Violenza, machismo e sessismo vi spazzeremo via!

Pubblichiamo il comunicato scritto dallu compagnu Transfemministe Queer Bari sui gravissimi comportamenti violenti, machisti e sessisti agiti da alcuni “compagni” durante il Pride e la festa successiva.

A seguire, anche il comunicato del Laboratorio Smaschieramenti di Bologna e della Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona di Napoli.

Vogliamo esprimere tutta la nostra rabbia per quello che è successo è tutta la nostra solidarietà all* compagn* che stanno reagendo a tutta questa merda!

A chiunque continua ad agire comportamenti violenti e sessisti all’interno dei movimenti e degli spazi occupati vogliamo dire di fare attenzione perché siamo tant*, siamo arrabbiat* e non vi daremo tregua!

 

Scritti Cozzali di Frocie Indecorose

Quest’anno Bari ha ospitato il Pride regionale. Noi, frocie indecorose, abbiamo deciso di fare una chiamata pubblica per costruire un percorso Pride politico e dal basso, che ha coinvolto soggettività e collettivi baresi alcuni dei quali nuovi alle questioni LGBTQIA.
La giornata del primo luglio è stata teatro di reiterate violenze sessiste e omotransfobiche, fisiche e psicologiche. Le pratiche frocie che abbiamo voluto portare nel Pride, al contrario, fanno leva sulla favolosità dei corpi, sull’ironia e sulla lotta transfemminista queer, che non contempla alcun immaginario machista.
Già dal corteo, ci siamo confrontatu con chi sviliva aggressivamente le nostre pratiche. Abbiamo arginato cori da stadio machisti, vissuto atti di prevaricazione nella gestione e nell’organizzazione dello spezzone e i nostri interventi sul decoro, sull’omonazionalismo, sul pinkwashing e sulla liberazione dei corpi sono stati interrotti da slogan di “compagni” antifa quali ‘siamo tutti figli del turismo sessuale’.
Alla fine del corteo, già scoraggiatu da questi atteggiamenti, ma ancora entusiastu, abbiamo partecipato ad una festa LGBTQIA in una villa privata.
Poco dopo l’inizio della festa, ampiamente partecipata da soggettività varie e favolose, militanti e non, alcuni ”compagni” antifa, già presenti al corteo con le loro pratiche sessiste, convinti che si trattasse della festa organizzata dallo spezzone del Pride e ritrovandosi in una festa privata LGBTQIA, hanno intenzionalmente esercitato violenze omotransfobiche, machiste e sessiste.
Hanno aggredito verbalmente le compagne e le organizzatrici della festa che hanno risposto con il dialogo al loro atteggiamento aggressivo e provocatorio. Hanno reso lo spazio sempre più pericoloso, poiché l’aggressività con il passare del tempo aumentava; per questo motivo le organizzatrici hanno ritenuto non sicuro far cantare una delle ospiti previste per la serata. Noi, favolosità frocie, abbiamo deciso di intervenire per mantenere quello spazio sicuro e safe ma abbiamo ricevuto spintoni, minacce e insulti del tipo ‘lesbica di merda’, ‘quella è veramente brutta, mo’ la meniamo’, ‘io lo so chi sei tu’, ‘bambolina’. Queste persone hanno proseguito la loro violenza, muovendosi sempre in gruppo, aggredendo verbalmente noi, favolosità frocie, le organizzatrici e tutte le altre soggettività LGBTQIA presenti. Le aggressioni erano al grido di ‘io qui ho sborrato ovunque’, ‘ricottare di merda’, ‘lesbica di merda, ve lo metto in culo e vi faccio vedere io’.
La situazione peggiorava e si è deciso di interrompere la festa al fine di liberare lo spazio per non mettere nessunu in ulteriore pericolo. Una compagna stava cercando di dissuadere una cinquantina di persone dall’entrare nella villa per impedire l’ingresso di altra gente quando questi hanno spinto tuttu violentemente all’interno. Le stesse persone hanno insultato e preso a pugni il dj e i suoi amici, che andavano via.
Mentre cercavamo di uscire tuttu dalla villa, abbiamo sentito le sirene della polizia e abbiamo visto queste persone chiuderci il cancello in faccia, sequestrandoci dentro. Siamo state bloccatu con spintoni e mani sulla bocca. Ci è stato detto: “Avete voluto la festa e adesso rimanete qua, per farvi identificare con noi”. La violenza era così forte che, quando a seguito di manganellate sul cancello questo è stato aperto, abbiamo preferito uscire nonostante fuori ci fosse la polizia, di cui non conoscevamo le intenzioni.
Tutti questi attacchi sono arrivati da compagne e “compagni/e” antifasciste/i, alcuni dei/delle quali hanno condiviso con noi il percorso verso il Pride e lo spezzone del primo luglio, e ancor più per questo motivo come soggettività transfemministe queer siamo deluse ma incazzate e abbiamo molto chiare le nostre posizioni politiche.
Siamo statu disconosciutu come soggettività politiche LGBTQIA perché durante la giornata del Pride queste persone si sono appropriate delle nostre parole, dei nostri tempi e delle nostre vertenze, cercando di relegarci a quota rainbow. Non ammettiamo più che nei percorsi politici anticapitalisti, antirazzisti e antifascisti, l’antisessismo sia una lotta da delegare alle compagne, permettendo che queste persone e le loro pratiche machiste siano ancora tollerate.
Non accettiamo di attraversare personalmente e politicamente spazi in cui la difesa dal sessismo debba venire da parte dei compagni maschi cisgender, il cui ruolo è riconosciuto secondo una logica patriarcale. Autodeterminiamo i nostri corpi, le nostre pratiche e gli spazi in cui viviamo senza dover e voler essere protettu da nessuno.
Abbiamo partecipato al Pride di Bari per riportare in piazza la rabbia di chi non si vuole omologare al perbenismo della legge Cirinnà, della famiglia omosessuale ma felice, del diverso ma uguale. Abbiamo partecipato al Pride per dire che rifiutiamo il decreto Minniti e tutte le politiche che attraverso il concetto di decoro vogliono dividere le nostre vite e le nostre lotte. Siamo e continueremo ad essere indecorosu.
Siamo transfemministe queer, siamo anticapitaliste e antirazziste e sappiamo che, mai come in questo periodo storico, non potrà esserci rivoluzione senza intersezionalità delle lotte. Ecco perché abbiamo creduto in una rete ampia e partecipata, che riunisse e facesse dialogare tutte le realtà antagoniste baresi disposte a sfilare al grido di “se questo è il vostro decoro noi faremo schifo”. Abbiamo intessuto relazioni politiche con collettivi e soggettività transfemministe queer terrone, con loro abbiamo costruito e attraversato percorsi politici che non si fermeranno qui. Crediamo ancora nell’intersezionalità e nella non gerarchia delle lotte e nella contaminazione dei percorsi; ma sappiamo che può avvenire solo attraverso una messa in discussione dei propri privilegi, e non siamo più dispostu ad alcuna negoziazione su questo.
Noi queer Trans-femministe baresi non ci fermeremo e continueremo a percorrere le vie di questa città frocizzandola. Non permetteremo a nessuna intimidazione di scalfire la nostra favolosa lotta e la nostra voglia di fare festa. Celebrare ogni giorno il Pride per noi significa creare safe space, reti di legami affettivi dal basso, solidarietà sociali e politiche e resistenza ad una società intrisa di violente ingiustizie. Perché il Pride rimane per noi uno strumento sovversione dell’esistente. Performare questa città è ancora possibile. E lo faremo più convinte che mai.

Transfemministe queer baresi

 

 

Froce, Terrone e Diasporiche Solidali e Incazzatu

Alcuni Pride, ormai, sono feste religiose, che si ripetono regolarmente con la stessa liturgia, per il gusto di stare insieme, ma senza ricordarne neanche le origini; vetrine per grandi e piccoli marchi, carrozzoni depoliticizzati di vecchie associazioni e nuovi avventori. Ma mai avremmo immaginato che proprio nella giornata del Pride dovessimo sopportare le aggressioni e le violenze di chi si attacca ai nostri percorsi politici e poi vuole cancellarci prima come frocie e poi come compagnu.

Come froce, lesbiche, trans* terrone e diasporiche abbiamo scelto di sfilare a Bari, una città dove il Pride non è un rito e la visibilità frocia è ancora una sfida, resa più dura dalle strumentalizzazioni dell’amministrazione comunale e dall’associazionismo mainstream che fanno del decoro e della rispettabilità una loro bandiera. Abbiamo significato politicamente il nostro orizzonte terrone, non come luogo dell’arretratezza, ma come luogo di resistenza al desiderio di normalità della comunità LGBT, al razzismo al decoro, ma anche a nuovi ideali normativi queer. Ma c’è uno specifico che riguarda una città che non è abituata ai pride, rendendola per noi terrone un una piazza significativa da attraversare con le nostre parole e le nostre lotte.

Già durante il corteo abbiamo subito cori che non ci appartengono, slogan che ci offendono, episodi di machismo di cui avremmo dovuto ridiscutere, episodi che abbiamo vissuto come tentativi di invisibilizzazione da parte di chi scende in piazza con noi, ma non ci riconosce come soggetto politico e non comprende che il Pride è uno dei momenti della nostra lotta. Il nostro spezzone non era la somma di percosi politici diversi, ma era espressione della nostra intersezionalità: contro la mercificazione dei pride, l’assimilazione nel capitalismo, contro il razzismo e la normatività della comunità mainstream, contro i confini ed il decoro. Questa è la pratica del transfemminismo queer e non riconoscerlo è solo l’inizio del disconoscimento e delle aggressioni che abbiamo subito; e lo condividiamo senza alcun desiderio vittimista, ma proprio perchè siamo soggetti politici autonomi e resistenti.

È stato quanto è accaduto alla festa la sera stessa a riempirci di rabbia ed obbligarci a un’urgente presa di parola pubblica. Il BPM -Bari Pride Movement, rete cittadina eterogena, composta da soggettività lesbiche e froce e da singolarità e collettivi anticapitalisti, antifascisti, antiproibizionisti- ha rinunciato ad una propria festa, un momento politico di socialità alternativa (che spesso serve anche a rientrare con i costi delle spese affrontate). Ha dovuto rinunciare a malincuore non riconoscendo in città uno spazio sociale, pubblico, gestibile, ma sopratttuto safe per chi vuole sperimentarsi in altre socialità fuori dalla norma, dal machismo e dal mercato. Appena giuntu, prima ancora che potessimo capire a che tipo di evento fossimo, se ci piacesse, se volessimo cambiare qualcosa, ci è stato tolto il tempo, lo spazio e la parola e abbiamo cominciato a subire le prime aggressioni. In quella giornata e in tutti i mesi che l’hanno preceduta ci abbiamo messo la faccia, e proprio per questo siamo subito statu identificatu come i nemici: noi le frocie, noi le femministe, noi, lu compagnu.

Queste aggressioni sono state agite da uomini e donne, persone che abbiamo conosciuto in uno spazio sociale della città e riconoscibili soprattutto come antifasciste. E anche su questo sarebbe opportuno aprire una riflessione.

Il livello dell’aggressione è stato immediatamente altissimo: insulti, minacce, violenze fisiche gravissime, ai danni anche del dj. Mentre ancora cercavamo di lasciare immediatamente un luogo che metteva in pericolo noi e tutte le frocie venute ad una festa frocia nella giornata della lotta frocia, mentre cercavamo di ritirarci senza lasciare nussunu dietro, la struttura militante/militare accorreva a sostegno dei e delle aggressori, per metterci più pressione, farci sentire meno sicuru e festeggiare finalmente la nostra cacciata. Non stiamo qui a recuperare i dettagli di una sera che sempre più assomiglia ad un incubo, ma c’è un momento in particolare che ci preme denunciare ed analizzare per la sua gravità.

Qualcunu di noi era ancora dentro a controllare che nessunu fosse rimastu in pericolo e a scortare una compagna, quando è arrivata la polizia. A quel punto abbiamo cercato di raggiungere l’uscita per non trovarci a doverci difendere in un luogo che già si era mostrato pericoloso per noi. Giuntu al cancello non ci è stato permesso di guadagnare l’uscita: «Avete voluto la festa, adesso vi fate identificare con noi!» e ci è stato sbattuto in faccia. Siamo statu strattonatu, spintonatu, insultato, ci è stata ripetutamente messa la mano davanti alla bocca. La situazione era terrorizzante, le persone in quello spazio minacciavano la nostra incolumità a tal punto che appena si è aperta una breccia ci siamo lanciatu fuori, senza alcuna speranza che fuori potesse essere più sicuro per noi. Chi come noi ha sedimmentato nella propria storia di militante, o direttamente sul proprio corpo, la violenza della polizia, può comprendere bene quanto avessimo temuto per la nostra inclumità all’interno. Intanto fuori rimbombavano i colpi dei manganelli su quello stesso cancello di ferro.

Questa immagine così violenta, purtroppo, per noi non è stata solo una metafora, eppure rappresenta molto bene la violenza con cui i compagni e le compagne con tutti i privilegi etero, cis, ci tappano la bocca, ci rubano le parole, mentre noi davanti affrontiamo la violenza dello Stato, della società, della medicina, del capitalismo… I nostri corpi fuori norma, le oppressioni specifiche che subiamo, spesso multiple e intrecciate, ci rendono vulnerabili, per questo costruiamo spazi sicuri e coraggiosi; allo stesso tempo ci rendono resistenti, perchè lottiamo ogni giorno contro il sessismo nella società, ma anche nei movimenti politici che attraversiamo. E questo dobbiamo metterlo in chiaro per ribadire sin da subito che il paternalismo è l’altro volto del machismo!

I nostri posizionamenti, il nostro essere compagne e compagnu froce, lesbiche, queer, non binari, non è stato solo zittito ma totalmente invisibilizzato. Abbiamo attraversato le strade contro il decoro, rivendicandoci di fare schifo, di essere oscenu e indecorose, ma la nostra insubordinazione verso il decoro, l’assimilazione e lo sfruttamento, non ha mai previsto nè mai prevederà di sacrificare la lotta al sessismo, all’ omotransfobia, alle pratiche machiste, anche del movimento! Siamo scesu in piazza ricordando a gran voce che quello che ci opprime non è solo la retorica antidegrado che mette ancora più ai margini chi già lo è, ma anche il sistema patriarcale e eteronormato che si manifesta in ogni episodio di violenza di genere e del sistema dei generi!

Siamo state messe da parte come una reliquia il giorno dopo la sua ricorrenza; il culmine dell’assurdo era che queste minacce erano pronunciate utilizzando tutte le parole che con una faticosissima pedagogia avevamo portato in questo percorso cittadino: sessismo, omofobia, anticapitalismo queer e pink washing. Non staremo qui a mostrare le spillette militanza collezionate come singolu compagnu e come movimento transfemminsita queer; la pratica machista di “a-chi-ce-l’-ha-più-lungo” ci fa schifo, non dobbiamo giustificare la nostra presenza, dimostrare la nostra militanza, legittimare la nostra storia a chi, credendosi Compagno (maiuscolo), non riconosce nessun altru soggetto politico, nessuna altra lotta, nessuna altra pratica. La nostra radicalità l’avevamo appena portata in piazza poche ore prima.

Non solo metaforicamente hanno provato a tapparci la bocca,ma anche se ci metteremo del tempo ad elaborare questo trauma, sin da subito non staremo zittu; continuiamo ad elaborare quanto è accaduto con le compagne di Bari, a riflettere sulle pratiche, a cospirare insieme a chi su quel territorio continuerà a lottare e a tessere reti di resistenza e autonomia transfemministaqueer. Già il nostro striscione parlava chiaro “Veniteci dietro”; invece hanno voluto anche lo striscione, mettersi davanti, ma senza stapparsi il buco del culo e buttare fuori tutta la merda machista di cui hanno piena la pancia. Perchè noi non ascriviamo ciò che è accaduto al comportamento dei singoli e delle singole, reputiamo che sia una questione di pratiche che trovano tetto e nutrimento in molti spazi occupati che credono di essere liberati, senza riconoscere i propri privilegi,senza mettere in discussione delle pratiche che continuano a guardare alla maschilità egemonica come l’unico modello per contrastare quello attuale. Il tempo della pedagogia è finito, la merda sessista non deve avere più agibilità politica nel movimento.

Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli

Laboratorio Smaschieramenti

Posted in General | Leave a comment

Torino: la nostra rabbia non si compra!

Riceviamo e diffondiamo

LA NOSTRA RABBIA NON E’ UN FESTIVAL NE’ UNA PARATA…

Questa notte delle scritte sono apparse a Torino. E’ la nostra rabbia a
riempire i muri dell’autocelebrazione del Lovers Film Festival e del
Piemonte Pride 2017.

Gli organizzatori di questi eventi hanno intessuto alleanze politiche
con chi governa questa città, svendendo la carica sovversiva dei corpi
froci al migliore offerente.

Sta notte delle scritte sono apparse davanti al Cinema Massimo (location
del film festival), in piazza palazzo di città, sede del comune,
partner istituzionale di entrambe le iniziative, e sui muri del deposito
della GTT, sponsor del Piemonte Pride 2017, di Corso Trapani.

“Queering the borders” è il claim del Lovers Film Festival. “A corpo
libero” lo slogan del pride. “Diritti oltre il confine” si chiamava lo
spazio del Coordinamento Torino Pride al Salone del libro di quest’anno.
La strumentalizzazione in chiave pubblicitaria dei corpi razzializzati
è talmente evidente che si palesa agli occhi di tutt*. Eppure pare che
bisogni sottolinearlo nuovamente e fermamente. E’ per questo che sulle
mura sono apparse scritte quali “i confini non sono un claim: fuoco ai
cie”.

Venerdì 16 giugno, oggi, sta sera, il Coordinamento Torino Pride
organizzerà un evento al Lovers Film Festival sulla situazione
dell’omofobia e dell’attivismo LGBT in Russia e Cecenia. Eccolo il loro
“sofisticato” giochino xenofobo. Essi si ergono, a braccetto con le
istituzioni che governano questa città, a paladini dei diritti umani,
“sofferenti” promotori della lotta all’omofobia nel mondo. Eppure il
loro silenzio rispetto alle dinamiche violente e discriminatorie che si
palesano nella nostra città è altrettanto rumoroso quanto le parole
che spendono nel costruire gli spettri simbolici dell’omofobia in coloro
che etichettano come incivili: una volta la Russia, una volta la
religione musulmana, il continente africano o “il caso della Cecenia”.
Facile meccanismo xenofobo che permette ai “nostri fedeli paladini dei
diritti umani” di autoproclamarsi civilizzati, e segnare così una
distanza da una supposta alterità omofoba, guarda caso sempre non
italiana. Non ci stupisce che questi “paladini dei diritti umani” non
abbiano mai avuto una presa di posizione reale e situata per le persone
trans* rinchiuse in carcere e nei cie/cpr. Non ci sembra che abbiano
speso una parola nel problematizzare l’intersezione della violenza del
genere e dei confini, della violenza della norma eterosessuale e quella
dei sistemi carcerari. Non ci sembra che nessuno abbia problematizzato
il proprio privilegio e decostruito il sistema neoliberale nel quale
sguazza beato chiedendo più diritti per sé e dimenticando la violenza
di stato sui corpi non normati, non bianchi, non italiani, non hipster
ai festival, non servi del governo cittadino pentastellato…

E se voi giovani rampolli della Torino artistica gay da pubblicità
aveste per caso pensato che per tenere a bada la nostra rabbia bastasse
rifiutare i fondi offerti dall’ambasciata israeliana, sappiate che non
ci avete raggirati, non a noi. Non entreremo mai nella vostra dinamica.
Infatti non c’è bisogno di andare in Israele per vedere il Pinkwashing
[strategia volta a nascondere o occultare gli abusi e le violenze delle
istituzioni e delle aziende, dando una visione delle stesse come attente
ai diritti lgbt, quindi “buone”]. Esso è qui e agisce attraverso voi,
organizzatori del Lovers Film Festival e del Piemonte Pride 2017. E’
attraverso di voi che l’amministrazione pentastellata della città tenta
di ripulire la propria immagine, oscurando il suo reale agire, ed
ergendosi a “promotori dei diritti umani”. Non ci stupisce quindi la
strategia di non farsi più finanziare dall’ambasciata israeliana, dopo
le forti critiche ricevute dal festival negli ultimi tempi.
Non ci stupisce nemmeno vedere i manifesti “pubblicitari” del festival e
del pride pieni zeppi di linguaggi e sigle che puntano a una apparente
inclusione delle soggettività “altre”, non aderenti all’usuale discorso
normativo lgbt. Ribadiamo qui, se non fosse chiaro, che questo goffo
tentativo assimilazionista rivela tutta la sua fallacità nel momento
stesso in cui ogni radicalità dei discorsi froci non mainstream viene
appiattita a mero slogan pubblicitario e svuotata di ogni contenuto.

Noi non siamo qui a rivendicare etichette, ma pratiche. Non siamo qui a
rivendicare nomi e categorie, ma idee e rabbia. Non siamo qui a servirvi
sul vassoio d’argento l’ennesima sigla alla moda, siamo qui a
distruggere ogni vostro angolo di marketing.

E’ per questo che dinanzi al Cinema Massimo è apparsa una scritta che
vi ricorda che “la nostra rabbia non è un festival” e sui muri della
GTT, sponsor del pride: “la nostra rabbia non si compra”.

Chiara Appendino, aprirà il corteo del Pride di quest’anno. La stessa
persona che poche settimane fa si è complimentata con il pm Rinaudo per
gli arresti all’Asilo occupato. Rinaudo: pm in prima fila per i processi
contro i No Tav. Noi frocie arrabbiate rimaniamo in solidarietà con gli
arrestati e con chi lotta. Sempre contro chi svende la carica sovversiva
dei nostri corpi froci al migliore offerente.

Piazza palazzo di città, dinanzi al comune, si sveglierà sta mattina
ricoperta dalla scritta “rabbia frocia”, che vi ricordi che i nostri
corpi non sono strumenti utilizzabili per le vostre politiche.

CONTRO LA VOSTRA RETORICA DEI CORPI LIBERI, DEI DIRITTI UMANI E DEL
QUEERING THE BORDERS… PORTIAMO LA NOSTRA RABBIA IN STRADA!

….RABBIA FROCIA

 

Posted in General | Comments Off on Torino: la nostra rabbia non si compra!

2 giugno///Gran Fieston del Sommovimento NazioAnale

 

In occasione della 3 giorni del Sommovimento NazioAnale abbiamo deciso di fare festa tuttu insieme allo spazio delle Cagne Sciolte il 2 giugno e dissacrare la festa della repubblica italiana. Al posto delle parate militari i nostri corpi strabordanti e goduriosi.

@20:30__cena vegan
@djset con la super Miss_Titillo
@ WARBEAR (GEGEN BERLIN) __ ALLNIGHTER

Chi non viene è amic* di Minniti

 

 

 

 

Posted in eventi, General | Comments Off on 2 giugno///Gran Fieston del Sommovimento NazioAnale

26 maggio///Transmission_Proiezione “Criminal Queers”

L'immagine può contenere: sMS

Lo spazio delle Cagne Sciolte è lieto di accogliere nuovamente le proiezioni di Transmission

Il 26 maggio verrà proiettato il film “Criminal Queers” di Eric A.Stanley e Chris Vargas

Attraverso l’espediente narrativo di una gang di persone queer, “Criminal Queers” critica il sistema etero e cis-patriarcale e racconta in chiave quasi comica il “sistema carcerario industriale” degli USA e l’oppressione specifica che agisce sulle persone persone trans* e non conformi in termini di genere.

h.19 – Apericagna
h.21- Proiezione film e  poi … ne parliamo!!!

@Cagne Sciolte//Via Ostiense 137// metroB_Garbatella

Posted in eventi, General | Comments Off on 26 maggio///Transmission_Proiezione “Criminal Queers”

Solidarietà e autodifesa femminista

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La solidarietà e l’autodifesa femminista sono la nostra arma!!

Posted in General | Comments Off on Solidarietà e autodifesa femminista

Se toccano una, toccano tutte!

 

Il 16 maggio per le strade di Roma è comparso questo striscione. Non possiamo che condividere la rabbia per l’ennesima volta in cui una donna sopravvissuta a una violenza viene messa alla gogna dalla giustizia dei tribunali che mettono sotto il riflettore le abitudini di vita, il modo di vestire, il modo di fare sesso della donna al fine di dimostrare che in fondo in fondo quella violenza se l’è andata a cercare. La violenza sui corpi delle donne avviene ovunque e niente la giustifica, tantomeno una diagnosi psichiatrica finalizzata a delegittimare la parola della sopravvissuta.

Se toccano una, toccano tutte

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi

Per maggiori info su questa vicenda:

https://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/05/parma-processo-stupro-agli-antifa

Posted in General | Comments Off on Se toccano una, toccano tutte!

Liber* tutt*!!!

 

Il 16 maggio per le strade di Roma è comparso questo striscione. Non possiamo che condividere il desiderio di libertà per sei compagn* detenut* nel carcere di Torino, accusat* di essersi attivamente opposti alla presenza delle guardie nei quartieri.
Chi si ribella non è mai sol*. Liber* tutt*!!!
Per info su questa vicenda:
https://www.autistici.org/macerie/?p=32591
https://www.autistici.org/macerie/?p=32595
https://www.autistici.org/macerie/?p=32616
https://www.autistici.org/macerie/?p=32622
https://www.autistici.org/macerie/?p=32624
https://www.autistici.org/macerie/?p=32631

Posted in General | Comments Off on Liber* tutt*!!!

Siamo tutt* per l’immediata liberazione e assoluzione per Higui!

https://www.autistici.org/webmail/3/?_task=mail&_action=get&_mbox=INBOX&_uid=17075&_part=2&_extwin=1&_mimewarning=1&_embed=1

Sono passati diversi mesi,ma higui è ancora reclusa. La sua colpa?  Essersi difesa da un tentativo di stupro correttivo di 10 uomini. Lei è  indagata per omicidio colposo, loro liberi di girare indisturbati. In un momento in cui tutto il movimento femminista in argentina si sta  interrogando sull’inefficacia dell’inasprimento delle pene come  deterrente contro la violenza machista e patriarcale, ci troviamo di  fronte a una storia di ordinaria violenza istituzionale in un paese in  cui – non molto diversamente da quello che accade qui- ogni tre giorni  viene ammazzata una donna e nulla sembra cambiare.

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi.
Higui libera, tutte libere.

Riceviamo e con piacere diffondiamo tradotto il comunicato delle compagne di Higui che hanno lanciato per lo scorso 17 maggio, giornata contro l’omolesbotransfobia, una giornata nazionale per la liberazione e assoluzione di Higui:

Eva Analia de Jesus, detta Higui, è ingiustamente detenuta da sette mesi per essersi difesa da un attacco sessuale di un gruppo di uomini violenti con il fine di correggere il suo orientamento sessuale. Dal 16 ottobre 2016 si trova privata della sua libertà nella sezione distaccata del carcere di San Martin, nella periferia di Buenos Aires, in attesa di processo. Da fuori, familiari, organizzazioni sociali e femministe esigono la sua liberazione sottolineando l’ingiustizia dell’imputazione a suo carico e anche le molteplici irregolarità nella sua causa e le violenze che sempre derivano dalla reclusione.
Higui è accusata dalle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerla dalla violenza machista che ha subito. Attaccata da uomini che non sono sotto indagine, non sono imputati o detenuti con l’accusa di “tentata violenza sessuale aggravata”; abbandonata dai poliziotti che vedendola incoscente e ferita a causa dell’aggressione, non hanno pensatoinnanzitutto alla sua salute, bensì l’hanno derisa, interrogata e reclusa; dimenticata dal potere giudiziario che la accusa di “omicidio colposo”, non dispone la sua liberazione ma anzi si limita ad indagare solo su di lei; dimenticata anche dagli operatori di “giustizia”che non adempiono alle loro funzioni e che rivittimizzano chi reagisce per leggittima difesa ad un tentativo di stupro correttivo di gruppo già preceduto da minacce. Situazione questa che giàdi per sè dimostra la situazione di vulnerabilità di Higui.
Higui non solo è detenuta, ma porta lo stigma di chi è colpevole “fino a prova contraria” che costituisce una violazione dei diritti umani. Un’operazione giudiziaria sistematica contro quelle che si ribellano alle violenze machiste e che consolida e rinforza le differenti forme di oppressione – sia di classe che eteropatriarcali – agite sulle lesbiche, le travesti, le persone trans e le donne.
Tutto questo non ci lascia in silezio, la rivogliamo subito per le strade dove manifestiamo per la sua liberazione e assoluzione, perchè è li che si conquistano e difendono i diritti. Non vogliamo più perdite di tempo né che le nostre storie di vita continuino a trasformarsi in “casi”, in fattispecie di reato che ricadono in un modo o nell’altro sulle più povere.
Ci vogliamo vive e libere, sono nostri diritti

Il prossimo 7 giugno Higui compirà 43 anni e spera di festeggiare con i suoi parenti e le compagne che la vogliono libera.

Per questo esigiamo:

– Libertà immediata e assoluzione per Higui, arrestata per essersi difesa dall’odio lesbofobico!
– Indagini sull’aggressione che ha subito e punizione per i responsabili.
– Accesso al patrocinio gratuito per le vittime di violenza machista.
– Formazione per tutti gli operatori giudiziari in materia di genere e orientamento sessuale.
– Risarcimento per tutte le lesbiche, travesti, persone trans e donne vittime del machismo e rivittimizzate dallo Stato.

Toccano una, rispondiamo tutte!
#LibertadParaHigui

Commissione per la libertà e assoluzione di Higui

Adesioni a : Justiciaporhigui@outlook.es

Posted in General | Comments Off on Siamo tutt* per l’immediata liberazione e assoluzione per Higui!

Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Con piacere diffondiamo questo contributo del Sommovimento NazioAnale sul tema dell’autonomia transfemminista

Quando parliamo di sessismo nei movimenti immediatamente il pensiero e la memoria corrono a i vari episodi che tutte e tuttu nella nostra vita ‘militante’ prima o poi ci siamo trovate a subire o a cui abbiamo assistito: macro e micro violenze quotidiane – fisiche, psicologiche o verbali – episodi più o meno evidenti ed eclatanti, aggressioni più o meno esplicite e ‘giustificate’.
Queste sono le prime cose che ci vengono in mente e che agiscono, tendenzialmente, a un livello individuale o comunque ristretto: una singola donna aggredita, alcune compagne sminuite e maltrattate, un ‘compagno che sbaglia’, un’assemblea dalle pratiche fastidiosamente machiste.
Ovviamente, tutte riconosciamo il portato strutturale di questi comportamenti e atteggiamenti: stiamo imparando a riconoscere la violenza anche quando la vediamo nei nostri spazi politici e ci stiamo dotando di pratiche per combatterla.
Ma c’è anche un altro aspetto del sessismo in ambito di movimento, se possibile ancora più subdolo e radicato, ossia l’attacco e la delegittimazione costante che i movimenti, le tematiche, le realtà femministe e transfemministe ricevono da chi dovrebbe essere nostro
alleato\a e complice.
Quante volte accade che le questioni di genere vengano relegate a questioni delle compagne?
Quanto spesso ci troviamo davanti a compagni/e – avuls* da qualsiasi percorso di genere – spiegarci com’è che si fa Politica con la P maiuscola?
Quante volte le pratiche nuove ed orizzontali che proviamo a costruire vengono continuamente riportate ad una prassi ortodossa del buon militante, preconfezionata da percorsi e movimenti dalle modalità machiste?
Quante volte la risoluzione dei conflitti all’interno del movimento riproduce le stesse pratiche violente, che vanno dall’invisibilizzazione allo scontro machisa tra gruppi?
Quanto spesso le soggettività femministe e transfemministe vengono schiacciate e sovradeterminate dalle logiche delle strutture organizzate, con conseguente appropriazione e strumentalizzazione delle nostre lotte?
Noi crediamo che questo avvenga talmente spesso che fatichiamo a rendercene conto, fino all’episodio dirompente che ci svela che il Re è stronzo…e a volte pure la Regina!
Crediamo fortemente nei percorsi non identitari, nei quali ci si metta in discussione e si arricchisca il proprio agire a partire da sé e dall’autocritica collettiva. Percorsi come Non Una Di Meno che ci costringono a confrontarci sulle nostre differenti visioni e a
riconoscere le oppressioni e i privilegi di ognun* per creare alleanze e reti.
Crediamo però che questi percorsi – femministi e transfemministi – non possano prescindere dalla de-machistizzazione delle nostre pratiche, dall’abbandono perpetuo delle modalità e delle logiche a cui siamo da sempre abituate\i. Crediamo nella centralità
di una lettura del reale femminista, transfemminista e intersezionale, che rifiuti pratiche di egemonizzazione e gerarchie delle lotte.
Non vogliamo essere un campo di battaglia per chi si rifiuta di partire da sé e vede gli spazi di movimento come un ring nel quale portare a casa il proprio ‘pezzetto’ di trofeo. Ci rifiutiamo di aderire a queste logiche, e questo è un punto politico importante. Crediamo che ognun* dovrebbe uscire da questi spazi trasformat*, pront* a cambiare idea, per crescere insieme e non con l’idea di dover far passare una propria linea preconfezionata e statica.
Ma non siamo figlie dei fiori, siamo anzi ben pronte al conflitto, dentro e fuori i nostri spazi, vogliamo contrastare chi pretende di appropriarsi superficialmente dell’etichetta di femminista, transfemminista, queer senza mai mettere in discussione la propria identità e i meccanismi con cui ci si replica e riproduce politicamente secondo uno schema eteronormato e machista. Crediamo che questi siano i parametri minimi per creare fiducia e complicità in un movimento femminista e transfemminista, per stringere alleanze, per essere complici e solidali. Siamo stanche di essere ancora delegittimate, manipolate e neutralizzate negli spazi di movimento, che troppo spesso ci considerano una mera quota rosa o frocia, e che quasi mai si lasciano contaminare dalle nostre pratiche e assumono le analisi di genere come fondanti del proprio discorso politico.
Crediamo che in questo momento sia fondamentale rafforzare le letture e le pratiche femministe e transfemministe e renderle attraversabili da chiunque. Dobbiamo creare spazi fisici, virtuali e mentali avulsi dalle logiche delle aree politiche predeterminate nei contenuti e nelle pratiche.
Dobbiamo autorganizzarci e rafforzare i processi di soggettivazione femminista e transfemminista, e non invece essere oggetto di teorizzazioni altrui. Le donne, le frocie, le compagne, le queer favolose non hanno bisogno dei maschi alfa che dettano la linea
politica sul mondo e sui percorsi di genere -occupando fisicamente e verbalmente i nostri spazi – senza mettere mai in discussione il proprio ruolo di potere nel mondo e negli spazi politici.
Come femministe e transfemministe non siamo un’identità o un’area monolitica e compatta, e ce lo rivendichiamo!
Questo non ci indebolisce ma potenzia le possibilità di connessione e intreccia le lotte che ognun* di noi porta avanti.
Anche noi dobbiamo continuare a praticare costantemente un’autocritica a partire dai ruoli che ci limitano, dal potere che ci tenta, e soprattutto dai nostri privilegi di persone bianche che hanno la possibilità di muoversi più o meno liberamente, che riescono più o
meno a fare i conti con la propria precarietà, cercando di ripensare i tempi e modi della militanza, creando spazi attraversabili e accoglienti che non siano escludenti anche dal punto di vista materiale per tutt* coloro che non hanno i nostri stessi privilegi.
Allo stesso modo non vogliamo essere schiacciate – come troppo spesso accade ai movimenti sociali – nelle logiche di asservimento al potere e alle istituzioni, alla logica del Padrino o del Santo Patrono, al meccanismo del favore e del compromesso o – al contrario – della dimostrazione di forza a tutti i costi, stabiliti da criteri eteromachisti e eteroparaculi.
Anche per tutto questo crediamo che spazi come le consultorie transfemministe queer possano essere luoghi – fisici e non – da cui ripartire, rafforzarsi e riconoscersi a vicenda.

 

Link: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2017/05/03/del-sessismo-nei-movimenti-e-autonomia-transfemminista-ovvero-il-re-e-stronzo/

Posted in General | Comments Off on Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi

Volentieri diffondiamo un contributo del Sommovimento NazioAnale sui recenti decreti Minniti/Orlando ormai convertiti in legge.

La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite.

Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.

L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso.

In particolare, con il decreto sulla sicurezza urbana viene messa a sistema la strategia di “pulizia” delle città e dei territori già fomentata dalle politiche di gentrificazione e di promozione di un decoro – concetto ormai caro tanto alle istituzioni quanto ai sedicenti cittadini per bene – che non può che passare per la rimozione in senso letterale e figurato di tutte quelle persone considerate indecenti, immorali, povere e socialmente pericolose.

Si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili. Questa tendenza si è resa evidente nel tempo: basti pensare alle proposte di zoning che molte amministrazioni comunali hanno tentato di implementare al fine di relegare il lavoro sessuale in zone periferiche della città lontano dall’attraversamento quotidiano delle persone, costringendo le/i sex workers a lavorare in condizioni di maggior invisibilità e rischio, dovuto anche alla presenza stile check-point delle forze dell’ordine deputate a tutelare la pubblica morale colpendo le/i sex worker e allontanandole dalle reti di solidarietà e sostegno; passando per l’ampio ventaglio di misure repressive a disposizione delle autorità pubbliche che vanno dai frequenti fogli di via al “daspo urbano” che il suddetto decreto appalta ai sindaci per ammonire coloro che attuano condotte considerate anti-sociali (accattonaggio, prostituzione esplicita, spaccio, imbrattamento etc.); fino ad arrivare al recente episodio di molestie e allontanamento di due ragazze lesbiche che si baciavano ad opera dei militari impiegati nella famigerata operazione “strade sicure” – operazione di cui non dimentichiamo faceva parte il miliare stupratore de L’Aquila – avvenuto a Napoli, città governata dall’illuminato sindaco De Magistris in un paese che si è fregiato del titolo di civiltà offerto dalle unioni civili approvate nel maggio 2016 e che poche settimane fa ha proceduto allo sgombero di migliaia di persone rom rinchiuse in un cie a cielo aperto nel totale silenzio mediatico.

Questa tendenza è ancor più evidente nel secondo decreto Minniti riguardante le misure di contrasto all’immigrazione irregolare. Già la denominazione ‘irregolare’ – in riferimento ai migranti cosiddetti economici – in contrapposizione ai migranti ‘regolarizzabili’, ossia coloro che risultano idonei ad accedere potenzialmente ai percorsi di accoglienza e protezione, è fuorviante: come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti, visibilità, mentre chi è permale è marginalizzabile e espellibile. Cioè è perbene chi si adatta al ruolo che la società ha ritagliato: se sei una donna devi essere in grado di provvedere al lavoro di cura e ai canoni morali che ci si aspetta. Se sei una migrante allo stesso modo devi anche soddisfare le aspettative riguardo l’integrabilità, la messa a valore -dalle migranti sfruttate nelle campagne, a quelle che assolvono al lavoro di cura nelle case, a le migranti costrette al lavoro ‘volontario’ gratuito nei percorsi della cosiddetta accoglienza -e il ruolo di vittima che ti è stato cucito addosso. Se sei una frocia devi essere rispettabile, ossia non appariscente, non eccentrica rispetto all’ideale eteronormato delle relazioni affettive e sessuali: frocia sì ma monogama e disposta ad unirsi civilmente. Non è un caso che il partito e la senatrice, Monica Cirinnà, che hanno spinto per l’approvazione delle unioni civili, siano gli stessi che hanno scritto e approvato i due decreti Minniti.

Non è un caso che nella stessa legislatura siano state approvate sia la legge Cirinnà, con il suo carico retorico riguardo la civiltà del nostro paese – in continua contrapposizione con i discorsi islamofobi e criminalizzanti sui migranti in arrivo – e i decreti sull’immigrazione e il decoro urbano, che insieme restituiscono un quadro chiaro di quali sono i requisiti per essere assimilati verso un ‘dentro’ o essere espulsi verso un ‘fuori’.

Questa retorica della civiltà e degli ‘italiani brava gente’ passa attraverso la legge sulle unioni civili per arrivare a blandire il discorso sull’accoglienza di chi è più debole e vittima. Tralasciando di approfondire qual è il ruolo dell’Europa nelle dinamiche migratorie (espropriazione, colonialismo, guerre, sfruttamento) ci inseriamo nel ruolo dei benefattori che accolgono i\le più bisognose. Mentre il decreto Minniti veniva convertito in legge, gli esponenti del governo erano in tv a ribadire quanto è bella l’accoglienza per chi ha diritto ma che gli altri devono stare fuori. Non è un caso che un decreto così repressivo e limitativo sulla possibilità di transitare o restare nel nostro paese sia stato fatto passare per un provvedimento che velocizza le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, quando nei fatti riduce le possibilità di richiedere asilo in Italia e nel contempo aumenta le misure repressive verso chi non ha i requisiti per richiederla. Bisogna evidenziare anche come il ruolo di chi lavora nel business dell’accoglienza si vada ancor più a esplicitare come un ruolo di controllo attraverso l’equiparazione degli operatori\operatrici a pubblici ufficiali. Questo ci chiama in prima persona a riflettere ed analizzare il nostro privilegio in quanto cittadine\i, e il nostro ruolo di potere quando ci rapportiamo a persone senza documenti. Occorre trovare i terreni di complicità e le lotte comuni ma anche riconoscere le differenze e i diversi posizionamenti tra le persone in base non solo al genere o all’orientamento sessuale ma anche in base all’accesso ai diritti, ai servizi, alla classe di appartenenza, e alla provenienza\razializzazione\status giuridico. Rifiutiamo la divisione tra migranti economici ‘cattivi’ e rifugiati ‘buoni’, senza però appiattire il soggetto migrante in un corpo unico che non tenga in considerazione le caratteristiche di cui sopra, la molteplicità di oppressioni che si intersecano, e i diversi bisogni e desideri di ognun*.

Il sistema delle frontiere, per come è strutturato attualmente, si configura come un sistema stratificato di livelli di oppressione che, a partire dai paesi di origine e transito dei flussi migratori, si articola fin dentro alle città e ai territori, imponendo continue violenze e coercizioni sui corpi delle donne migranti e delle soggettività queer che attraversano le frontiere. Gli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale che l’Italia e la UE intessono con i paesi terzi, creano delle zone di stasi e transito oltre il Mediterraneo, luoghi di violazione della libertà di movimento, esponendo tali soggetti – che ipocritamente vengono denominati dal diritto nostrano, europeo e internazionale come vulnerabili – a violenze, stupri e ricatti di ogni tipo. La denuncia che le istituzioni fanno a gran voce delle violenze perpetrate dai cosiddetti “smugglers” o trafficanti di esseri umani, sono uno specchietto per le allodole finalizzato a celare le violenze sistemiche che vengono agite prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio europeo sui corpi delle persone che migrano, con la piena connivenza dell’establishment politico. La seconda frontiera è quella esterna della UE, oramai completamente militarizzata tramite – ma non solo – la creazione degli hotspot, o punti di crisi, ovvero strutture di detenzione chiuse localizzate in Italia e Grecia dove vengono raccolte le persone appena arrivate ai fini dell’identificazione e della registrazione nelle banche dati europee e nazionali. Qui le esigenze di controllo e sicurezza – ormai una cantilena che fa parte del linguaggio politico dei più – si affermano in spregio di ogni retorica dei diritti umani: centinaia di persone vengono ammassate in strutture fatiscenti e costrette a sottoporsi al fotosegnalamento coatto. Il decreto minniti ha recentemente previsto la detenzione nei nuovi CPR per chiunque rifiuti tale procedura: è in questi luoghi che inizia la classificazione arbitraria tra chi è meritevole di protezione e chi viene bollato come migrante economico, spesso sulla base del paese di origine e con il supporto delle autorità consolari che illegittimamente vengono accolte nei porti per supportare le procedure di identificazione.

E’ questo sistema che causa l’aumento esponenziale delle richieste d’asilo: se l’unica alternativa alla deportazione è presentare domanda di protezione internazionale, appaiono quantomeno naif le lacrime di coccodrillo del ministero dell’interno e della giustizia sull’impossibilità di gestire un aumento esponenziale delle domande di asilo.

Chi riesce in qualche modo a rimanere in Italia – in quanto irregolare o in attesa del responso delle Commissione territoriali – non ha comunque vita facile, soprattutto se non conforme ai parametri cisnormativi. Per le/i richiedenti asilo infatti si apre la fase di colloquio in commissione territoriale: un terzo grado di fronte a figure istituzionali in cui la vita delle persone viene scandagliata e al richiedente spetta in toto l’onere della prova. Sei frocio? allora dimostrami quanto soffri nel tuo paese per questa cosa. Fammi entrare stile Grande Fratello nelle tue relazioni, nelle violenze che hai subìto. Fammi vedere il tesserino arcigay così forse una briciola di protezione te la concedo. Hai subito violenza nel tuo paese in quanto donna? In quanto vittima di tratta? Raccontami i particolari della tua esperienza, descrivimi le facce dei tuoi carnefici, raccontami come ti hanno fatto sentire quelle violenze. Ah ma sei stata stuprata una sola volta? Mmmmh, allora forse stai un pò esagerando, quasi quasi ti meriti una bella deportazione. Però se mi aiuti a trovare chi ti sfrutta, chi ti costringe a prostituirti, se mi fai il nome e mi mostri pure una foto può darsi che un permesso di soggiorno riesci a strapparlo.

Questo sistema è avvilente, degradante, una vittimizzazione secondaria in piena regola. Non viene lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione e all’autonarrazione delle persone: tutto viene etichettato, sottoposto a controllo e incasellato in categorie legittimate da una qualche legge italiana o europea. Ovviamente non tutte le violenze sono uguali: sono molteplici i casi di donne non italiane che si recano alla polizia per denunciare le violenze del proprio compagno e finiscono in un CIE/CPR perché senza documenti. In quel caso che fine fanno i proclami dello stato contro la violenza sulle donne? Di che donne parliamo? Di che violenza?

Per non parlare della detenzione nei CIE/CPR. Ha fatto scalpore la vicenda di Adriana, la donna trans con il permesso di soggiorno scaduto finita nei CPR di Brindisi e poi di Caltanissetta e isolata in sezioni speciali per “proteggerla” dalle violenze degli altri detenuti. Adriana è stata segnalata alle forze dell’ordine perché scambiata per una prostituta. Lo stigma della puttana ha colpito ancora. Controllata e trovata col permesso di soggiorno scaduto, è stata rinchiusa nel CIE, dove per non essere deportata è stata costretta a richiedere la protezione, nonostante viva in Italia da decenni, da quello stesso sistema che l’ha colpita in quanto trans. È lo Stato che crea la domanda e l’offerta di ‘protezione’ come lo fa per lo sfruttamento e l’ingresso e selezione di forza lavoro. C’è chi ha chiesto il suo trasferimento nel CIE di Ponte Galeria a Roma (l’unico ad avere una sezione femminile), chi ha chiesto l’istituzione di sezioni speciali. Quello che è sicuro ma che evidentemente va ribadito è che rifiutiamo di pensare che sia legittimo rinchiudere delle persone in gabbie per il solo fatto di aver attraversato un confine. Il sistema dei CPR e delle prigioni – dove le identità vengono negate, spezzate e disprezzate, ad esempio attraverso la negazione delle terapie ormonali o l’isolamento in celle container – non può essere umanizzato, riformato o migliorato. Va abolito e distrutto. Così come va abolito e distrutto qualsiasi sistema di controllo, infantilizzazione e vittimizzazione delle vite altrui, delle vite di quelle persone che vengono costrette a narrarsi nel modo in cui piace a chi detiene un privilegio ineludibile -ovvero il privilegio bianco – per poter rosicchiare il “diritto” di spostarsi, cambiare paese, inventarsi una nuova vita altrove. Cosa che noi cittadin* europe* facciamo in continuazione, ma lo chiamiamo cosmopolitismo.

Il link al testo: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2017/05/03/minniti-orlando-cirinna-questo-triangolo-non-ci-va-il-sistema-delle-frontiere-e-la-violenza-sui-corpi/

Posted in General | Comments Off on Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi