Venerdì 18 luglio h.20,00 – YALLA! Racconti e aggiornamenti sulle lotte in Egitto

YALLA! Racconti e aggiornamenti sulle lotte in Egitto

Ne parleremo con delle compagne dall’Egitto e Rasha, che è tornata a trovarci!

INIZIATIVA SPOSTATA A Venerdì 18 luglio h.20,00 

via Ostiense 137

yalla

 

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[11 luglio] Presidio a Roma. Solidarietà a chi lotta in Palestina

Il Pinkwashing non cancella l’oppressione
Solidarietà a chi lotta in Palestina

2Le bombe democratiche d’Israele hanno ripreso a piovere sulle teste della popolazione palestinese di Gaza, insieme a droni, attacchi via mare, ed a una crescente pressione dell’esercito sionista sui confini.

Contemporaneamente in Cisgiordania i gruppi di coloni armati e le forze militari d’occupazione mettono a segno spedizioni punitive, arresti, sevizie, omicidi ai danni della popolazione palestinese incrementando l’espansione coloniale, saccheggiando terre e distruggendo case.

Intanto nelle città, nei villaggi e nei campi profughi palestinesi continua e cresce la resistenza contro l’occupazione militare e l’espansione coloniale iniziata 66 anni fa.

Tutto questo avviene nella totale disinformazione, quando non addirittura silenzio complice, e manipolazione degli avvenimenti da parte dei mezzi d’informazione mainstream.
La massiccia propaganda israeliana tira fuori le sue armi affinate fino a spingersi all’utilizzo del pinkwashing per rafforzare l’islamofobia, tentando d’identificare come nemica della democrazia occidentale l’intera popolazione civile palestinese.

Retoriche che ritroviamo in tutte le guerre umanitarie post 11 settembre.

La vile strategia sionista arriva fino a strumentalizzare l’uccisione del giovane palestinese Mohammed Abu Khdeir (sequestrato, seviziato e arso vivo da un gruppo di coloni), ipotizzando l’omosessualità del ragazzo e accusando gli stessi familiari di aver commesso un delitto d’onore, nel tentativo di attribuire la brutalità di questa esecuzione alla cultura palestinese, dipingendola come incarnazione della barbarie contrapposta alla civiltà e al progressismo dello Stato sionista. Civiltà e progressismo applicati però solo al popolo israeliano, dai quali sono esclusi i non ebrei e gli strati più poveri e marginalizzati della società.

Questo tipo di operazione è uno degli esempi di Pinkwashing: strategia di propaganda portata avanti dallo stato israeliano al fine di occultare la violazione dei diritti civili e i massacri contro la popolazione palestinese, attraverso la costruzione artificiosa di un immaginario positivo di Israele come moderna, democratica, progressista, caratterizzata dall’apertura e tolleranza nei confronti dei gay. Un immaginario, una ‘copertura rosa’ che cerca di far dimenticare che lo stato di israele da 66 anni occupa e colonizza le terre palestinesi concretizzando il suo progetto di pulizia etnica.

Venerdì 11 luglio saremo a largo Ricci dalle ore 18 (incrocio via Cavour – via dei Fori Imperiali) insieme ai gruppi solidali con la resistenza in Palestina, perché riconosciamo nell’oppressione perpetrata da Israele, con la complicità dell’industria bellica e della politica di potere italiana ed europea, l’oppressione che vogliamo spazzare via dalle nostre vite, dalle nostre relazioni, dalle nostre strade.

Come donne, femministe, frocie non accettiamo alcuna strumentalizzazione sui nostri corpi, desideri e rivendicazioni di autodeterminazione e siamo al fianco di chi in Palestina lotta per liberarsi dalla sopraffazione.

Rifiutiamo l’Apartheid

Boicottiamo Israele

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[radio spot] 22-26-27-28 giugno. T.A.C. Per una nuova Rivolta Frocia

In memoria dei giorni di rivolta di Stonewall abbiamo immaginato un percorso di discussione e confronto di analisi e pratiche. partiremo dalla narrazione frocia e le sue contraddizioni, l’incontro col mercato fino ad arrivare ad oggi, dove parte della comunità lgbt diviene strumento di costruzione per un identità nazionale con confini ben definiti. ma alcune pallette non hanno smesso di luccicare. apriamo le porte ( e le finestre per il caldo) ad uno spazio collettivo di conoscenza e riconoscimento tra complici, per accerchiare e abbattere i nemici comuni, per lottare insieme, ancora una volta: saremo così come siamo con i tacchi, gli anfibi o le ciavatte.

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[22 Giugno] Il sogno e l’utopia

Per la tre giorni all’insegna di tacchi, anfibi e ciavatte per la nuova rivolta frocia, le cagne sciolte presentano:

porporaWEB

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T.A.C. Verso una nuova rivolta frocia

In memoria dei giorni di rivolta di Stonewall abbiamo immaginato un percorso di discussione e confronto di analisi e pratiche. partiremo dalla narrazione frocia e le sue contraddizioni, l’incontro col mercato fino ad arrivare ad oggi, dove parte della comunità lgbt diviene strumento di costruzione per un identità nazionale con confini ben definiti. ma alcune pallette non hanno smesso di luccicare. apriamo le porte ( e le finestre per il caldo) ad uno spazio collettivo di conoscenza e riconoscimento tra complici, per accerchiare e abbattere i nemici comuni, per lottare insieme, ancora una volta: saremo così come siamo con i tacchi, gli anfibi o le ciavatte.tacmanifesto

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LIBERE TUTTE LIBERI TUTTI!

19 giugno: SERATA BENEFIT PER I COMPAGNI E LE COMPAGNE ARRESTAT* A TORINO IL 3 GIUGNO:

dalle ore 20 APERITIVO E DJSET ELECTRO\POP\TRASH\’80′S\90′S

DA ROMA A TORINO COMPLICI E SOLIDALI CON TUTT* GLI\LE ARRESTAT* E GLI\E INDAGAT*

BASTA SFRATTI
BASTA SGOMBERI

Sono invitat* a partecipare tutti i singoli e le realtà solidali!

torino19 copia

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Il Pride non ci basta più – Enjoy Stonewall, The First Pride Was A Riot!

Il Pride non ci basta più

Abbiamo deciso di non partecipare al RomaPride di quest’anno perché non ci sentiamo più di sfilare se i contenuti politici sono stati sostituiti dalla retorica sui diritti, se le rivendicazioni vengono strumentalizzate per acquisire consenso elettorale attraverso vetrine mediatiche, se la speculazione economica ha trasformato un giorno di lotta in eventi di consumo e mercificazione.
La difesa dei nostri desideri, dei nostri spazi di vita e di espressione si porta avanti insieme, creando sinergie che non escludano nessun*. Vogliamo far parte di una collettività consapevole e forte, ci piace la solidarietà fra soggettività frocie, lesbiche,trans e tutto quello che c’è nel mezzo e oltre, amiamo la politica dal basso, non elemosiniamo contentini da chi ci opprime e ci fa violenza quotidianamente, non vogliamo essere tollerat*.
Diversi governi europei, ma non solo, hanno tentato di creare dei modelli in cui reinserire ciò che non rientrava nella norma, che rivoluzionava la morale bigotta, l’eterosessualità obbligata, la binarietà dei generi, i canoni estetici. Lo standard che vogliono imporci è quello del consumatore, del difensore della quieta convivenza civile, e chi non l’accetta o non riesce a uniformarsi viene repress* in maniera sempre più aggressiva. Per questo siamo complici e solidali con chi viene espuls* al margine della società,con i/le migranti, con le/i trans, le sex workers e con chi rifiuta di farsi annichilire da questo sistema.

Non scendiamo in strada per chiedere diritti ma per rivendicare la
libertà di essere e amare come ci pare.
Non possiamo dimenticare che…the first pride was a riot!!

 

OMONAZIONALISMO: la deriva istituzionale e lobbista del movimento lgbt a
livello mondiale sta portando all’affermazione di un nuovo modello a cui
conformarsi: il gay bianco, palestrato, possibilmente liscio e unto, che
si sveglia la mattina, produce e tiene le sue “strane abitudini
sessuali” al chiuso delle quattro mura di casa sua o al massimo nei
locali che affollano le gay street, senza turbare troppo l’ordine
costituito. L’esigenza dei governi mondiali di creare un “noi”
artificialmente omogeneo, occidentale, bianco, borghese,
liberal-democratico, consumatore, cattolico e razzista da contrapporre
all’altro-da noi, terrorista, nero, che viene a rubarci il lavoro e a
imporre costumi retrogadi, omofobi e misogeni ha fatto sì che anche i
froci potessero accedere a questo “noi”, accettando senza obiettare
tutte le altre condizioni imposte.
A questo modello ci opponiamo, perchè ci esclude, perchè marginalizza e
reprime tutte le soggettività non bianche, non decenti, non moralizzate
e non funzionali agli interessi del sistema economico.
PINK MARKET: le nostre vite vengono rese continuamente oggetto di
consumo e inserite nei meccanismi del sistema di profitto che schiaccia
ogni forma di diversità e resistenza. Nella spasmodica ricerca di nuovi
mercati in cui espandersi, il capitalismo è arrivato anche alle istanze
del movimento lgbt. Oggi i froci costituiscono un nuovo settore del
mercato, un mercato rosa e scintillante, fatto di locali, feste, moda,
lustrini e tanti soldi, che sembrano aver assorbito completamente la
portata rivoluzionaria delle lotte lgbt.

 

STONEWALL

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A Torino come a Roma, resistiamo ogni giorno. Complici e solidali!

Ieri, 4 giugno, a Torino e in altre città un’operazione repressiva della polizia, su mandato del ben noto pm Rinaudo, si è tradotta in centinaia di denunce, decine di arresti e altre misure cautelari ai danni di compagn* indagat* per la loro partecipazione a picchetti ed iniziative anti-sfratto. Nelle stesse ore a Roma un ingente schieramento di agenti antisommossa ha provveduto a sgomberare la palazzina occupata di Torre Spaccata, casa di centinaia di persone.
La repressione violenta dello stato e del potere economico continuano a colpire i soggetti messi al margine della società, i\le pover*, gli\le sfruttat*.
Resistiamo ogni giorno, complici e solidali!

Tutte\i libere\i!!

Non lasciamole\i sole\i !

Scriviamo ai compagni e alle compagne in carcere:

 

Daniele Altoè C.C. Piazza Don Soria, 37 – 15121 Alessandria

Andrea Ventrella C.C. Via Port’Aurea, 57 – 48121 Ravenna

Paolo Milan C.C. Brissogne, Loc. Les Iles, 14 – 11020 Aosta

Toshiyuki Hosokawa C.C. Brissogne, Loc. Les Iles, 14 – 11020 Aosta

Giuseppe De Salvatore C.C. Via dei Tigli 14 – 13900 Biella

Francesco Di Berardo C.C. Via Roncata 75 – 12100 Cuneo

Nicolò Angelino C.C. via Maria Adelaide Aglietta 35 – 10151 Torino

Marianna Valenti – C.C. via del Rollone 19 – 13100 Vercelli

Fabio Milan – C.C. via del Rollone 19 – 13100 Vercelli

Michele Garau – Strada Quarto inferiore 266 – Loc. Quarto Inferiore – 14030

 

Nicco, Chiara, Claudio, prigionieri No Tav raggiunti da nuove misure

cautelari, rimangono nelle galere in cui erano precedentemente detenuti:

 

Claudio Alberto C.C. Via Arginone 327 – 44122 Ferrara

Niccolò Blasi C.C. Via Casale San Michele 50 – 15100 Alessandria

Chiara Zenobi C.C. Via Bartolo Longo 92 – 00156 Roma

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15 giugno: KARAOKE e Cena a sostegno del Quilombo38 presso la Trattoria Vegan Popolare “La Puttanesca”

Cena a sostegno del Quilombo38 presso la Trattoria Vegan Popolare “La
Puttanesca”

Il Quilombo38 è al quarto ponte del quartiere Laurentino 38
E’ uno spazio nato l’8 marzo 2014 per diventare, nel quotidiano, un
punto d’incontro nel quartiere.
Biblioteca, laboratori e momenti di scambio sono già attivi, tanti i
desideri e i progetti da realizzare.

Ore 19: Presentazione del progetto a cura dei/delle Quilomber@s

Ore 20,30: Cena per sostenere i lavori e i laboratori

Ore 22: KARAOKE

quilombo38.altervista.org
facebook.com/Quilombo38

Quilombo15cagne

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Da Mattia, prigioniero #noTav: La prigione degli sguardi – note sui processi in videoconferenza

Note sul processo in videoconferenza

La catena dei forzati e lo sguardo pubblico
Fino al 1836 in Francia sopravviveva la tradizione di far marciare in catene i condannati alla prigione. I futuri galeotti venivano incatenati tra loro con collari di ferro e costretti a marciare sulla pubblica via trascinando i segni della propria condanna e mostrando al popolo, che accorreva numeroso, le conseguenze pronte ad abbattersi su chi violava la legge.
Il cammino verso la reclusione, l’ultimo viaggio prima di sparire dietro l’opacità segreta delle prigioni, avveniva dunque sotto gli occhi di tutti, in un cerimoniale pubblico di forte impatto visivo in grado di sprigionare sentimenti contrastanti. La partenza di queste catene umane richiamava il popolo in massa, esibiva il condannato alla folla, alle ingiurie, agli sputi, ma anche alla commozione, alla simpatia, alla complicità; lo esponeva allo sguardo pubblico e mostrava il suo sguardo al pubblico, in un rituale complesso il cui esito non era scontato.
“In tutte le città dove passava, la catena portava con sé la sua festa”. Non solo collari di ferro e catene, segni obbligati della punizione, adornavano i forzati in marcia, ma anche nastri di paglia e di fiori intrecciati, stracci di tessuti colorati, rammendati dagli stessi forzati su strambi copricapo e berretti sfoggiati per l’occasione. Un tocco colorato e irriverente di follia gioiosa, di scherno arlecchino e cenciaiolo, poteva trasformare questa marcia lugubre in una “fiera ambulante del crimine”, una sorta di tribù nomade e galeotta che irrideva i ferri a cui era stata ridotta, malediceva i giudici e ne ingiuriava i tormenti.
E poi quei canti, i canti dei forzati. Canti di marcia intonati collettivamente che tanto impressionavano la plebe e presto diventavano celebri passando di bocca in bocca. Canti che spesso “eccitavano più la fierezza di fronte al castigo” di quanto “non lamentassero il rimorso di fronte al crimine commesso”.
Tutto questo concorreva a incrinare un cerimoniale di giustizia inscenato dal potere come rituale della colpa e del pentimento, lo rendeva socialmente pericoloso perché capace di rovesciare i segni del potere, di mutarne l’ordine del discorso, di soverchiarne il codice morale.
Così scrive la «Gazette des tribunaux» il 19 luglio 1836: “non fa parte del nostro costume il condurre così degli uomini; bisogna evitare di dare, nelle città che il convoglio attraversa, uno spettacolo così orrendo, che d’altronde non è di alcun insegnamento per le popolazioni”. Di lì a poco il trasporto dei condannati verso le prigioni non sarebbe più avvenuto attraverso riti pubblici. Una mutazione tecnica interverrà a ripulire le pubbliche vie di un tale contraddittorio spettacolo: la vettura cellulare.

La vettura cellulare e lo sguardo panoptico
Michel Foucault, attento studioso della nascita della prigione e dei suoi dispositivi accessori, scrive che “l’imprigionare, che assicura la privazione, ha sempre comportato un progetto tecnico” e che “la sostituzione nel 1837 della catena dei forzati con la vettura cellulare” è “sintomo e riassunto” di una mutazione tecnica, di un “passaggio da un’arte di punire a un’altra”.
La vettura cellulare non è da intendersi nei fatti semplicemente come un carro coperto adibito al trasporto dei condannati che prima venivano sottoposti al castigo supplementare della ferratura pubblica; è piuttosto da considerarsi come un’innovazione tecnica che segna un cambio di paradigma. Questa vettura era concepita come una prigione su ruote foderata di latta.
Impenetrabile allo sguardo esterno, sfila triste per le vie senza rivelare nulla di quanto contiene. Gli sventurati che vi montano, siano essi già condannati o in attesa di giudizio, viaggiano sempre in catene, ma ora in piccole celle singole che impediscono non solo di guardare verso l’esterno, ma anche di incontrare lo sguardo degli altri “passeggeri”. Un corridoio centrale permette invece alle guardie di controllare a vista tutti i trasportati attraverso uno sportello.
Così la «Gazette des tribunaux» descrive questo meccanismo di controllo interno: “l’apertura e la direzione obliqua degli sportelli sono combinate in modo che i guardiani tengano incessantemente gli occhi sui prigionieri, ascoltano le minime parole, senza che quelli possano riuscire a vedersi o a sentirsi tra loro”.
Non un semplice carro coperto, dunque, ma un dispositivo tecnico elaborato con obiettivi precisi: nascondere il condannato allo sguardo pubblico, impedire al condannato lo sguardo verso il mondo di fuori, negare lo sguardo complice tra forzati, perfezionare lo sguardo sorvegliante. Non una semplice scatola mobile di latta, ma una “vettura panoptica”, una prigione degli sguardi che annulla i fasti sbeffeggianti delle catene dei forzati e li rende ciechi, silenziosi, invisibili e controllabili.
L’opacità segreta delle prigioni si estende e anticipa il suo arrivo; la sua ombra ingloba il condannato e lo sottrae alla vista prima ancora che lui metta piede nella prigione stessa. Il pudore borghese delle riforme trasporta senza più mostrare come castiga, senza più dare spettacolo. Niente più gioco di sguardi tra popolo e criminale, l’unico sguardo tollerato è quello del guardiano sul penitente recluso.

La videoconferenza e lo sguardo disincarnato
Veniamo all’oggi e all’Italia. L’ultima frontiera nel campo dei “trasporti per motivi di giustizia” è il processo per videoconferenza, dove il trasporto semplicemente non avviene, se non in forma immateriale.
L’imputato di un processo che si trovi già in carcere per precedenti condanne, o che sia sottoposto a carcerazione preventiva, può essere processato a distanza, senza che debba abbandonare il carcere in cui è ristretto. Accompagnato in una sala attrezzata all’interno del carcere, segue il dibattimento su un apposito schermo, sotto l’occhio vigile delle guardie penitenziarie e quello tecnologico di una telecamera disposta a catturare la sua immagine e a ritrasmetterla nell’aula dove si celebra il processo che lo vede imputato.
Come il passaggio dalle “catene” alla “vettura cellulare”, l’introduzione della videoconferenza segna un passaggio che riassume in sé un cambio di paradigma. La videoconferenza è infatti un dispositivo tecnologico e come tale non è neutrale, ma al contrario la sua mediazione comporta mutazioni profonde che affondano nella viva carne di chi ha sfidato la legge.
Ne I miserabili, Victor Hugo descrive così il dispositivo punitivo per eccellenza, il patibolo: “il patibolo è visione. Il patibolo non è una struttura, il congegno inerte fatto di legno, di ferro e di corde. Sembra una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa; sembra che quella struttura veda, che quella macchina oda, che quel meccanismo comprenda, che quel legno, quel ferro, quelle corde vogliano. Nella spaventosa fantasticheria che la sua presenza suscita nell’anima, il patibolo appare terribile a partecipe di ciò che fa. Il patibolo è complice del carnefice; divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo è una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere una sorta di spaventevole vita fatta di tutta la morte che ha dato”.
La videoconferenza, a differenza del patibolo, non è un dispositivo che esegue una pena già comminata, tanto meno quella di morte che non è più prevista nel codice penale, ma ancor più del patibolo, articolata com’è di microfoni e telecamere, è una “struttura” che “vede”, una “macchina” che “ode”. Certo, non “mangia” la “carne”, ma a suo modo “disincarna” l’imputato, smaterializza il suo corpo, lo riduce a un insieme di bit producendo un impatto visivo e di senso all’interno di un processo che non è da sottovalutare: per suo tramite la presenza dell’imputato, ancorché lontana, diviene spettrale, il suo corpo viene trattato come una interferenza video cui la parola può essere concessa o sottratta con semplice “clic”. Trionfo del pudore riformatore che già ripulì le strade dalle catene umane dei forzati e che ora, attraverso le nuove tecnologie, “libera” le aule di giustizia da quella presenza incomoda e stridente perché vi appaia indisturbata l’astrazione del diritto. Negato è anche l’abbraccio tra coimputati che neppure in quella circostanza possono rivedersi. Nessuno scambio affettivo neppure con il pubblico, che neanche appare sullo schermo. Nessuno sguardo complice, nessun saluto ai propri familiari e amici. Una volta entrati in carcere, seppure in via preventiva, non se ne esce più, neppure per il processo. Intombati, cementati. La giuria stessa è portata a considerarti così pericoloso da non poter essere tradotto al suo cospetto. In qualche modo la tua colpevolezza è già implicitamente designata nei modi di quella tua “presenza”.
In tutto questo, l’imputato ridotto a spettatore passivo. Osserva il suo processo su uno schermo come fosse una puntata di “Forum” o di “Quarto grado”. Unico suo diritto, come da tradizione televisiva, telefonare al suo avvocato durante l’udienza. Eppure è della sua vita che si sta parlando. Suo il corpo eventualmente destinato alla reclusione. Sua la vista amputata dell’orizzonte. Suo il tatto privato della stretta dei suoi cari. Suo l’olfatto orfano della primavera. Suo, infine, lo sguardo, abbattuto o fiero, che affronta il “castigo”, preventivo o definitivo, giorno dopo giorno. La videoconferenza è l’alleata tecnologica che perfeziona la prigione degli sguardi. Codarda, moltiplica gli occhi che scrutano chi ha offeso il confine della legge, ma non trova più il coraggio di guardarlo dritto negli occhi. Metafora cibernetica di una giustizia bendata che si dota di protesi oculari meccaniche, ma rimane sempre cieca.

Conclusioni decantanti
Introdotta in Italia per i detenuti sottoposti a regime di 41bis, la videoconferenza applicata ai processi sta ora rapidamente prendendo piede per tutti i detenuti meritevoli, dal punto di vista della giustizia, di un “occhio” di riguardo. È il caso di Maurizio Alfieri, rapinatore riottoso non incline alla domesticazione carceraria; è il caso di Gianluca e Adriano, anarchici accusati di diverse azioni dirette contro l’Eni, magnati dei rifiuti e altri consorzi veleniferi; potrebbe essere, quantomeno già lo è nella volontà della procura di Torino, il caso di Claudio, Chiara, Niccolò e dello scrivente, accusati di un atto di sabotaggio contro il cantiere dell’Alta velocità di Chiomonte. Una deroga speciale al “diritto di difesa”, che prevede la presenza fisica dell’imputato accanto al difensore durante il processo, giustificata con il solito pretesto della “sicurezza” e dell’”ordine pubblico”. Una novità pericolosa, quella della videoconferenza destinata ad attecchire e a estendersi rapidamente se non subitamente estirpata, dacché, si sa, è l’eccezione di oggi a forgiare la norma di domani. Il paradigma che sottende a questa nuova “mutazione tecnica” è complesso, ed è difficile qui e ora computarne e sviscerarne tutte le declinazioni. Sicuramente il tipo di dibattimento processuale che va delineandosi vede una progressiva scomparsa dell’imputato, un crescente condizionamento a priori della giuria e lo strapotere inquisitorio dei pubblici ministeri. Quella che ho cercato di fare qui è di evidenziare alcune ricadute di questa mutazione tecnica concentrandomi sulla questione dello “sguardo”, cioè sullo scambio visivo tra occhio galeotto, occhio giudicante e occhio pubblico. Molte altre considerazioni altrettanto e anche più pregnanti potrebbero essere fatte. Ad esempio su come la videoconferenza impedisca al difensore di confrontarsi con il proprio assistito durante l’udienza; o ancora come nella spettacolarizzazione dei processi gli effetti speciali e le illusioni ottiche siano spesso più determinanti dei fatti concreti di cui si discute. Ma la mia fede nel diritto è talmente scarsa che non sto a entrare nel merito di certi particolari. Preferisco concludere queste note approssimative attorno al processo in videoconferenza citando alcune vecchie canzoni galeotte, di quelle cantate nelle strade dalle catene dei forzati. Parole schiette che da sole dicono quasi tutto.

“Avidi di infelicità, i vostri sguardi cercano di incontrare tra noi una razza infame che piange e si umilia. Ma i nostri sguardi sono fieri.” “Addio, perché noi sfidiamo e i vostri ferri e le vostre leggi”.

Mattia Zanotti
dalla sezione di Alta Sorveglianza del carcere di Alessandria,
fine aprile 2014

panopticon

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