COMPLECAGNA /// VOL III

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SABATO 17 DICEMBRE //// III COMPLECAGNA

Festeggiamo tutte, tutti e tuttu insieme i tre anni delle Cagne Sciolte
Una serata di danze sgraziate, eccessi sboccacciati, performance liberate e presa a bene. Un turbine di favolosità che si muove insieme verso il sole

Dalle 19____ cabaret, musica, cena vegan, djset
Benefit autogestione dello spazio e accolli legali

Venite solo se ci amate almeno quanto ci odiate ♥

////StayTuned per programma dettagliato///

Cagne Sciolte _ Via Ostiense 137 _ MetroB Garbatella
www.facebook.com/events/325686347818442/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1481195504824112

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Verso il 26N_Donne, Froce, Trans, Sex Workers, Femministe e Queer contro la violenza di genere!

Qui sotto trovate un pò di materiale che si può utilizzare verso e durante la manifestazione del 26 novembre! Vi aspettiamo tutt*, vi aspettiamo in tant*!

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26N: Per uno spezzone transfemminista queer al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne

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In moltissime parti del mondo – in Sud America, in Polonia, in Spagna – le donne stanno occupando le strade: femministe, trans*, sex workers, soggettività lgbtqi, tutt* insieme con i propri corpi e le proprie rivendicazioni, incrociano le braccia per dire basta ai femminicidi e alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione. Il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, si scenderà in piazza a Roma con un grande corteo nazionale al grido di “Non una di meno”:  vogliamo esserci come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità.

La violenza maschile contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata. Allo stesso tempo, la nostra esperienza della violenza di genere mette in evidenza i nessi tra violenza maschile, eteronormatività e imposizione del binarismo di sesso-genere.
Come transfemministe queer siamo costantemente in lotta per costruire un mondo libero dalla violenza di genere, la cui enormità è davanti ai nostri occhi ogni giorno con un vero e proprio bollettino di guerra. Ma la violenza non è solo quella rappresentata mediaticamente, non è un elemento disfunzionale rispetto ai presunti normali rapporti tra uomini e donne, non è l’eccezione nel mondo etero-cis-patriarcale, ma è un fenomeno sistemico e strutturale. Al cuore di questa violenza ci sono l’eteronormatività e l’eterosessualità obbligatoria che producono un sistema di generi rigidamente binario, secondo il quale la propria “maschilità” o “femminilità” e i ruoli sociali dipenderebbero dal sesso assegnato alla nascita. In questa cultura, “maschile” e “femminile” sono generi costruiti come opposti, complementari e asimmetrici: tutto ciò che è “femminile” occupa un posto inferiore. Chiunque provi a ribellarsi alla norma che determina quale posto bisogna occupare nel mondo, che sia una donna che sceglie di lasciare il marito violento o un* adolescente che scappa da una famiglia che non le/gli permettere di scegliere liberamente come vivere il genere, la sessualità e i legami affettivi, viene colpit* dalla violenza di questo sistema, viene ricondott* all’ordine e, se continua a ribellarsi, uccis* o suicidat*.

Questa violenza ha una profonda radice patriarcale che cerca continuamente di reimporsi contro l’autonomia delle donne e i percorsi di autodeterminazione di tutte le soggettività che resistono all’eteronormatività e si ribellano al binarismo di genere: perché la matrice della violenza che colpisce le donne – cis, trans*, etero, lesbiche, queer, bi – è la stessa che produce la violenza contro tutte le soggettività che trasgrediscono la norma etero e cis, che si rifiutano di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donne nonostante l’assegnazione alla nascita. Anche in questo senso, diciamo che la violenza di genere è violenza maschile: perché è prodotta dal funzionamento coerente della maschilità egemonica, che si costruisce come naturale e spontanea attraverso la delegittimazione e la repressione di ogni altra forma di mascolinità non normativa, non etero, femminile, lesbica, gay, trans*.
Non si tratta quindi di aggiungere altre soggettività alla lista delle vittime, ma di affermare che la violenza di genere è prodotta dalla violenza DEL genere, dall’imposizione di due sessi-generi normativi a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria, all’interno di una cornice familista e riproduttiva. Questa violenza trova terreno fertile nella centralità sociale attribuita alla famiglia nucleare e alla coppia – intesa come unico luogo legittimo di realizzazione emotiva e di espressione dell’amore e al contempo come spazio eminentemente “privato” (“tra moglie e marito non mettere il dito!”)- e nell’immaginario dell’amore romantico: un immaginario che si nutre di senso del possesso, gelosia, esclusività, annullamento di sé e fusione simbiotica, isolamento nella coppia, non solo produce linfa per la violenza ma finisce anche per legittimarla.

In questo contesto, alla maschilità egemonica fa da contrappunto una femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamate ad aderire, prestandosi più o meno gratuitamente al lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente all’eterosessualità e alla maternità obbligatorie. Proprio a quest’obbligo ha tentato di ricondurci recentemente il fertility day, così come ci provano continuamente gli attacchi alla libertà di scelta (non) riproduttiva messi in atto dai cosiddetti obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, che svuotando di fatto la legge 194 nel nome di un modello e un ruolo femminile destinato alla maternità, mettono a rischio non solo la libertà ma anche la vita stessa delle donne.
Non ci stancheremo mai di ricordare, inoltre, che la violenza del genere, agisce indipendentemente dalla provenienza o dalla cosiddetta “cultura” di chi la compie. Rispediamo quindi al mittente ogni lettura femonazionalista e omonazionalista della violenza contro le donne, che produce degli “altri” razzializzati (migranti, musulmani o terroni che siano), che proietta le proprie strutture eteropartiarcali su altre culture provenienti dal Sud, non solo in senso geografico, rappresentandole come meno “civili” e intrinsecamente violente, tradizionali o arretrate. Le narrazioni razziste della violenza strumentalizzano le nostre lotte per occultare il fatto che la violenza non è esterna e lontana, ma un elemento che struttura tutta la società e solidifica la comunità nazionale.

Contro la violenza del genere e di genere, contro la riproduzione della maschilità egemonica e la complicità con essa, come invito a ribellarsi anche alla femminilità normativa, vogliamo rilanciare la prospettiva dello sciopero dai/dei generi, come pratica di lotta quotidiana, di sottrazione dalle performance binarie dei ruoli di genere socialmente imposti.
Alla centralità sociale della relazione monogamica e all’immaginario romantico ci ribelliamo continuando a costruire e sperimentare molteplici forme di intimità, reti di affetti e di cura non centrate sulla coppia, perché gli affetti e le relazioni sono sempre un fatto politico, non solo quando diventano violente! Se è vero che la violenza di genere si riproduce anche dentro le relazioni non etero e queer, nella misura in cui abbiamo introiettato i codici egemonici e binari della coppia ruolizzata, nei quali siamo stat* cresciut*, risulta ancora più importante – contro ogni forma di etero e omonormatività – riaffermare il desiderio, la pratica e l’importanza politica delle altre intimità e delle forme di relazione e affetto alternative.
Crediamo che non sia possibile vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza tessere fili di connessione tra di noi, senza leggere le intersezioni che ci sono tra l’essere donna, frocia, lesbica, trans*, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona in una società maschile e maschilista, eterosessista e violenta, che cerca con ogni mezzo di incasellarci e ricondurci tutt* all’ordine, nelle case, sul lavoro, a scuola, per strada, nelle relazioni, nelle istituzioni e nei servizi pubblici.
Per questo, abbiamo deciso di costruire uno spezzone transfemminista queer alla manifestazione del 26 novembre, per creare lo spazio e il tempo per incontrarci, riconoscerci e posizionarci le une a fianco de* altr* nella lotta contro la violenza di genere. Perché chi ci vuole divise per disciplinarci ci troverà tutt* insieme a urlare furiose nelle strade e nelle piazze: NiUneMenos!

Per info: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/

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20 Novembre __ Gran BaccAno /// Karaoke Queer

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Domenica 20 Novembre
Gran BaccAno /// Karaoke Queer contro la violenza di genere
– 20:30___ cena vegan
– a seguire Karaoke

A gran richiesta da ogni angolo della città torna il trashissimo karaoke delle Cagne Sciolte!!! Prepara e performa il tuo pezzo forte! Siamo il gender, il potere ci temono ♥

Serata a sostegno del percorso #NonUnaDiMeno
verso la manifestazione nazionale del 26 novembre a Roma
h. 14 P.zza della Repubblica e i tavoli di discussione del 27 novembre

Per info sul percorso #NonUnaDiMeno: https://nonunadimeno.wordpress.com/

@Cagne_Sciolte /// Via Ostiense, 137b /// MetroB_Garbatella
https://www.facebook.com/events/1270255302994739/#

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Ni Una Menos! Vivas nos queremos!

Questo è il documento letto in Plaza de Mayo da uno dei collettivi che sta animando la protesta in Argentina. La traduzione è a cura di semenella

Noi ci fermiamo.
Contro quelli che vogliono fermarci.
Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario.

Noi ci fermiamo.
Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo.
Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure.

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente.

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.
Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Noi scioperiamo.
Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare.

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.
Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità.

Non è stata la droga, sono stati i maschi.
L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia.

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte.

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.
Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province?
Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?
Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro?

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra.

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

** Note **
(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

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Cineperras! films e chiacchiere contro il patriarcato

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Proiezione di films contro il patriarcato

Proiettiamo un film ogni tre settimane, per vedere, pensare insieme, e mettere in discussione le rappresentazioni e gli stereotipi del cinema.

Perché amiamo i film, ma siamo stanchi di vedere solo personaggi e storie costruite dal patriarcato colonialista; non vogliamo più continuare a guardare films realizzati da uomini cis bianchi e privilegiati.

I films, come le produzioni culturali, e come ogni rappresentazione audiovisiva, sono il modo più semplice e veloce, di assimilare e internalizzare gli stereotipi del sistema che rifiutiamo.

E’ molto efficace, non vediamo altre rappresentazioni: i ruoli gerarchici, la supremazia bianca, l’amore romantico, l’eteronormatività ‘naturalizzata’, tutti i binarismi (non solo di genere), la famiglia e le istituzioni totali di reclusione come “buone”, i personaggi femminili che sono decorazioni, i canoni assassini di “bellezza”, gli uomini bianchi eroi, il neocolonialismo europeo o statunitense, capitalismo, il consumo, lo status quo, le forme di vita che servono e i modi di vita che vengono scartati, i corpi utili e corpi superflui… La lista è infinita.

La lista è così lunga che va oltre la nostra immaginazione.

E ‘importante iniziare a vedere films che mettano in discussione tutto questo.

D’altra parte, è anche importante per quanto riguarda il linguaggio e le forme di comunicazione.
I films che hanno diffusione commerciale, utilizzano un linguaggio che infantilizza gli spettatori. Questi stessi films ci insegnano ad essere sciocchi, a pensare il mondo in modo binario: mostrando personaggi che sono solo eroi o che sono solo cattivi. In questo modo, continuiamo a accettare il mondo e la società, in modo automatico e ubbidiente.

Pensiamo invece che Le storie e i personaggi siano costruzioni complesse. Vogliamo trovare films che ci rappresentano un po ‘di più.

Se conoscete dei films che ci corrispondono, siamo aperte alle vostre proposte.

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>> 13 Novembre dalle 18 Aperitivo e proiezioni

“El Trabajo más antiguo de la Humanidad” (“Il Lavoro più antico dell’Umanità”)

Un cortometraggio con una sintesi di ciò che significa essere una prostituta in America Latina oggi.
Un colloquio con una collega attivista di un’organizzazione per i diritti dei lavoratori del sesso a Buenos Aires.

– BORN IN FLAMES (“Nata in Fiamme”), di Lizzie Borden – USA 1983 – ENG SUB ITA

Un film che esplora il razzismo, classismo, sessismo e eterosessismo in una democrazia socialista alternativa, negli Stati Uniti.

>> 4 Dicembre dalle 18 Aperitivo e proiezione

A QUESTION OF SILENCE – DE STILTE ROND CHRISTINE M. (“Il silenzio riguardo Christine M.”), di Marleen Gorris – OLANDA 1982 – DUTCH SUB ITA

Un film sull’oppressione e il controllo patriarcale, il carcere e la psichiatrizzazione, l’autodifesa e la solidarietà femminile.

 

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22 Ottobre__SROTOLARE IL GENERE – Controvisioni e chiacchiere fuori norma

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Sabato 22 Ottobre, per la giornata STP Stop Trans Pathologization, Transmission, Al Borde (a distanza) e Cagne Sciolte e chi più ne ha più ne metta presentano alcuni dei corti prodotti distribuiti da Al Borde.

Mujeres AlBorde è un progetto sud americano che realizza e distribuisce materiale audiovisuale. Dal 2001, ogni anno producono video, storie, documentari che trattano tematiche in relazione a diversità e dissidenza sessuale, per questa serata si tratta in particolare di 4 corti di autonarrazione trans.
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– 18 Aperitivo Vegan
– 20 Proiezione dei corti

Cagne Sciolte_Via Ostiense 137 _ MetroB Garbatella

info:
http://www.stp2012.info/old/it
http://www.mujeresalborde.org/
https://www.facebook.com/events/1087321258054264/

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Grecia – Lettera di rifugiat* LGBTQI+

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Atene, Grecia: Siamo un gruppo di rifugiat* LGBTQI+ . Veniamo da differenti parti del Medio Oriente: alcun* di noi dall’Iraq, alcun* dalla Siria; altr* da Egitto, Yemen e Iran.
Siamo stat* in guerra dallo stesso momento in cui siamo nat*. E siamo stati in fuga  per la maggior parte del tempo delle nostre vite.
I nostri percorsi si sono incrociati in Turchia l’anno scorso, dove tutt* siamo giunt* con la speranza di trovare la pace. Sfortunatamente, come chiunque ha vissuto in Turchia potrà raccontarvi, la vita per una persona LGBTQI+ è un inferno. Ciascun* di noi ha avuto un amic* o conoscente ammazzato, maltrattato o aggredito in Turchia. Abbiamo passato mesi vivendo nella paura costante, prima di decidere di fuggire in Europa.
Il trauma di essere un* rifugiat* è universale; il trauma di essere un* rifugiat* gay, lesbica o trans ha le sue particolarità che raramente le persone prendono in considerazione.
Anche noi abbiamo visto le nostre case rase al suolo; anche noi abbiamo attraversato frontiere pericolose, saltato e tagliato le recinzioni, siamo salit* a bordo di barche fatiscenti e pagato migliaia ai trafficanti – il tutto in cerca di un posto da poter chiamare casa; un posto dove poter restare e sentirci salv*.
Ma, per la maggior parte dei nostri connazionali, la nostra stessa esistenza è un “harām” (ndt: proibito). Non abbiamo avuto una rete di supporto per anni perché, dal momento in cui abbiamo fatto coming out, le nostre famiglie hanno tagliato ogni legame con noi. Abbiamo tutt* sopportato le torture nei nostri paesi di origine. Siamo stat* imprigionat*, picchiat*, umiliat*, aggredit* nelle strade; abbiamo sopportato dolori tremendi quando abbiamo visto o sentito della morte di persone amate. Tutto perché appartenevano alla comunità LGBTQI+  e hanno avuto l’audacia di pensare che avrebbero potuto vivere la loro vita come volevano.
La violenza e l’ingiustizia che sperimentiamo ogni giorno vengono trascurate e raramente riportate alle autorità, che più spesso che no ci maltrattano e ci aggrediscono, conservando il pregiudizio, con atteggiamenti transfobici e omofobici contro di noi.
Non c’è uno spazio “sicuro” per un* rifugiat* LGBTQI+  in Medio Oriente.
Speravamo che l’Europa fosse differente.
Ci sbagliavamo.
In Grecia le autorità ci hanno aggredit* e maltrattat*; siamo stat* ingiustamente imprigionat*, Alcuni volontati delle ONG ci hanno allontanat*; nei campi siamo in pericolo in ogni singolo momento.
Siamo in pericolo a ogni passo sulla strada.
In questo stesso momento, ci sono molt* di noi che stanno vivendo in squallidi campi e hotspot sparsi nel paese; negli squat e negli appartamenti. Sappiamo che siete sol* e spaventat*. Sappiamo di molt* “ospit*” che non lasciano la loro casa per paura di essere stuprat*, attaccat* o aggredit* verbalmente per strada.
Ad ognun* di voi vorremmo dire: Per favore raggiungeteci. Non siete soli.
Sebbene a molt* di noi che firmiamo questa lettera ci sia stato concesso lo status di rifugiat*, cioè sebbene lo stato abbia ammesso formalmente che abbiamo il diritto di ricevere la protezione internazionale per le nostre identità, in quanto persone LGBTQI+ , ha mancato nel fornirci qualcosa di concreto, lasciandoci a cavarcela da sol*.
Come richiedenti asilo abbiamo il diritto all’alloggio, come rifugiat* riconosciut* non abbiamo diritto a niente. Ciò significa che, dato che la maggior parte di noi è povera, potremmo essere lasciat* senza casa in qualsiasi momento. E con una piccola speranza di trovare un lavoro, affrontiamo la dura realtà di morire letteralmente una morta lenta nell’ombra.
Nonostante siamo esaust*, noi vogliamo e, molto più importante, noi abbiamo bisogno di combattere questa realtà triste e pericolosa.
Oggi abbiamo bisogno della vostra solidarietà per aiutare i rifugi per migranti LGBTQI+: per quelli che non si sentono più sicur* nei loro alloggi assegnati.
Abbiamo bisogno della vostra solidarietà per aiutare rifugiat* LGBTQI+ ad avere cibo, vestiti, documenti legali.
E sopratutto, abbiamo bisogno della vostra solidarietà per mantenere alta l’attenzione.
Perché la gente sappia che siamo qui. Che esistiamo. Che lottiamo ogni giorno per sopravvivere.
Che stiamo cercando di costruirci un’esistenza dignitosa e in pace.

Rifugiat* LGBTQI+ di Atene
Il gruppo Rifugiat* LGBTQI+ di Atene
è supportato da LOA, Femin@tre, Notare 26, No Borders

Fonti:

https://www.facebook.com/lgbtqirefugeesingreece/posts/105258669948212

Grecia – Lettera di rifugiat* LGBTQI+

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Non una di meno! Assemblea nazionale a Roma 8 ottobre

NON UNA DI MENO
TUTTE INSIEME CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE

nonunadimeno

Verso l’assemblea nazionale dell’8 ottobre a Roma e la manifestazione nazionale del 26 novembre
ore 10.30-17.00 Università La Sapienza Roma nella Facoltà di Psicologia (aula 2), Via dei Marsi 78

per adesioni clicca qui https://goo.gl/forms/eoQXxajqZw9tbOBy1

La violenza maschile sulle donne, formalmente condannata, è continuamente perpetuata. La cultura patriarcale continua ad affermarsi con forza, ribadendo un livello di disparità fra donne e uomini che è la radice profonda del femminicidio.

È il momento di essere unite e ambiziose, di mettere insieme le nostre intelligenze e competenze. Ogni giorno facciamo i conti con violenze e abusi in casa, in strada, nei posti di lavoro. La violenza è sempre una questione di rapporti di forza, sta a noi ribaltarli a partire dalla nostra unione e condivisione.

Per questo l’8 ottobre siete tutte invitate a Roma a prender parte alla prima assemblea nazionale di un percorso che vogliamo sia ampio e partecipato, capace di produrre proposte e risultati concreti.

La manifestazione nazionale del 26 novembre, in tal senso, dovrà essere solo il punto di inizio di un processo più grande che deve vederci tutte insieme a riaffermare l’autodeterminazione delle donne su lavoro, salute, affettività, diritti, spazi sociali e politici.

Alla violenza domestica, agli stupri e alle uccisioni non corrisponde un’effettiva presa di coscienza della politica e della società nel suo complesso: i media non fanno che promuovere una rappresentazione stereotipata, spettacolare, morbosa e vittimistica (quando non colpevolizzante) delle donne; la formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è fortemente ostacolata; nei commissariati e nelle aule dei tribunali rischiamo ancora di non essere credute; la burocrazia e i tempi d’attesa ci fanno pentire di avere denunciato; i centri anti-violenza vengono chiusi o scarsamente finanziati, nonostante i soldi stanziati a livello nazionale e regionale; i percorsi di fuoriuscita dalla violenza non sono sostenuti adeguatamente da forme di accesso al welfare per le donne. E mentre accade tutto questo, Governo e istituzioni non sembrano voler dare risposte credibili; la violenza maschile viene affrontata in modo casuale ed episodico, spesso secondo i criteri dell’emergenza, laddove si tratta di un fenomeno strutturale che, come tale, richiederebbe politiche adeguate, coordinate e costanti verifiche della loro efficacia.

Per costruire insieme percorsi di lotta e di libertà,
siete Tutte invitate! #Nonunadimeno

Io Decido Rete Romana
D.i.Re Donne in Rete contro la violenza
UDI – Unione Donne in Italia

Per info e adesioni:
nonunadimeno@gmail.com

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contro fascismo sessimo e omolesbotransfobia, lottiamo senza confini solidarietà e autodifesa femminista

30 settembre 1975: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez venivano ritrovate, l’una in fin di vita, l’altra morta, dentro il bagagliaio di una macchina:erano state sequestrate, torturate e stuprate per due giorni da Andrea Ghira, Angelo Izzo e Giovanni Guido, fascisti della “roma bene”.

Oggi continuiamo a ricordare quello che è stato definito “il massacro del Circeo” ma purtroppo sappiamo bene che prima e dopo Donatella e Rosaria ci sono state e ci saranno tante altre. Sappiamo bene che lo stupro e la violenza contro le donne sono strumenti di oppressione e controllo dei nostri corpi, sappiamo che la violenza non ha passaporto ma neanche appartenenza politica.
Mentre la violenza di cui stiamo parlando è una violenza che possiamo definire fascista, a compierla non sono solo coloro che possiamo facilmente identificare come fascisti e per questo diventa fondamentale e urgente ragionare su cosa è diventato il fascismo oggi e quindi su cosa significa fare antifascismo.
Il fascismo oggi non sono solo le celtiche e i saluti romani e fascisti non sono solo casapuond, lega e fratelli d’italia, ma sono anche il sessismo, la violenza sulle donne e sui soggetti lgbtqi, l’ordine eteronormato in cui vorrebbero incasellare le vite di tutt*.
La violenza come strumento di controllo non si esercita solo sui corpi delle donne ma anche sui corpi di tutt* coloro che trasgrediscono le norme che regolano un ordine di genere rigidamente binario e non si sottomettono all’eteronormatività o che non si identificano con il genere assegnato loro alla nascita.

Per noi fascismo oggi è l’esaltazione della famiglia eterosessuale, la difesa della sacralità, dell’esclusività, del primato sociale e dell’indissolubilità della coppia monogama, che è il primo luogo di violenza per le donne e per le soggettività non eteronormate, ma che ci viene propinata in tutte le salse come il fondamento “naturale” della società e la medicina per tutti i suoi mali.
E’ stata una tipica famiglia italiana, di quelle “per bene”, di quelle “normali”, che pochi giorni fa ha aggredito la figlia e la sua compagna in piena strada, perchè sono lesbiche, perchè hanno scelto di viversi la sessualità che preferiscono, perchè non hanno aderito alla norma che la famiglia eterosessuale veicola come unica alternativa possibile.

Fascismo per noi è la difesa a oltranza del binarismo di genere, del fatto che esistano solo uomini e donne, che si possa essere uomini o donne solo se si ha una determinata anatomia, che non si possa modificare il proprio corpo per farlo assomigliare all’idea che si ha di sé, o che per farlo sia necessario passare per un processo di psichiatrizzazione e medicalizzazione, come avviene in questo paese per chi decide di effettuare un cambio di sesso o di transitare da un genere all’altro.
Fascismo per noi è la riproposizione della maternità come destino, valore sociale, compito e missione per tutte coloro che sono state assegnate donne alla nascita e hanno un utero.
Qualche giorno fa il fertility day, che somiglia tanto alla giornata della madre e del bambino di fascista memoria, ci ha ricordato che dobbiamo smettere di essere “lente e pigre” e frequentare “cattive compagnie” e iniziare a fare il nostro dovere ri/produttivo sistemandoci in una bella coppia eterosessuale e regalando figli, bianchi e cittadini, alla patria, per salvare i conti dello stato, risollevare la sorte demografica dell’italia e arginare “l’invasione migrante”

Fascismo per noi è il razzismo che permea la società, sono gli internamenti nei CIE, le deportazioni e le stragi prodotte per mare e per terra dalle frontiere, fascismo è la divisione tra i migranti “buoni” da infilare nella macchina dell'”accoglianza” facendoci su qualche soldo e magari facendoli lavorare gratis per dimostrare che si “vogliono integrare”, e migranti cattivi che “non si integrano”: le donne velate e quelle che portano il burkini, i/le musulman* che rifiutano l’idea che essere integrati significa adattarsi agli usi e costumi occidentali, quell* che “spacciano e non hanno voglia di lavorare” e quelle che fanno le sex workers e non vogliono farsi salvare, i/le migranti che si ribellano nei CIE e che lottano per la propria autodeterminazione.

Fascismo oggi sono le campagne elettorali e i comizi in piazza che ruotano intorno ai concetti di degrado e decoro pubblico, usati per deviare l’attenzione dai problemi reali e per giustificare decreti e ordinanze che colpiscono tutti quei soggetti che devono restare al margine, che non sono presentabili, produttivi, moralmente accettabili.
Quello che si veicola con il concetto di decoro sono sia un insieme di canoni estetici e urbanistici ma soprattutto una serie di requisiti morali che creano un confine tra onesti cittadini e scarti della società.
Questo permette con sempre più facilità alle nuove destre di insinuarsi nei quartieri, trovando leggitimità per proporre parametri fuorvianti di vivibilità, benessere e rettitudine allo scopo di farci individuare come responsabili del malessere economico e sociale non chi controlla e trae profitto dalle nostre vite ma di volta in volta il nemico pubblico da mettere al margine: puttane, zingari, migrati, trans, tossici e abusivi a vario titolo, come chi occupa una casa, amplificando la sensazione di vivere in uno stato di emergenza permanente.

Fascismo è l’uso strumentale del tema della violenza contro le donne e dei “diritti lgbt” per criminalizzare i migranti, fascismo è “difendiamo le nostre donne” ma è anche l’idea che i sessisti e gli omofobi siano “loro”, gli “altri”… sappiamo bene che tutto questo serve solo a farci credere che nell’illuminata italia e europa la violenza di genere, il sessismo, l’eteronormatività non esistano più, o siano residuali – bagaglio di qualche “spostato” o “retrogrado” magari del sud.
Noi sappiamo bene che sessismo e eteronormatività sono strutturali e che vanno a braccetto con fascismo, razzismo e omolesbotransfobia.
Sappiamo bene anche che tra gli episodi di violenza contro donne, la violenza domestica è quella più rilevante, ma nonostante questo lo stato sembra più interessato a finanziare campagne come il fertility day o a strumentalizzare episodi di cronaca, come lo stupro di Melito, per aumentare il dispiegamento di forze dell’ordine e spostare l’attenzione sempre verso qualcun’altro che vive più a sud di noi, che sia la calabria o l’africa.

Tutto ciò serve a nascondere il fatto che mancano strumenti reali per combattere la violenza patriarcale che è alla base di questa società capitalista e che nessuno è interessato a ricercarne di utili.
Niente è indirizzato a distuggere i ruoli di genere che sono alla base della violenza.
Non essere una buona moglie o una brava ragazza ti espone a due tipi di risposta: o la tua possibilità di scelta viene negata perchè incomprensibile o vieni colpevolizzata e riportata brutalmente all’ordine, com’è successo a Donatella e Rosaria nel 75 ma come succede a molte altre ogni giorno in ogni parte del mondo.
Tutto ciò che ruota intorno alla stigma della puttana è emblematico: tutte dobbiamo tremare di fronte all’accusa di esserlo, perchè anche uno strupro è leggittimato socialmente se a subirlo è chi non aderisce alla morale imposta, basta una minigonna, un bicchiere di troppo, una passeggiata all’ora o nel luogo sbagliato o con le compagnie sbagliate.
Tutte siamo state educate ad accusare le altre di essere puttane o provocatrici, per apparire più degne ed è proprio quando qualcuna rivendica spazi di libertà che superano i limiti imposti dalla morale che si crea un cortocircuito perchè si varca consapevolmente il confine che separa dalle donne rispettabili.

Fare antifascismo oggi per noi significa leggere le connessioni che ci sono tra l’eteronormatività, il sessismo, il razzismo e la violenza contro le donne e i soggetti lgbtqi, in tutte le forme che assumono in questa società, dalle aggressioni ai femminicidi, dalle retate contro migranti, trans e sex workers, alla violenza e all’omolesbotransfobia istituzionali, che leggiamo in eventi come il fertility day o il dibattito pubblico su unioni civili, step child adoption e gestazione per altr*.
Fare antifascismo oggi significa costruire battaglie e discorsi intersezionali, che leghino insieme soggetti diversi tra loro, con rivendicazioni e bisogni che rompano l’ordine soffocante in cui vorrebbero rinchiudere tutt*.

curde

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