26 maggio///Transmission_Proiezione “Criminal Queers”

L'immagine può contenere: sMS

Lo spazio delle Cagne Sciolte è lieto di accogliere nuovamente le proiezioni di Transmission

Il 26 maggio verrà proiettato il film “Criminal Queers” di Eric A.Stanley e Chris Vargas

Attraverso l’espediente narrativo di una gang di persone queer, “Criminal Queers” critica il sistema etero e cis-patriarcale e racconta in chiave quasi comica il “sistema carcerario industriale” degli USA e l’oppressione specifica che agisce sulle persone persone trans* e non conformi in termini di genere.

h.19 – Apericagna
h.21- Proiezione film e  poi … ne parliamo!!!

@Cagne Sciolte//Via Ostiense 137// metroB_Garbatella

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Solidarietà e autodifesa femminista

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La solidarietà e l’autodifesa femminista sono la nostra arma!!

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Se toccano una, toccano tutte!

 

Il 16 maggio per le strade di Roma è comparso questo striscione. Non possiamo che condividere la rabbia per l’ennesima volta in cui una donna sopravvissuta a una violenza viene messa alla gogna dalla giustizia dei tribunali che mettono sotto il riflettore le abitudini di vita, il modo di vestire, il modo di fare sesso della donna al fine di dimostrare che in fondo in fondo quella violenza se l’è andata a cercare. La violenza sui corpi delle donne avviene ovunque e niente la giustifica, tantomeno una diagnosi psichiatrica finalizzata a delegittimare la parola della sopravvissuta.

Se toccano una, toccano tutte

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi

Per maggiori info su questa vicenda:

https://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/05/parma-processo-stupro-agli-antifa

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Liber* tutt*!!!

 

Il 16 maggio per le strade di Roma è comparso questo striscione. Non possiamo che condividere il desiderio di libertà per sei compagn* detenut* nel carcere di Torino, accusat* di essersi attivamente opposti alla presenza delle guardie nei quartieri.
Chi si ribella non è mai sol*. Liber* tutt*!!!
Per info su questa vicenda:
https://www.autistici.org/macerie/?p=32591
https://www.autistici.org/macerie/?p=32595
https://www.autistici.org/macerie/?p=32616
https://www.autistici.org/macerie/?p=32622
https://www.autistici.org/macerie/?p=32624
https://www.autistici.org/macerie/?p=32631

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Siamo tutt* per l’immediata liberazione e assoluzione per Higui!

https://www.autistici.org/webmail/3/?_task=mail&_action=get&_mbox=INBOX&_uid=17075&_part=2&_extwin=1&_mimewarning=1&_embed=1

Sono passati diversi mesi,ma higui è ancora reclusa. La sua colpa?  Essersi difesa da un tentativo di stupro correttivo di 10 uomini. Lei è  indagata per omicidio colposo, loro liberi di girare indisturbati. In un momento in cui tutto il movimento femminista in argentina si sta  interrogando sull’inefficacia dell’inasprimento delle pene come  deterrente contro la violenza machista e patriarcale, ci troviamo di  fronte a una storia di ordinaria violenza istituzionale in un paese in  cui – non molto diversamente da quello che accade qui- ogni tre giorni  viene ammazzata una donna e nulla sembra cambiare.

La rabbia è la nostra forza, la solidarietà e l’autodifesa le nostre armi.
Higui libera, tutte libere.

Riceviamo e con piacere diffondiamo tradotto il comunicato delle compagne di Higui che hanno lanciato per lo scorso 17 maggio, giornata contro l’omolesbotransfobia, una giornata nazionale per la liberazione e assoluzione di Higui:

Eva Analia de Jesus, detta Higui, è ingiustamente detenuta da sette mesi per essersi difesa da un attacco sessuale di un gruppo di uomini violenti con il fine di correggere il suo orientamento sessuale. Dal 16 ottobre 2016 si trova privata della sua libertà nella sezione distaccata del carcere di San Martin, nella periferia di Buenos Aires, in attesa di processo. Da fuori, familiari, organizzazioni sociali e femministe esigono la sua liberazione sottolineando l’ingiustizia dell’imputazione a suo carico e anche le molteplici irregolarità nella sua causa e le violenze che sempre derivano dalla reclusione.
Higui è accusata dalle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerla dalla violenza machista che ha subito. Attaccata da uomini che non sono sotto indagine, non sono imputati o detenuti con l’accusa di “tentata violenza sessuale aggravata”; abbandonata dai poliziotti che vedendola incoscente e ferita a causa dell’aggressione, non hanno pensatoinnanzitutto alla sua salute, bensì l’hanno derisa, interrogata e reclusa; dimenticata dal potere giudiziario che la accusa di “omicidio colposo”, non dispone la sua liberazione ma anzi si limita ad indagare solo su di lei; dimenticata anche dagli operatori di “giustizia”che non adempiono alle loro funzioni e che rivittimizzano chi reagisce per leggittima difesa ad un tentativo di stupro correttivo di gruppo già preceduto da minacce. Situazione questa che giàdi per sè dimostra la situazione di vulnerabilità di Higui.
Higui non solo è detenuta, ma porta lo stigma di chi è colpevole “fino a prova contraria” che costituisce una violazione dei diritti umani. Un’operazione giudiziaria sistematica contro quelle che si ribellano alle violenze machiste e che consolida e rinforza le differenti forme di oppressione – sia di classe che eteropatriarcali – agite sulle lesbiche, le travesti, le persone trans e le donne.
Tutto questo non ci lascia in silezio, la rivogliamo subito per le strade dove manifestiamo per la sua liberazione e assoluzione, perchè è li che si conquistano e difendono i diritti. Non vogliamo più perdite di tempo né che le nostre storie di vita continuino a trasformarsi in “casi”, in fattispecie di reato che ricadono in un modo o nell’altro sulle più povere.
Ci vogliamo vive e libere, sono nostri diritti

Il prossimo 7 giugno Higui compirà 43 anni e spera di festeggiare con i suoi parenti e le compagne che la vogliono libera.

Per questo esigiamo:

– Libertà immediata e assoluzione per Higui, arrestata per essersi difesa dall’odio lesbofobico!
– Indagini sull’aggressione che ha subito e punizione per i responsabili.
– Accesso al patrocinio gratuito per le vittime di violenza machista.
– Formazione per tutti gli operatori giudiziari in materia di genere e orientamento sessuale.
– Risarcimento per tutte le lesbiche, travesti, persone trans e donne vittime del machismo e rivittimizzate dallo Stato.

Toccano una, rispondiamo tutte!
#LibertadParaHigui

Commissione per la libertà e assoluzione di Higui

Adesioni a : Justiciaporhigui@outlook.es

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Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Con piacere diffondiamo questo contributo del Sommovimento NazioAnale sul tema dell’autonomia transfemminista

Quando parliamo di sessismo nei movimenti immediatamente il pensiero e la memoria corrono a i vari episodi che tutte e tuttu nella nostra vita ‘militante’ prima o poi ci siamo trovate a subire o a cui abbiamo assistito: macro e micro violenze quotidiane – fisiche, psicologiche o verbali – episodi più o meno evidenti ed eclatanti, aggressioni più o meno esplicite e ‘giustificate’.
Queste sono le prime cose che ci vengono in mente e che agiscono, tendenzialmente, a un livello individuale o comunque ristretto: una singola donna aggredita, alcune compagne sminuite e maltrattate, un ‘compagno che sbaglia’, un’assemblea dalle pratiche fastidiosamente machiste.
Ovviamente, tutte riconosciamo il portato strutturale di questi comportamenti e atteggiamenti: stiamo imparando a riconoscere la violenza anche quando la vediamo nei nostri spazi politici e ci stiamo dotando di pratiche per combatterla.
Ma c’è anche un altro aspetto del sessismo in ambito di movimento, se possibile ancora più subdolo e radicato, ossia l’attacco e la delegittimazione costante che i movimenti, le tematiche, le realtà femministe e transfemministe ricevono da chi dovrebbe essere nostro
alleato\a e complice.
Quante volte accade che le questioni di genere vengano relegate a questioni delle compagne?
Quanto spesso ci troviamo davanti a compagni/e – avuls* da qualsiasi percorso di genere – spiegarci com’è che si fa Politica con la P maiuscola?
Quante volte le pratiche nuove ed orizzontali che proviamo a costruire vengono continuamente riportate ad una prassi ortodossa del buon militante, preconfezionata da percorsi e movimenti dalle modalità machiste?
Quante volte la risoluzione dei conflitti all’interno del movimento riproduce le stesse pratiche violente, che vanno dall’invisibilizzazione allo scontro machisa tra gruppi?
Quanto spesso le soggettività femministe e transfemministe vengono schiacciate e sovradeterminate dalle logiche delle strutture organizzate, con conseguente appropriazione e strumentalizzazione delle nostre lotte?
Noi crediamo che questo avvenga talmente spesso che fatichiamo a rendercene conto, fino all’episodio dirompente che ci svela che il Re è stronzo…e a volte pure la Regina!
Crediamo fortemente nei percorsi non identitari, nei quali ci si metta in discussione e si arricchisca il proprio agire a partire da sé e dall’autocritica collettiva. Percorsi come Non Una Di Meno che ci costringono a confrontarci sulle nostre differenti visioni e a
riconoscere le oppressioni e i privilegi di ognun* per creare alleanze e reti.
Crediamo però che questi percorsi – femministi e transfemministi – non possano prescindere dalla de-machistizzazione delle nostre pratiche, dall’abbandono perpetuo delle modalità e delle logiche a cui siamo da sempre abituate\i. Crediamo nella centralità
di una lettura del reale femminista, transfemminista e intersezionale, che rifiuti pratiche di egemonizzazione e gerarchie delle lotte.
Non vogliamo essere un campo di battaglia per chi si rifiuta di partire da sé e vede gli spazi di movimento come un ring nel quale portare a casa il proprio ‘pezzetto’ di trofeo. Ci rifiutiamo di aderire a queste logiche, e questo è un punto politico importante. Crediamo che ognun* dovrebbe uscire da questi spazi trasformat*, pront* a cambiare idea, per crescere insieme e non con l’idea di dover far passare una propria linea preconfezionata e statica.
Ma non siamo figlie dei fiori, siamo anzi ben pronte al conflitto, dentro e fuori i nostri spazi, vogliamo contrastare chi pretende di appropriarsi superficialmente dell’etichetta di femminista, transfemminista, queer senza mai mettere in discussione la propria identità e i meccanismi con cui ci si replica e riproduce politicamente secondo uno schema eteronormato e machista. Crediamo che questi siano i parametri minimi per creare fiducia e complicità in un movimento femminista e transfemminista, per stringere alleanze, per essere complici e solidali. Siamo stanche di essere ancora delegittimate, manipolate e neutralizzate negli spazi di movimento, che troppo spesso ci considerano una mera quota rosa o frocia, e che quasi mai si lasciano contaminare dalle nostre pratiche e assumono le analisi di genere come fondanti del proprio discorso politico.
Crediamo che in questo momento sia fondamentale rafforzare le letture e le pratiche femministe e transfemministe e renderle attraversabili da chiunque. Dobbiamo creare spazi fisici, virtuali e mentali avulsi dalle logiche delle aree politiche predeterminate nei contenuti e nelle pratiche.
Dobbiamo autorganizzarci e rafforzare i processi di soggettivazione femminista e transfemminista, e non invece essere oggetto di teorizzazioni altrui. Le donne, le frocie, le compagne, le queer favolose non hanno bisogno dei maschi alfa che dettano la linea
politica sul mondo e sui percorsi di genere -occupando fisicamente e verbalmente i nostri spazi – senza mettere mai in discussione il proprio ruolo di potere nel mondo e negli spazi politici.
Come femministe e transfemministe non siamo un’identità o un’area monolitica e compatta, e ce lo rivendichiamo!
Questo non ci indebolisce ma potenzia le possibilità di connessione e intreccia le lotte che ognun* di noi porta avanti.
Anche noi dobbiamo continuare a praticare costantemente un’autocritica a partire dai ruoli che ci limitano, dal potere che ci tenta, e soprattutto dai nostri privilegi di persone bianche che hanno la possibilità di muoversi più o meno liberamente, che riescono più o
meno a fare i conti con la propria precarietà, cercando di ripensare i tempi e modi della militanza, creando spazi attraversabili e accoglienti che non siano escludenti anche dal punto di vista materiale per tutt* coloro che non hanno i nostri stessi privilegi.
Allo stesso modo non vogliamo essere schiacciate – come troppo spesso accade ai movimenti sociali – nelle logiche di asservimento al potere e alle istituzioni, alla logica del Padrino o del Santo Patrono, al meccanismo del favore e del compromesso o – al contrario – della dimostrazione di forza a tutti i costi, stabiliti da criteri eteromachisti e eteroparaculi.
Anche per tutto questo crediamo che spazi come le consultorie transfemministe queer possano essere luoghi – fisici e non – da cui ripartire, rafforzarsi e riconoscersi a vicenda.

 

Link: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2017/05/03/del-sessismo-nei-movimenti-e-autonomia-transfemminista-ovvero-il-re-e-stronzo/

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Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi

Volentieri diffondiamo un contributo del Sommovimento NazioAnale sui recenti decreti Minniti/Orlando ormai convertiti in legge.

La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite.

Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.

L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso.

In particolare, con il decreto sulla sicurezza urbana viene messa a sistema la strategia di “pulizia” delle città e dei territori già fomentata dalle politiche di gentrificazione e di promozione di un decoro – concetto ormai caro tanto alle istituzioni quanto ai sedicenti cittadini per bene – che non può che passare per la rimozione in senso letterale e figurato di tutte quelle persone considerate indecenti, immorali, povere e socialmente pericolose.

Si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili. Questa tendenza si è resa evidente nel tempo: basti pensare alle proposte di zoning che molte amministrazioni comunali hanno tentato di implementare al fine di relegare il lavoro sessuale in zone periferiche della città lontano dall’attraversamento quotidiano delle persone, costringendo le/i sex workers a lavorare in condizioni di maggior invisibilità e rischio, dovuto anche alla presenza stile check-point delle forze dell’ordine deputate a tutelare la pubblica morale colpendo le/i sex worker e allontanandole dalle reti di solidarietà e sostegno; passando per l’ampio ventaglio di misure repressive a disposizione delle autorità pubbliche che vanno dai frequenti fogli di via al “daspo urbano” che il suddetto decreto appalta ai sindaci per ammonire coloro che attuano condotte considerate anti-sociali (accattonaggio, prostituzione esplicita, spaccio, imbrattamento etc.); fino ad arrivare al recente episodio di molestie e allontanamento di due ragazze lesbiche che si baciavano ad opera dei militari impiegati nella famigerata operazione “strade sicure” – operazione di cui non dimentichiamo faceva parte il miliare stupratore de L’Aquila – avvenuto a Napoli, città governata dall’illuminato sindaco De Magistris in un paese che si è fregiato del titolo di civiltà offerto dalle unioni civili approvate nel maggio 2016 e che poche settimane fa ha proceduto allo sgombero di migliaia di persone rom rinchiuse in un cie a cielo aperto nel totale silenzio mediatico.

Questa tendenza è ancor più evidente nel secondo decreto Minniti riguardante le misure di contrasto all’immigrazione irregolare. Già la denominazione ‘irregolare’ – in riferimento ai migranti cosiddetti economici – in contrapposizione ai migranti ‘regolarizzabili’, ossia coloro che risultano idonei ad accedere potenzialmente ai percorsi di accoglienza e protezione, è fuorviante: come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti, visibilità, mentre chi è permale è marginalizzabile e espellibile. Cioè è perbene chi si adatta al ruolo che la società ha ritagliato: se sei una donna devi essere in grado di provvedere al lavoro di cura e ai canoni morali che ci si aspetta. Se sei una migrante allo stesso modo devi anche soddisfare le aspettative riguardo l’integrabilità, la messa a valore -dalle migranti sfruttate nelle campagne, a quelle che assolvono al lavoro di cura nelle case, a le migranti costrette al lavoro ‘volontario’ gratuito nei percorsi della cosiddetta accoglienza -e il ruolo di vittima che ti è stato cucito addosso. Se sei una frocia devi essere rispettabile, ossia non appariscente, non eccentrica rispetto all’ideale eteronormato delle relazioni affettive e sessuali: frocia sì ma monogama e disposta ad unirsi civilmente. Non è un caso che il partito e la senatrice, Monica Cirinnà, che hanno spinto per l’approvazione delle unioni civili, siano gli stessi che hanno scritto e approvato i due decreti Minniti.

Non è un caso che nella stessa legislatura siano state approvate sia la legge Cirinnà, con il suo carico retorico riguardo la civiltà del nostro paese – in continua contrapposizione con i discorsi islamofobi e criminalizzanti sui migranti in arrivo – e i decreti sull’immigrazione e il decoro urbano, che insieme restituiscono un quadro chiaro di quali sono i requisiti per essere assimilati verso un ‘dentro’ o essere espulsi verso un ‘fuori’.

Questa retorica della civiltà e degli ‘italiani brava gente’ passa attraverso la legge sulle unioni civili per arrivare a blandire il discorso sull’accoglienza di chi è più debole e vittima. Tralasciando di approfondire qual è il ruolo dell’Europa nelle dinamiche migratorie (espropriazione, colonialismo, guerre, sfruttamento) ci inseriamo nel ruolo dei benefattori che accolgono i\le più bisognose. Mentre il decreto Minniti veniva convertito in legge, gli esponenti del governo erano in tv a ribadire quanto è bella l’accoglienza per chi ha diritto ma che gli altri devono stare fuori. Non è un caso che un decreto così repressivo e limitativo sulla possibilità di transitare o restare nel nostro paese sia stato fatto passare per un provvedimento che velocizza le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, quando nei fatti riduce le possibilità di richiedere asilo in Italia e nel contempo aumenta le misure repressive verso chi non ha i requisiti per richiederla. Bisogna evidenziare anche come il ruolo di chi lavora nel business dell’accoglienza si vada ancor più a esplicitare come un ruolo di controllo attraverso l’equiparazione degli operatori\operatrici a pubblici ufficiali. Questo ci chiama in prima persona a riflettere ed analizzare il nostro privilegio in quanto cittadine\i, e il nostro ruolo di potere quando ci rapportiamo a persone senza documenti. Occorre trovare i terreni di complicità e le lotte comuni ma anche riconoscere le differenze e i diversi posizionamenti tra le persone in base non solo al genere o all’orientamento sessuale ma anche in base all’accesso ai diritti, ai servizi, alla classe di appartenenza, e alla provenienza\razializzazione\status giuridico. Rifiutiamo la divisione tra migranti economici ‘cattivi’ e rifugiati ‘buoni’, senza però appiattire il soggetto migrante in un corpo unico che non tenga in considerazione le caratteristiche di cui sopra, la molteplicità di oppressioni che si intersecano, e i diversi bisogni e desideri di ognun*.

Il sistema delle frontiere, per come è strutturato attualmente, si configura come un sistema stratificato di livelli di oppressione che, a partire dai paesi di origine e transito dei flussi migratori, si articola fin dentro alle città e ai territori, imponendo continue violenze e coercizioni sui corpi delle donne migranti e delle soggettività queer che attraversano le frontiere. Gli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale che l’Italia e la UE intessono con i paesi terzi, creano delle zone di stasi e transito oltre il Mediterraneo, luoghi di violazione della libertà di movimento, esponendo tali soggetti – che ipocritamente vengono denominati dal diritto nostrano, europeo e internazionale come vulnerabili – a violenze, stupri e ricatti di ogni tipo. La denuncia che le istituzioni fanno a gran voce delle violenze perpetrate dai cosiddetti “smugglers” o trafficanti di esseri umani, sono uno specchietto per le allodole finalizzato a celare le violenze sistemiche che vengono agite prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio europeo sui corpi delle persone che migrano, con la piena connivenza dell’establishment politico. La seconda frontiera è quella esterna della UE, oramai completamente militarizzata tramite – ma non solo – la creazione degli hotspot, o punti di crisi, ovvero strutture di detenzione chiuse localizzate in Italia e Grecia dove vengono raccolte le persone appena arrivate ai fini dell’identificazione e della registrazione nelle banche dati europee e nazionali. Qui le esigenze di controllo e sicurezza – ormai una cantilena che fa parte del linguaggio politico dei più – si affermano in spregio di ogni retorica dei diritti umani: centinaia di persone vengono ammassate in strutture fatiscenti e costrette a sottoporsi al fotosegnalamento coatto. Il decreto minniti ha recentemente previsto la detenzione nei nuovi CPR per chiunque rifiuti tale procedura: è in questi luoghi che inizia la classificazione arbitraria tra chi è meritevole di protezione e chi viene bollato come migrante economico, spesso sulla base del paese di origine e con il supporto delle autorità consolari che illegittimamente vengono accolte nei porti per supportare le procedure di identificazione.

E’ questo sistema che causa l’aumento esponenziale delle richieste d’asilo: se l’unica alternativa alla deportazione è presentare domanda di protezione internazionale, appaiono quantomeno naif le lacrime di coccodrillo del ministero dell’interno e della giustizia sull’impossibilità di gestire un aumento esponenziale delle domande di asilo.

Chi riesce in qualche modo a rimanere in Italia – in quanto irregolare o in attesa del responso delle Commissione territoriali – non ha comunque vita facile, soprattutto se non conforme ai parametri cisnormativi. Per le/i richiedenti asilo infatti si apre la fase di colloquio in commissione territoriale: un terzo grado di fronte a figure istituzionali in cui la vita delle persone viene scandagliata e al richiedente spetta in toto l’onere della prova. Sei frocio? allora dimostrami quanto soffri nel tuo paese per questa cosa. Fammi entrare stile Grande Fratello nelle tue relazioni, nelle violenze che hai subìto. Fammi vedere il tesserino arcigay così forse una briciola di protezione te la concedo. Hai subito violenza nel tuo paese in quanto donna? In quanto vittima di tratta? Raccontami i particolari della tua esperienza, descrivimi le facce dei tuoi carnefici, raccontami come ti hanno fatto sentire quelle violenze. Ah ma sei stata stuprata una sola volta? Mmmmh, allora forse stai un pò esagerando, quasi quasi ti meriti una bella deportazione. Però se mi aiuti a trovare chi ti sfrutta, chi ti costringe a prostituirti, se mi fai il nome e mi mostri pure una foto può darsi che un permesso di soggiorno riesci a strapparlo.

Questo sistema è avvilente, degradante, una vittimizzazione secondaria in piena regola. Non viene lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione e all’autonarrazione delle persone: tutto viene etichettato, sottoposto a controllo e incasellato in categorie legittimate da una qualche legge italiana o europea. Ovviamente non tutte le violenze sono uguali: sono molteplici i casi di donne non italiane che si recano alla polizia per denunciare le violenze del proprio compagno e finiscono in un CIE/CPR perché senza documenti. In quel caso che fine fanno i proclami dello stato contro la violenza sulle donne? Di che donne parliamo? Di che violenza?

Per non parlare della detenzione nei CIE/CPR. Ha fatto scalpore la vicenda di Adriana, la donna trans con il permesso di soggiorno scaduto finita nei CPR di Brindisi e poi di Caltanissetta e isolata in sezioni speciali per “proteggerla” dalle violenze degli altri detenuti. Adriana è stata segnalata alle forze dell’ordine perché scambiata per una prostituta. Lo stigma della puttana ha colpito ancora. Controllata e trovata col permesso di soggiorno scaduto, è stata rinchiusa nel CIE, dove per non essere deportata è stata costretta a richiedere la protezione, nonostante viva in Italia da decenni, da quello stesso sistema che l’ha colpita in quanto trans. È lo Stato che crea la domanda e l’offerta di ‘protezione’ come lo fa per lo sfruttamento e l’ingresso e selezione di forza lavoro. C’è chi ha chiesto il suo trasferimento nel CIE di Ponte Galeria a Roma (l’unico ad avere una sezione femminile), chi ha chiesto l’istituzione di sezioni speciali. Quello che è sicuro ma che evidentemente va ribadito è che rifiutiamo di pensare che sia legittimo rinchiudere delle persone in gabbie per il solo fatto di aver attraversato un confine. Il sistema dei CPR e delle prigioni – dove le identità vengono negate, spezzate e disprezzate, ad esempio attraverso la negazione delle terapie ormonali o l’isolamento in celle container – non può essere umanizzato, riformato o migliorato. Va abolito e distrutto. Così come va abolito e distrutto qualsiasi sistema di controllo, infantilizzazione e vittimizzazione delle vite altrui, delle vite di quelle persone che vengono costrette a narrarsi nel modo in cui piace a chi detiene un privilegio ineludibile -ovvero il privilegio bianco – per poter rosicchiare il “diritto” di spostarsi, cambiare paese, inventarsi una nuova vita altrove. Cosa che noi cittadin* europe* facciamo in continuazione, ma lo chiamiamo cosmopolitismo.

Il link al testo: https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2017/05/03/minniti-orlando-cirinna-questo-triangolo-non-ci-va-il-sistema-delle-frontiere-e-la-violenza-sui-corpi/

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Sex work is work!

“Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose. Dobbiamo renderci conto che ‘Cagna è bella’ e che non abbiamo nulla da perdere. Niente di niente.”

Con questa frase, tratta dal manifesto CAGNA del 1968, abbiamo aperto uno dei primi comunicati scritti come Cagne Sciolte, dopo aver liberato uno spazio in Via Ostiense a Roma, nel 2013.

Abbiamo iniziato la nostra riflessione a partire dalla riappropriazione di un termine dispregiativo, cagna, insulto sessista rivolto almeno una volta a tutte noi, per risignificarlo, per farne un elemento di forza e di rifiuto di qualsiasi norma imposta dal sessismo e dal patriarcato su di noi, sulle nostre vite, sui nostri corpi e desideri. Non vogliamo essere belle, carine, sistemate, pettinate ed educate per forza, non vogliamo essere alla ricerca del principe azzurro o dell’amore eterno, non vogliamo limitare nè il numero di persone che ci portiamo a letto nè quello che decidiamo di farci sotto le lenzuola…o sul tavolo o nel bagno di un bar.

E allora si, siamo cagne, perchè ben diverso è sentirselo urlare dal maschione di turno o urlarlo con le tue sorelle intorno, facendone un grido di lotta, uno strumento di ribellione e di riconoscimento con le altre. Il processo che ci porta a definirci cagne non è così diverso da quello che ha portato i gay a riappropriarsi del termine frocio, i soggetti razzializzati del termine negro e le sex workers del termine puttana.

Per questa ragione ci teniamo oggi a prendere parola ed esprimere solidarietà a tutt* coloro che lavorano nell’industria del sesso ed alle lotte per i loro diritti.
Crediamo nell’autodeterminazione di tutte, tutti e tuttu e anche se sappiamo che la liberazione di ognun* e di tutt* non può passare per il lavoro -nessun tipo di lavoro- non crediamo che fare la sex worker renda più schiave che fare la badante, la cameriera, la babysitter, l’operaia o la brava moglie di casa che rinuncia a se stessa per il bene di figli, mariti, padri, cani e gatti. Crediamo nella libertà di ognun* di scegliere come gestire il proprio corpo e la propria sessualità e riconosciamo come strumento fondamentale della nostra lotta uno dei grandi insegnamenti del femminismo: partire da sé, che per essere più precis* significa partire dalla PROPRIA definizione di sè, riconoscendo come oppressione ed invisibilizzazione qualsiasi definizione che venga imposta da altr*. Sono io ed io soltanto che scelgo se e quando definirmi come vittima o sopravvissuta, santa o puttana, bisognosa d’aiuto o pronta a reagire.

Pensavamo non ci fosse alcun bisogno di dirlo, ma visto il tenore del dibattito su tratta e sex work, lo ribadiamo: rifiutiamo la tratta, come qualsiasi altra forma di violenza e sfruttamento sulle donne, rifiutiamo tutte quelle condizioni che determinano il fenomeno della tratta, qualsiasi tipo di guadagno realizzato attraverso la tratta, qualsiasi tipo di espressione culturale che giustifichi la tratta e contestiamo chi non condanna la tratta; come transfemminist* queer ci battiamo per l’autodeterminazione dei soggetti e delle proprie scelte e condanniamo qualsiasi ostacolo a questo.

Per criticare e combattere la tratta occorre però necessariamente parlare delle strutture su cui il sistema della tratta si basa e degli strumenti con cui si attua: occorre parlare del ruolo che hanno, nell’alimentare questo fenomeno, le frontiere ed i meccanismi di controllo delle stesse, il permesso di soggiorno condizionato al contratto di lavoro o al ricongiungimento con mariti/familiari, l’impossibilità di migrare e spostarsi liberamente tra un paese e l’altro, i centri d’identificazione ed espulsione, le retate per le strade e le varie ordinanze anti-degrado che stabiliscono regole di condotta per allontanare, invisibilizzare, rinchiudere e deportare, per nascondere agli occhi dei “bravi cittadini” chi non è presentabile: vittime di tratta, migranti, rom, sex workers, persone trans, pover*.

Ci sembrano a dir poco ingenue le critiche alla tratta che non tengono conto di questi argomenti nella loro riflessione.
La tratta di donne migranti per alimentare il mercato del sesso in Europa poggia su tre pilastri fondamentali: il patriarcato, il capitalismo ed il sistema delle frontiere.
Nessuna lotta che tenga fuori la critica di questi tre sistemi di oppressione e la lettura dei nessi che ci sono tra lo sfruttamento lavorativo, l’oppressione e la violenza di genere e l’oppressione legata alla provenienza geografica, potrà mai sconfiggere questo fenomeno, ma solo renderlo più nascosto, invisibile e precario e alimentare i discorsi per la sicurezza, il decoro e la vittimizzazione delle donne.

Come ulteriore precisazione, occorre smettere di interpretare tutto il sex work come tratta. La tratta e’, purtroppo, una parte dell’industria del sesso, come lo e’ del lavoro domestico o dell’agricoltura. E’ l’ acuta espressione dello sfruttamento del lavoro di donne migranti, che ci finiscono per superare frontiere, povertà e guerra. Pensare a tutto il sex work come violenza di genere invisibilizza e banalizza le realtà di chi al suo interno subisce violenza, stupro e sfruttamento e vittimizza le migranti stesse, negando i loro progetti migratori e giustificando spesso e volentieri la loro espulsione. In più, continuare a discutere di questo tema confondendo i due termini in maniera strumentale e descrivendo un unico modello di prostituta (donna, cisgenere, migrante, sfruttata, vittima di tratta, incapace di liberarsi autonomamente) ed un unico contesto in cui si prostituisce, la strada, non fa altro che invisibilizzare e precarizzare la vita e le scelte di chi esercita il sex work, non solo donne cis, ma anche uomini, persone trans, non solo per la strada, ma anche negli appartamenti, nei club, online, sui set cinematografici, etc…

Una lotta per il riconoscimento del sex work e per i diritti di chi lavora nell’industria del sesso contribuisce a combattere lo stigma, l’isolamento e quindi le violenze che li/le colpiscono, mentre negarne la libertà di scelta, invisibilizzarne i vissuti e le esperienze, riconducendo tutta la prostituzione sotto l’etichetta di tratta e chiedendo la criminalizzazione di lavoratrici e clienti, lungi dallo sconfiggere il traffico di esseri umani, non fa altro che rendere tutte e tuttu più precari*, ricattabili e sfruttabili.

Inoltre, lo stigma della puttana non riguarda solo le prostitute ma è un’arma del patriarcato contro tutte le donne. Infatti, la stigmatizzazione della puttana permette di creare un modello ben definito di tutto quello che le donne non devono essere e soprattutto non devono fare. Questo permette di dividere schematicamente le donne in due categorie: la santa (moglie e madre) e la puttana. Per questo motivo, lo stigma della puttana agisce su tutte noi, quando ci vestiamo provocanti e ci sentiamo osservate, quando ci viene detto che ce la siamo cercata, quando le nostre abitudini sessuali diventano giustificazione per la violenza.

Non crediamo che la nostra autodeterminazione sia messa a rischio da i/le sex workers, piuttosto da uomini violenti, preti, obiettori, poliziotti, politici, usurai, banchieri, giornalisti, manager delle multinazionali, palazzinari, etc..

Non crediamo che il sex work sia un crimine contro l’umanità, piuttosto lo è il capitalismo, il sistema di sfruttamento neoliberista, basato su l’appropriazione delle risorse di tutt* da parte di pochi, sullo sfruttamento dei territori e delle persone, sulla chiusura delle frontiere.

Il nostro nemico è chi sancisce e legittima l’eterno disequilibrio tra ricch* e pover* nel mondo, non chi tenta di sopravvivere a questo, tutte, tutti e tuttu tentiamo di farlo, tutte, tutti e tuttu cerchiamo di sopravvivere con ogni mezzo all’esclusione sociale che inesorabilmente si scaglia contro chi decide di sottrarsi al regime di sfruttamento.

Non accettiamo che in un movimento femminista si giudichino le scelte altrui, che si parli dell’autodeterminazione delle altre e di quale strada dovrebbe seguire, che vengano negate le narrazioni che di sè altre soggettività danno, perchè sconvolgono la propria visione del mondo e costringono a rimettersi in discussione.

Ad una visione moralista e paternalista che ci fa vedere le altre come “più sfortunate” o “meno consapevoli” e quindi “da salvare” preferiamo la solidarietà, l’autorganizzazione e la costruzione di reti di relazioni e scambio, una pratica femminista intersezionale che riesca a leggere i nessi dei diversi sistemi di oppressione nelle vite di tutte, tutti e tuttu ed a trovare strumenti adatti a combatterli.

“Pertanto, se presa sul serio, una Cagna è una minaccia per le strutture sociali che tengono le donne schiave, e i valori sociali che giustificano il mantenimento delle donne ‘al proprio posto’. E’ la testimonianza vivente del fatto che l’oppressione della donna non deve esistere per forza, e come tale solleva dubbi sulla validità di tutto il sistema sociale.”

Ci troverete sempre dalla parte delle puttane!
Cagna che abbaia…morde pure!

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Oppressioni specifiche: spunti di riflessione sulla detenzione delle persone trans

Riceviamo e diffondiamo con piacere un’interessante analisi sulla reclusione delle persone trans:

Troppo spesso il discorso contro la detenzione amministrativa utilizza le categorie migrante ed immigrato.
Queste categorie, che usando un termine maschile alimentano l’immaginario dell’uomo africano in fuga dalla guerra e in cerca di un lavoro che gli permetta di mantenere la famiglia, da una parte appiattiscono l’analisi e dall’altra ci permettono di non problematizzare le differenze che caratterizzano le individualità anche fra i\le solidali. Quando parliamo di migranti ad esempio dimentichiamo che l’esperienza delle donne che migrano è completamente differente da quella degli uomini, per non parlare dei\delle trans e\o persone non eterosessuali. Quindi dimentichiamo che l’esperienza del viaggio, della permanenza nel territorio (in questo caso europeo), della richiesta d’asilo, della detenzione e delle espulsioni hanno delle caratteristiche peculiari e delle oppressioni che appunto sono specifiche e molteplici.
Se riconosciamo il privilegio di una persona bianca su una che non lo è, o quello di un uomo cisgenerei su chi non lo è, ci risulterà chiaro che in ogni esperienza della vita abbiamo privilegi diversi e subiamo o agiamo oppressioni specifiche.
La vita di tutte le persone che non sono uomo cisgenere è caratterizzata dall’oppressione del patriarcato.

L’orientamento sessuale non etero, così come il riconoscimento in un genere diverso da quello a cui sei stat* assegnat* alla nascita, sono oggetto di negazione. La norma prevede un codice binario: si è uomini o donne, si è attratt* dal sesso opposto; ciò che fuoriesce da questa è oggetto di fobia e odio,è sbagliato, innaturale, falso, e viene per questo invisibilizzato.

“…medici e giudici negano la realtà del mio corpo trans per poter continuare ad affermare la verità del regime sessuale binario. Esiste la nazione. Esiste il tribunale. Esistono gli archivi. Esistono le mappe. Esistono i documenti. Esiste la famiglia. Esiste la legge. Esistono i libri. Esiste il centro di detenzione. Esiste la psichiatria. Esiste il confine. Esiste la scienza. Esiste persino Dio. Ma il mio corpo trans non esiste.”
“Il mio corpo trans esiste” di P. Preciado

Nel linguaggio, giornalistico o di uso comune, le persone trans sono sempre definite come “il trans”, a prescindere dalla loro identificazione in quanto uomini o donne. In ambito giuridico la soggettività trans è riconosciuta solo attraverso una legge che definisce in maniera rigidissima i passaggi e le procedure da compiere per ottenere l’assistenza medica e il cambio di sesso nei documenti (diagnosi psichiatriche, sterilizzazione forzata ecc.); non è però riconosciuta per tutt* quell* che non sono disposti a sottoporsi a tutto ciò o per tutt* quell* che non possono farlo, rinforzando in questo modo il binarismo di genere e il controllo normalizzante dello stato sui corpi.
Il limbo normativo che si crea, soprattutto in situazioni di detenzione, dà a forze dell’ordine, giudici e consoli la possibilità di comportarsi completamente a propria discrezione.

La storia di Adriana è in questo senso esemplificativa: prelevata a seguito di un controllo di polizia mentre si trovava in un hotel a Napoli con il suo compagno, verificata la sua condizione di irregolarità, è stata reclusa in isolamento nel c.i.e. di Brindisi, dove è presente la sola sezione maschile. Lei ha scelto di lottare ed ha cominciato uno sciopero della fame e, anche a seguito della denuncia di un’associazione, le sono stati assegnati due piantoni. Mentre dalla direzione le veniva promesso un permesso di soggiorno provvisorio, quello che ha invece ricevuto è stato il trasferimento nelle medesime condizioni nel c.i.e. di Caltanissetta. La sua storia non è un caso isolato, la copertura mediatica che ha raggiunto non è legata alla sua eccezionalità.
La normalità per le persone trans recluse è vedere negata doppiamente la propria autodeterminazione attraverso l’impossibilità di accesso agli ormoni (qualora ne facciano uso), l’isolamento e la reclusione in sezioni diverse dal genere di appartenenza, quindi la continua minaccia di violenze da parte di reclusi e secondini.
Nella loro vita, e quindi anche all’interno dei centri di detenzione ed espulsione, le persone trans vivono l’oppressione specifica del cis-sessismoii, che va a sommarsi al razzismo e al suprematismo biancoiii nel caso di cui sopra.

Dopo tutto questo clamore mediatico, di Adriana e la sua quotidiana resistenza all’interno del c.i.e. non si parla più. E nessuno racconta che nell’ultimo mese altre donne trans sono state rimpatriate a seguito di rastrellamenti contro la prostituzione a Ravenna e Perugia, senza neanche il passaggio per il c.i.e., cosa che normalmente avviene. Le donne trans che lavorano nelle strade (come nel caso di Ravenna e Perugia), non sono solamente minacciate dalla misoginia, dalla transfobia e dallo stigma della “puttana” ma anche dalla violenza dello stato che ogni giorno le rinchiude,maltratta e deporta.
Tutto questo ancora una volta dimostra che se alla condizione di irregolarità si somma quella di transessualità il trattamento è ulteriormente discrezionale, privo di tutele e strutturalmente violento.
Media e associazioni nell’affrontare il caso di Adriana si sono concentrati quasi unicamente sull’assenza nei c.i.e. di una sezione specifica per trans. Neghiamo questa lettura dei fatti che mira a umanizzare delle istituzioni di oppressione che non sono riformabili. In passato esistevano centri che disponevano di sezioni speciali per persone trans (come in via Corelli a Milano) ma questo non le ha di certo tutelate o rese più libere, basti pensare agli stupri lì avvenuti da parte dei poliziotti.
La reclusione è un’esperienza violenta per chiunque la subisca e le oppressioni specifiche possono soltanto aggravarla; per questo lottiamo ogni giorno contro gabbie, frontiere, documenti e galere e in solidarietà con chi resiste.

Per la libertà di tutti e tutte.
Nemiche delle frontiere

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22 aprile: corso di pole dance sospeso!!

Car* il corso di pole dance questo sabato non ci sarà perché le Cagne Sciolte partecipano alla due giorni della mobilitazione Non Una Di Meno che si terrà il 22 e 23 aprile. Per maggiori informazioni su come partecipare alla due giorni:

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