di là che piacciano o meno.

Combattiamo da sempre contro l’oppressione, il sessimo e la violenza sulle donne e non solo. E lo sfruttamento tutto, della prostituzione in particolare, ci trova fermamente schierate contro, come femministe e anticapitaliste.

Per questo abbiamo scelto di venire alla presentazione del libro, perché veniva proposto un pensiero e una verità UNICA che trascende la soggettività della scrittrice (la cui esperienza in sé rispettiamo totalmente) per elevarsi a verità UNICA, calpestando di fatto la nostra dignità di esistere e di poter scegliere, ponendo come base del suo pensiero la negazione chiara ed esplicita del sexwork e definendo come un FALSO MITO l’esistenza di sexworker consapevoli di scegliere.

La sua narrazione infatti vede TUTTI i soggetti i del lavoro sessuale esclusivamente vittime di abuso e di stupro, invisibilizzando e stigmatizzando così le nostre esperienze ed esistenze.

Noi esistiamo e non ci vergogniamo, pensiamo che il femminismo non debba ergersi a giudice morale e detentore di un’unica verità e visione delle cose, dividendo di fatto le donne per bene e le donne per male, ed escludendo vissuti e realtà di tantissime donne che andrebbero riconosciute come soggetti pari, e non solo e non sempre unicamente come vittime.

Proprio in quanto soggettività consapevoli e autodeterminate, abbiamo scelto di prendere parola anche silenziosamente venendo alla presentazione con cartelli e volantini, per testimoniare le nostre esistenze negate dal libro e portare un femminismo che ci vede ALLEATE con la lotta internazionale delle sexworker .

Voleva essere un flash mob di cinque minuti, il tempo di attaccare cartelloni alle pareti e dare volantini, ma come ci siamo alzate siamo state subito insultate e fisicamente portate fuori dalla stanza dandoci delle violente e fasciste: ‘’andate a fare le marchette sul marciapiede!” “Andate a fare le vostre azioni di merda da qualche altra parte… sparite” etc, queste le frasi.

Esprimere dissenso e manifestare le proprie istanze non è fascismo ma pratica politica delle lotte, di quelle femministe nello specifico. Se si è arrivate a questo punto evidentemente è perché c’è bisogno che una parte del femminismo si interroghi sulla sua chiusura e sulle rigidità rispetto a temi come questo.

Auspichiamo che si apra un dibattito davvero inclusivo, ovvero partendo dal riconoscimento del sexwork come lavoro distinto dalla tratta e delle sexworker come soggettività sociali e politiche dignitose e fondamentali per affrontare una discussione che le riguarda in prima persona.

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18/10 Solidarietà Frocia contro la repressione in Egitto

Il 18 ottobre facciamo qualcosa di concreto per LGBTQI d’Egitto, per Alaa e per tutt* le prigioniere/i politiche/i

In Egitto la repressione quotidiana continua ogni giorno più dura. Dalla fine del 2013 sono all’ordine del giorno le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità militari del regime di Al Sisi.

Il 23 settembre scorso, durante il concerto della band libanese Mashrou’ Leila alcune persone hanno sventolato la bandiera rainbow, simbolo delle lotte LGBTQI.
In seguito a questa azione la repressione del regime ha colpito tempestivamente, con arresti e detenzioni, e molte/i sono sotto indagine da parte dei servizi di sicurezza. Finora sono state arrestate più di cinquanta persone, molto giovani, “presunte” appartenenti alla comunità LGBTQI, alcuni hanno già subìto processi sommari con relative condanne, tra cui una persona a sei anni di carcere.

Con la scusa della bandiera rainbow sventolata in pubblico, la polizia effettua perquisizioni e retate nelle case delle persone che hanno manifestato la propria solidarietà alla comunità LGBTQI. Il bilancio per ora è di 57 arresti, 9 condanne già effettuate, 35 procedimenti in corso, 2 persone sotto indagine e 11 persone detenute in luoghi sconosciuti – le sparizioni di persone ‘scomode’ al regime sono la prassi in Egitto.

Ricordiamo che l’Egitto intrattiene con l’Italia e l’Unione Europea relazioni politiche e militari. Recentemente sono stati siglati accordi per il blocco dell’immigrazione verso l’Europa e per la detenzione di persone migranti, essendo l’Egitto uno dei maggiori paesi di origine, transito e arrivo di persone migranti, molte delle quali vogliono raggiungere l’Europa.
Come è possibile stringere accordi con un regime che incarcera, fa sparire e giustizia decine di migliaia di oppositrici e oppositori politici?


Facciamo nostro l’appello rivolto alle comunità LGBTIQ internazionali di manifestare il 18 ottobre di fronte alle Ambasciate e ai Consolati Egiziani in ogni città, per denunciare queste violazioni e fare pressione sul governo egiziano, nonché diffondere la notizia della repressione attraverso i media.

Facciamo anche nostro l’appello per chiedere il rilascio di Alaa Abdel-Fattah il cui appello per una condanna di 5 anni -di cui ha già scontanto 3 anni e mezzo – sarà il giorno dopo.

Il 18 ottobre manifesteremo la nostra solidarietà contro la repressione del regime di Al Sisi.
Invitiamo tutte, tutti e tuttu ad unirsi a noi.
Appuntamento alle ore 18,30 all’entrata del parco di Colle Oppio su via Labicana.

Venite rainbow, favolos* e glitterat*!

#freeLGBTQI
#freeAlaa
Liber* tutti e tutte!!!!

LGBTIQ SOLIDALI CONTRO LA REPRESSIONE

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Violenza, machismo e sessismo vi spazzeremo via!

Pubblichiamo il comunicato scritto dallu compagnu Transfemministe Queer Bari sui gravissimi comportamenti violenti, machisti e sessisti agiti da alcuni “compagni” durante il Pride e la festa successiva.

A seguire, anche il comunicato del Laboratorio Smaschieramenti di Bologna e della Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona di Napoli.

Vogliamo esprimere tutta la nostra rabbia per quello che è successo è tutta la nostra solidarietà all* compagn* che stanno reagendo a tutta questa merda!

A chiunque continua ad agire comportamenti violenti e sessisti all’interno dei movimenti e degli spazi occupati vogliamo dire di fare attenzione perché siamo tant*, siamo arrabbiat* e non vi daremo tregua!

 

Scritti Cozzali di Frocie Indecorose

Quest’anno Bari ha ospitato il Pride regionale. Noi, frocie indecorose, abbiamo deciso di fare una chiamata pubblica per costruire un percorso Pride politico e dal basso, che ha coinvolto soggettività e collettivi baresi alcuni dei quali nuovi alle questioni LGBTQIA.
La giornata del primo luglio è stata teatro di reiterate violenze sessiste e omotransfobiche, fisiche e psicologiche. Le pratiche frocie che abbiamo voluto portare nel Pride, al contrario, fanno leva sulla favolosità dei corpi, sull’ironia e sulla lotta transfemminista queer, che non contempla alcun immaginario machista.
Già dal corteo, ci siamo confrontatu con chi sviliva aggressivamente le nostre pratiche. Abbiamo arginato cori da stadio machisti, vissuto atti di prevaricazione nella gestione e nell’organizzazione dello spezzone e i nostri interventi sul decoro, sull’omonazionalismo, sul pinkwashing e sulla liberazione dei corpi sono stati interrotti da slogan di “compagni” antifa quali ‘siamo tutti figli del turismo sessuale’.
Alla fine del corteo, già scoraggiatu da questi atteggiamenti, ma ancora entusiastu, abbiamo partecipato ad una festa LGBTQIA in una villa privata.
Poco dopo l’inizio della festa, ampiamente partecipata da soggettività varie e favolose, militanti e non, alcuni ”compagni” antifa, già presenti al corteo con le loro pratiche sessiste, convinti che si trattasse della festa organizzata dallo spezzone del Pride e ritrovandosi in una festa privata LGBTQIA, hanno intenzionalmente esercitato violenze omotransfobiche, machiste e sessiste.
Hanno aggredito verbalmente le compagne e le organizzatrici della festa che hanno risposto con il dialogo al loro atteggiamento aggressivo e provocatorio. Hanno reso lo spazio sempre più pericoloso, poiché l’aggressività con il passare del tempo aumentava; per questo motivo le organizzatrici hanno ritenuto non sicuro far cantare una delle ospiti previste per la serata. Noi, favolosità frocie, abbiamo deciso di intervenire per mantenere quello spazio sicuro e safe ma abbiamo ricevuto spintoni, minacce e insulti del tipo ‘lesbica di merda’, ‘quella è veramente brutta, mo’ la meniamo’, ‘io lo so chi sei tu’, ‘bambolina’. Queste persone hanno proseguito la loro violenza, muovendosi sempre in gruppo, aggredendo verbalmente noi, favolosità frocie, le organizzatrici e tutte le altre soggettività LGBTQIA presenti. Le aggressioni erano al grido di ‘io qui ho sborrato ovunque’, ‘ricottare di merda’, ‘lesbica di merda, ve lo metto in culo e vi faccio vedere io’.
La situazione peggiorava e si è deciso di interrompere la festa al fine di liberare lo spazio per non mettere nessunu in ulteriore pericolo. Una compagna stava cercando di dissuadere una cinquantina di persone dall’entrare nella villa per impedire l’ingresso di altra gente quando questi hanno spinto tuttu violentemente all’interno. Le stesse persone hanno insultato e preso a pugni il dj e i suoi amici, che andavano via.
Mentre cercavamo di uscire tuttu dalla villa, abbiamo sentito le sirene della polizia e abbiamo visto queste persone chiuderci il cancello in faccia, sequestrandoci dentro. Siamo state bloccatu con spintoni e mani sulla bocca. Ci è stato detto: “Avete voluto la festa e adesso rimanete qua, per farvi identificare con noi”. La violenza era così forte che, quando a seguito di manganellate sul cancello questo è stato aperto, abbiamo preferito uscire nonostante fuori ci fosse la polizia, di cui non conoscevamo le intenzioni.
Tutti questi attacchi sono arrivati da compagne e “compagni/e” antifasciste/i, alcuni dei/delle quali hanno condiviso con noi il percorso verso il Pride e lo spezzone del primo luglio, e ancor più per questo motivo come soggettività transfemministe queer siamo deluse ma incazzate e abbiamo molto chiare le nostre posizioni politiche.
Siamo statu disconosciutu come soggettività politiche LGBTQIA perché durante la giornata del Pride queste persone si sono appropriate delle nostre parole, dei nostri tempi e delle nostre vertenze, cercando di relegarci a quota rainbow. Non ammettiamo più che nei percorsi politici anticapitalisti, antirazzisti e antifascisti, l’antisessismo sia una lotta da delegare alle compagne, permettendo che queste persone e le loro pratiche machiste siano ancora tollerate.
Non accettiamo di attraversare personalmente e politicamente spazi in cui la difesa dal sessismo debba venire da parte dei compagni maschi cisgender, il cui ruolo è riconosciuto secondo una logica patriarcale. Autodeterminiamo i nostri corpi, le nostre pratiche e gli spazi in cui viviamo senza dover e voler essere protettu da nessuno.
Abbiamo partecipato al Pride di Bari per riportare in piazza la rabbia di chi non si vuole omologare al perbenismo della legge Cirinnà, della famiglia omosessuale ma felice, del diverso ma uguale. Abbiamo partecipato al Pride per dire che rifiutiamo il decreto Minniti e tutte le politiche che attraverso il concetto di decoro vogliono dividere le nostre vite e le nostre lotte. Siamo e continueremo ad essere indecorosu.
Siamo transfemministe queer, siamo anticapitaliste e antirazziste e sappiamo che, mai come in questo periodo storico, non potrà esserci rivoluzione senza intersezionalità delle lotte. Ecco perché abbiamo creduto in una rete ampia e partecipata, che riunisse e facesse dialogare tutte le realtà antagoniste baresi disposte a sfilare al grido di “se questo è il vostro decoro noi faremo schifo”. Abbiamo intessuto relazioni politiche con collettivi e soggettività transfemministe queer terrone, con loro abbiamo costruito e attraversato percorsi politici che non si fermeranno qui. Crediamo ancora nell’intersezionalità e nella non gerarchia delle lotte e nella contaminazione dei percorsi; ma sappiamo che può avvenire solo attraverso una messa in discussione dei propri privilegi, e non siamo più dispostu ad alcuna negoziazione su questo.
Noi queer Trans-femministe baresi non ci fermeremo e continueremo a percorrere le vie di questa città frocizzandola. Non permetteremo a nessuna intimidazione di scalfire la nostra favolosa lotta e la nostra voglia di fare festa. Celebrare ogni giorno il Pride per noi significa creare safe space, reti di legami affettivi dal basso, solidarietà sociali e politiche e resistenza ad una società intrisa di violente ingiustizie. Perché il Pride rimane per noi uno strumento sovversione dell’esistente. Performare questa città è ancora possibile. E lo faremo più convinte che mai.

Transfemministe queer baresi

 

 

Froce, Terrone e Diasporiche Solidali e Incazzatu

Alcuni Pride, ormai, sono feste religiose, che si ripetono regolarmente con la stessa liturgia, per il gusto di stare insieme, ma senza ricordarne neanche le origini; vetrine per grandi e piccoli marchi, carrozzoni depoliticizzati di vecchie associazioni e nuovi avventori. Ma mai avremmo immaginato che proprio nella giornata del Pride dovessimo sopportare le aggressioni e le violenze di chi si attacca ai nostri percorsi politici e poi vuole cancellarci prima come frocie e poi come compagnu.

Come froce, lesbiche, trans* terrone e diasporiche abbiamo scelto di sfilare a Bari, una città dove il Pride non è un rito e la visibilità frocia è ancora una sfida, resa più dura dalle strumentalizzazioni dell’amministrazione comunale e dall’associazionismo mainstream che fanno del decoro e della rispettabilità una loro bandiera. Abbiamo significato politicamente il nostro orizzonte terrone, non come luogo dell’arretratezza, ma come luogo di resistenza al desiderio di normalità della comunità LGBT, al razzismo al decoro, ma anche a nuovi ideali normativi queer. Ma c’è uno specifico che riguarda una città che non è abituata ai pride, rendendola per noi terrone un una piazza significativa da attraversare con le nostre parole e le nostre lotte.

Già durante il corteo abbiamo subito cori che non ci appartengono, slogan che ci offendono, episodi di machismo di cui avremmo dovuto ridiscutere, episodi che abbiamo vissuto come tentativi di invisibilizzazione da parte di chi scende in piazza con noi, ma non ci riconosce come soggetto politico e non comprende che il Pride è uno dei momenti della nostra lotta. Il nostro spezzone non era la somma di percosi politici diversi, ma era espressione della nostra intersezionalità: contro la mercificazione dei pride, l’assimilazione nel capitalismo, contro il razzismo e la normatività della comunità mainstream, contro i confini ed il decoro. Questa è la pratica del transfemminismo queer e non riconoscerlo è solo l’inizio del disconoscimento e delle aggressioni che abbiamo subito; e lo condividiamo senza alcun desiderio vittimista, ma proprio perchè siamo soggetti politici autonomi e resistenti.

È stato quanto è accaduto alla festa la sera stessa a riempirci di rabbia ed obbligarci a un’urgente presa di parola pubblica. Il BPM -Bari Pride Movement, rete cittadina eterogena, composta da soggettività lesbiche e froce e da singolarità e collettivi anticapitalisti, antifascisti, antiproibizionisti- ha rinunciato ad una propria festa, un momento politico di socialità alternativa (che spesso serve anche a rientrare con i costi delle spese affrontate). Ha dovuto rinunciare a malincuore non riconoscendo in città uno spazio sociale, pubblico, gestibile, ma sopratttuto safe per chi vuole sperimentarsi in altre socialità fuori dalla norma, dal machismo e dal mercato. Appena giuntu, prima ancora che potessimo capire a che tipo di evento fossimo, se ci piacesse, se volessimo cambiare qualcosa, ci è stato tolto il tempo, lo spazio e la parola e abbiamo cominciato a subire le prime aggressioni. In quella giornata e in tutti i mesi che l’hanno preceduta ci abbiamo messo la faccia, e proprio per questo siamo subito statu identificatu come i nemici: noi le frocie, noi le femministe, noi, lu compagnu.

Queste aggressioni sono state agite da uomini e donne, persone che abbiamo conosciuto in uno spazio sociale della città e riconoscibili soprattutto come antifasciste. E anche su questo sarebbe opportuno aprire una riflessione.

Il livello dell’aggressione è stato immediatamente altissimo: insulti, minacce, violenze fisiche gravissime, ai danni anche del dj. Mentre ancora cercavamo di lasciare immediatamente un luogo che metteva in pericolo noi e tutte le frocie venute ad una festa frocia nella giornata della lotta frocia, mentre cercavamo di ritirarci senza lasciare nussunu dietro, la struttura militante/militare accorreva a sostegno dei e delle aggressori, per metterci più pressione, farci sentire meno sicuru e festeggiare finalmente la nostra cacciata. Non stiamo qui a recuperare i dettagli di una sera che sempre più assomiglia ad un incubo, ma c’è un momento in particolare che ci preme denunciare ed analizzare per la sua gravità.

Qualcunu di noi era ancora dentro a controllare che nessunu fosse rimastu in pericolo e a scortare una compagna, quando è arrivata la polizia. A quel punto abbiamo cercato di raggiungere l’uscita per non trovarci a doverci difendere in un luogo che già si era mostrato pericoloso per noi. Giuntu al cancello non ci è stato permesso di guadagnare l’uscita: «Avete voluto la festa, adesso vi fate identificare con noi!» e ci è stato sbattuto in faccia. Siamo statu strattonatu, spintonatu, insultato, ci è stata ripetutamente messa la mano davanti alla bocca. La situazione era terrorizzante, le persone in quello spazio minacciavano la nostra incolumità a tal punto che appena si è aperta una breccia ci siamo lanciatu fuori, senza alcuna speranza che fuori potesse essere più sicuro per noi. Chi come noi ha sedimmentato nella propria storia di militante, o direttamente sul proprio corpo, la violenza della polizia, può comprendere bene quanto avessimo temuto per la nostra inclumità all’interno. Intanto fuori rimbombavano i colpi dei manganelli su quello stesso cancello di ferro.

Questa immagine così violenta, purtroppo, per noi non è stata solo una metafora, eppure rappresenta molto bene la violenza con cui i compagni e le compagne con tutti i privilegi etero, cis, ci tappano la bocca, ci rubano le parole, mentre noi davanti affrontiamo la violenza dello Stato, della società, della medicina, del capitalismo… I nostri corpi fuori norma, le oppressioni specifiche che subiamo, spesso multiple e intrecciate, ci rendono vulnerabili, per questo costruiamo spazi sicuri e coraggiosi; allo stesso tempo ci rendono resistenti, perchè lottiamo ogni giorno contro il sessismo nella società, ma anche nei movimenti politici che attraversiamo. E questo dobbiamo metterlo in chiaro per ribadire sin da subito che il paternalismo è l’altro volto del machismo!

I nostri posizionamenti, il nostro essere compagne e compagnu froce, lesbiche, queer, non binari, non è stato solo zittito ma totalmente invisibilizzato. Abbiamo attraversato le strade contro il decoro, rivendicandoci di fare schifo, di essere oscenu e indecorose, ma la nostra insubordinazione verso il decoro, l’assimilazione e lo sfruttamento, non ha mai previsto nè mai prevederà di sacrificare la lotta al sessismo, all’ omotransfobia, alle pratiche machiste, anche del movimento! Siamo scesu in piazza ricordando a gran voce che quello che ci opprime non è solo la retorica antidegrado che mette ancora più ai margini chi già lo è, ma anche il sistema patriarcale e eteronormato che si manifesta in ogni episodio di violenza di genere e del sistema dei generi!

Siamo state messe da parte come una reliquia il giorno dopo la sua ricorrenza; il culmine dell’assurdo era che queste minacce erano pronunciate utilizzando tutte le parole che con una faticosissima pedagogia avevamo portato in questo percorso cittadino: sessismo, omofobia, anticapitalismo queer e pink washing. Non staremo qui a mostrare le spillette militanza collezionate come singolu compagnu e come movimento transfemminsita queer; la pratica machista di “a-chi-ce-l’-ha-più-lungo” ci fa schifo, non dobbiamo giustificare la nostra presenza, dimostrare la nostra militanza, legittimare la nostra storia a chi, credendosi Compagno (maiuscolo), non riconosce nessun altru soggetto politico, nessuna altra lotta, nessuna altra pratica. La nostra radicalità l’avevamo appena portata in piazza poche ore prima.

Non solo metaforicamente hanno provato a tapparci la bocca,ma anche se ci metteremo del tempo ad elaborare questo trauma, sin da subito non staremo zittu; continuiamo ad elaborare quanto è accaduto con le compagne di Bari, a riflettere sulle pratiche, a cospirare insieme a chi su quel territorio continuerà a lottare e a tessere reti di resistenza e autonomia transfemministaqueer. Già il nostro striscione parlava chiaro “Veniteci dietro”; invece hanno voluto anche lo striscione, mettersi davanti, ma senza stapparsi il buco del culo e buttare fuori tutta la merda machista di cui hanno piena la pancia. Perchè noi non ascriviamo ciò che è accaduto al comportamento dei singoli e delle singole, reputiamo che sia una questione di pratiche che trovano tetto e nutrimento in molti spazi occupati che credono di essere liberati, senza riconoscere i propri privilegi,senza mettere in discussione delle pratiche che continuano a guardare alla maschilità egemonica come l’unico modello per contrastare quello attuale. Il tempo della pedagogia è finito, la merda sessista non deve avere più agibilità politica nel movimento.

Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli

Laboratorio Smaschieramenti

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Torino: la nostra rabbia non si compra!

Riceviamo e diffondiamo

LA NOSTRA RABBIA NON E’ UN FESTIVAL NE’ UNA PARATA…

Questa notte delle scritte sono apparse a Torino. E’ la nostra rabbia a
riempire i muri dell’autocelebrazione del Lovers Film Festival e del
Piemonte Pride 2017.

Gli organizzatori di questi eventi hanno intessuto alleanze politiche
con chi governa questa città, svendendo la carica sovversiva dei corpi
froci al migliore offerente.

Sta notte delle scritte sono apparse davanti al Cinema Massimo (location
del film festival), in piazza palazzo di città, sede del comune,
partner istituzionale di entrambe le iniziative, e sui muri del deposito
della GTT, sponsor del Piemonte Pride 2017, di Corso Trapani.

“Queering the borders” è il claim del Lovers Film Festival. “A corpo
libero” lo slogan del pride. “Diritti oltre il confine” si chiamava lo
spazio del Coordinamento Torino Pride al Salone del libro di quest’anno.
La strumentalizzazione in chiave pubblicitaria dei corpi razzializzati
è talmente evidente che si palesa agli occhi di tutt*. Eppure pare che
bisogni sottolinearlo nuovamente e fermamente. E’ per questo che sulle
mura sono apparse scritte quali “i confini non sono un claim: fuoco ai
cie”.

Venerdì 16 giugno, oggi, sta sera, il Coordinamento Torino Pride
organizzerà un evento al Lovers Film Festival sulla situazione
dell’omofobia e dell’attivismo LGBT in Russia e Cecenia. Eccolo il loro
“sofisticato” giochino xenofobo. Essi si ergono, a braccetto con le
istituzioni che governano questa città, a paladini dei diritti umani,
“sofferenti” promotori della lotta all’omofobia nel mondo. Eppure il
loro silenzio rispetto alle dinamiche violente e discriminatorie che si
palesano nella nostra città è altrettanto rumoroso quanto le parole
che spendono nel costruire gli spettri simbolici dell’omofobia in coloro
che etichettano come incivili: una volta la Russia, una volta la
religione musulmana, il continente africano o “il caso della Cecenia”.
Facile meccanismo xenofobo che permette ai “nostri fedeli paladini dei
diritti umani” di autoproclamarsi civilizzati, e segnare così una
distanza da una supposta alterità omofoba, guarda caso sempre non
italiana. Non ci stupisce che questi “paladini dei diritti umani” non
abbiano mai avuto una presa di posizione reale e situata per le persone
trans* rinchiuse in carcere e nei cie/cpr. Non ci sembra che abbiano
speso una parola nel problematizzare l’intersezione della violenza del
genere e dei confini, della violenza della norma eterosessuale e quella
dei sistemi carcerari. Non ci sembra che nessuno abbia problematizzato
il proprio privilegio e decostruito il sistema neoliberale nel quale
sguazza beato chiedendo più diritti per sé e dimenticando la violenza
di stato sui corpi non normati, non bianchi, non italiani, non hipster
ai festival, non servi del governo cittadino pentastellato…

E se voi giovani rampolli della Torino artistica gay da pubblicità
aveste per caso pensato che per tenere a bada la nostra rabbia bastasse
rifiutare i fondi offerti dall’ambasciata israeliana, sappiate che non
ci avete raggirati, non a noi. Non entreremo mai nella vostra dinamica.
Infatti non c’è bisogno di andare in Israele per vedere il Pinkwashing
[strategia volta a nascondere o occultare gli abusi e le violenze delle
istituzioni e delle aziende, dando una visione delle stesse come attente
ai diritti lgbt, quindi “buone”]. Esso è qui e agisce attraverso voi,
organizzatori del Lovers Film Festival e del Piemonte Pride 2017. E’
attraverso di voi che l’amministrazione pentastellata della città tenta
di ripulire la propria immagine, oscurando il suo reale agire, ed
ergendosi a “promotori dei diritti umani”. Non ci stupisce quindi la
strategia di non farsi più finanziare dall’ambasciata israeliana, dopo
le forti critiche ricevute dal festival negli ultimi tempi.
Non ci stupisce nemmeno vedere i manifesti “pubblicitari” del festival e
del pride pieni zeppi di linguaggi e sigle che puntano a una apparente
inclusione delle soggettività “altre”, non aderenti all’usuale discorso
normativo lgbt. Ribadiamo qui, se non fosse chiaro, che questo goffo
tentativo assimilazionista rivela tutta la sua fallacità nel momento
stesso in cui ogni radicalità dei discorsi froci non mainstream viene
appiattita a mero slogan pubblicitario e svuotata di ogni contenuto.

Noi non siamo qui a rivendicare etichette, ma pratiche. Non siamo qui a
rivendicare nomi e categorie, ma idee e rabbia. Non siamo qui a servirvi
sul vassoio d’argento l’ennesima sigla alla moda, siamo qui a
distruggere ogni vostro angolo di marketing.

E’ per questo che dinanzi al Cinema Massimo è apparsa una scritta che
vi ricorda che “la nostra rabbia non è un festival” e sui muri della
GTT, sponsor del pride: “la nostra rabbia non si compra”.

Chiara Appendino, aprirà il corteo del Pride di quest’anno. La stessa
persona che poche settimane fa si è complimentata con il pm Rinaudo per
gli arresti all’Asilo occupato. Rinaudo: pm in prima fila per i processi
contro i No Tav. Noi frocie arrabbiate rimaniamo in solidarietà con gli
arrestati e con chi lotta. Sempre contro chi svende la carica sovversiva
dei nostri corpi froci al migliore offerente.

Piazza palazzo di città, dinanzi al comune, si sveglierà sta mattina
ricoperta dalla scritta “rabbia frocia”, che vi ricordi che i nostri
corpi non sono strumenti utilizzabili per le vostre politiche.

CONTRO LA VOSTRA RETORICA DEI CORPI LIBERI, DEI DIRITTI UMANI E DEL
QUEERING THE BORDERS… PORTIAMO LA NOSTRA RABBIA IN STRADA!

….RABBIA FROCIA

 

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2 giugno///Gran Fieston del Sommovimento NazioAnale

 

In occasione della 3 giorni del Sommovimento NazioAnale abbiamo deciso di fare festa tuttu insieme allo spazio delle Cagne Sciolte il 2 giugno e dissacrare la festa della repubblica italiana. Al posto delle parate militari i nostri corpi strabordanti e goduriosi.

@20:30__cena vegan
@djset con la super Miss_Titillo
@ WARBEAR (GEGEN BERLIN) __ ALLNIGHTER

Chi non viene è amic* di Minniti

 

 

 

 

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